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mercoledì 29 luglio 2020

Legislazione d’emergenza e decrescita infelice
Sempre peggio…

Indubbiamente, come  ha notato chi ne sa più di noi (*),  la proroga dello stato di emergenza,  pone gravi   problemi costituzionali. In realtà però, sociologicamente parlando,  siamo davanti a  qualcosa che va al di là del voto  in Senato di ieri:  diritto esercitato, purtroppo,  da senatori  che votano secondo gli ordini del partito, rinunciando alla libertà di coscienza, libertà che rimanda alla libertà del parlamentare come rappresentante della nazione e non di questa o quella parte.
Sul punto specifico, la struttura totalitaria del  Movimento Cinque Stelle  non lasciava e lascia  via di scampo. Del resto lo stesso Partito Democratico vanta una lunga  tradizione comunista e postcomunista di oppressione della libertà di pensiero dei parlamentari.  Quel che  sorprende è l’atteggiamento passivo  di Italia Viva, che invece  dovrebbe incarnare, come spesso pomposamente si presenta, una sinistra moderna  e liberale.
Purtroppo il vero punto sociologico, punto pericolosissimo,  alla base della legislazione di emergenza, è costituito   dalla  narrazione della pandemia a tinte foschissime, narrazione  sposata  e divulgata dal Governo populista.  Si legga la dichiarazione di ieri del premier Conte.
    
«"Il virus continua a circolare nel Paese, con focolai che sono stati circoscritti, mentre all'estero la situazione resta preoccupante" ha detto ancora il premier. "Dobbiamo evitare - spiegava - che la crescita dei contagi riguardi anche l'Italia". E ancora: "Le funzioni del commissario straordinario cesserebbero con la fine dello stato di emergenza e senza la proroga" mentre "il suo lavoro si sta dimostrando fondamentale" […]. "Perseguiamo l'obiettivo - ha aggiunto Conte - di garantire continuità operativa alle strutture e agli organismi che stanno operando per il graduale ritorno alla normalità e che svolgono attività di assistenza e sostegno a quanti subiscono ancora gli effetti diretti e indiretti di una pandemia che, seppure fortemente ridimensionata nella sua portata, non è ancora esaurita"».

Cosa  significa che “il virus continua a circolare nel Paese”? Tutto e niente. 
Tutto, perché,  il solo risuonare  della parola virus,  grazie anche un'informazione che ha sposato la causa dell’allarmismo sociale, consente  al Governo populista di tenere in piedi   la legislazione di emergenza (la “continuità operativa”), per ora fino al 15 ottobre. Ma i tempi potrebbero sempre  allungarsi...  
Niente, perché,  parliamo di un virus ormai  più che reale  annunciato, terreno  di quotidiane e feroci  discussioni tra gli esperti, sull’onda di dati sempre più tirati per i capelli.  Naturalmente il Governo populista -  per una metà autoritario e per l'altra demagogico -  ha scelto la versione più comoda per rafforzare i suoi poteri: quella della spada di Damocle virale. Certo, per il “bene dei popolo”. In questo modo  il cerchio ideologico si è chiuso, ovviamente a danno degli italiani.   Per inciso, oggi,   Yahoo e Libero, dando una mano al Governo populista,  si interrogano all'unisono,  sfiorando il ridicolo,  su cosa cambierà per gli italiani con la proroga dello stato d'emergenza... Come se la proroga fosse la cosa più normale del mondo, anzi un fatto  foriero di buone notizie, di "cambiamenti"  in meglio.. .Così funziona l'informazione social.
Semplificando, la narrazione catastrofista della  “circolazione”  del  virus impone la legislazione di emergenza, e la legislazione di emergenza impone la narrazione della circolazione  del virus. Una spirale infernale, sociologicamente parlando.
Si legga al riguardo la seconda parte della dichiarazione di Conte.

"Perseguiamo l'obiettivo - ha aggiunto Conte - di garantire continuità operativa alle strutture e agli organismi che stanno operando per il graduale ritorno alla normalità e che svolgono attività di assistenza e sostegno a quanti subiscono ancora gli effetti diretti e indiretti di una pandemia che, seppure fortemente ridimensionata nella sua portata, non è ancora esaurita" (**)

Di questo passo,  fin quando non saremo a  zero  positivi -  perché il succo del discorso di Conte è solo questo -  la legislazione di emergenza e le strutture di assistenza  create, che in pratica vivono di essa,  detteranno letteralmente legge.
Il che significa che la vita normale nelle fabbriche, negli uffici, nei tribunali, negli ospedali, nelle  città metà di turisti e di traffici economici nei prossimi mesi, se non addirittura anni,  non riprenderà il ritmo del passato. Con danni sociali ed economici di una gravità inaudita.  Insomma, le cose rischiano di andare sempre peggio.
Sociologicamente parlando, la proroga dello stato di emergenza  e la narrazione che vi è dietro (che può moltiplicarlo ad libitum)  impediscono  ogni  ritorno alla normalità.   In prospettiva  la forma economica sottesa alla legislazione emergenziale  è quella di un’economia autarchica, statalizzata, segnata dall’ assistenzialismo. Un modello pseudo-economico, tipo Caritas, che guarda a un’Italia che  inevitabilmente si impoverirà, perché costretta a vivere, come certe famiglie ricche e disgraziate di una volta,  non degli interessi ma  del  capitale. O peggio ancora a fare debiti.  Insomma, decrescita, ma infelice... Un Paese di straccioni in fila per un piatto di minestra, in senso metaforico fino  a un certo punto...  

Ovviamente, sotto il profilo culturale,  dietro il catastrofismo  narrativo  c’è l’inestinguibile odio politico dei populisti (di sinistra come di destra) verso l’economia di mercato,  la libertà economica, il benessere.
Più volte abbiamo scritto della  "prima epidemia ai tempi del populismo" (***). Confermiamo. Se non ci saranno reazioni  politiche, cosa del resto difficile considerato il livello politico-culturale dell’Opposizione di destra, altrettanto populista come la Maggioranza,   un’ influenza stagionale, rischia di tramutarsi in risorsa politica per imporre con la forza quella decrescita, teorizzata giulivamente per anni  da tutti i nemici della società aperta. Che però ora sono al  Governo. E purtroppo anche all’Opposizione.

Carlo Gambescia      
  
(*) Qui le rilevanti osservazioni in argomento di  Sabino Cassese:  https://www.ilriformista.it/conte-come-orban-lallarme-di-cassese-sullo-stato-di-emergenza-130483/


(***) Qui alcuni nostri articoli al riguardo (in particolare l’ultimo della serie): https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=la+prima+epidemia+ai+tempi+del+populismo


martedì 31 marzo 2020

Cosa ci aspetta dopo il Coronavirus?
C’ è un brutto passato nel nostro futuro

Quando e come  si riprenderà l'Italia da questa overdose di assistenzialismo e autoritarismo? Bella domanda.  Alla quale è difficile, se non impossibile rispondere. Parliamo di un  Paese, storicamente distinto da piagnoni, mendicanti, avventurieri (anzi “condottieri”), con qualche colpo di genio, qualche eccellenza, ma privo di spina dorsale economica, spina dorsale liberale. Mai veramente approdato alla modernità. Forse alla post-modernità, ma senza passare per la prima.
In fondo, il problema  non è il Coronavirus.  E allora qual è?  
Diciamo subito che siamo al cospetto della prima epidemia populista-digitale della storia (saremmo  tentati di dire dell’intera storia umana), che ha visto un governo, di nuovo conio, presieduto (per  autodefinizione) da un “Avvocato del Popolo italiano”,   trasformare  un’epidemia stagionale, forse lievemente più forte del solito (i conti si faranno alla fine) in una pandemia psico-politica dalle devastanti conseguenze economiche e sociali. L’Italia populista sì è addirittura  proposta,  grazie alla pericolosa drasticità delle misure adottate, come apripista europeo:  una specie di modello occidentale, dopo la Cina. Un'Italia,  abilissima  nel segregare l' "amato" popolo pur di   salvarlo "tutto"  da  una catastrofe “reinventata”: la  Mecca per i populisti di tutto il mondo...
Qui è il problema. Sì, la catastrofe  “reinventata”. E gli effetti a catena prodotti dalla fiction politico-mediatica  sull’epidemia tutt’ora in onda e con grande successo (stando ai sondaggi favorevoli  per l’operato del Governo: vera sindrome sociologica di Stoccolma). Un fiction,  che, come “Don Matteo”  rischia di però non finire più.  Insomma, di avere  gravi  conseguenze per il futuro.
Di chi è la colpa?    Il giornalista  -  penso alle tante  scemenze che si leggono -  non può avere, proprio per mestiere  una visione generale,  innanzitutto perché  è sua   abitudine, dal momento che i tempi redazionali  sono ristretti,  correre subito alle conclusioni generali, anche se avventate. Inoltre, in questi giorni,   nelle prime pagine, ma anche in quelle interne  (ancora peggio televisioni, radio e social, questi ultimi  nelle mani di dilettanti), sono tornati a prevalere, più che mai,  i valori della cultura del romanzo d’ appendice, pesante eredità del populismo del XIX secolo, riversatasi nel populismo  del XXI: casi pietosi, intrighi politici, colpi di scena, sentimentalismo. E quel che peggio, un ipocrita “andare verso  il  popolo”, che non è più il popolo del  "Quarto Stato" di  Pellizza da Volpedo (da radici della rivoluzione industriale), ma  una massa disgregata di individualisti protetti, pronti a vendersi al primo offerente politico che spacci dosi di welfare tagliato con il veleno dell’autoritarismo. 


Di chi è allora la colpa, ripetiamo?  Intanto, di un servilismo verso il potere,  di cui l’ Italia,  a parte la parentesi Risorgimentale,  ha sempre dato prova.  Si dovrebbe fare la storia a singhiozzi del populismo italiano, dai Gracchi a Grillo, passando per Cesare, Gregorio VII, Cola di Rienzo e così via. Sul punto rinviamo a Fabio Cusin (Antistoria  d’Italia). 
Allora che cosa è successo?  Si è verificata una sciagurata  saldatura sociale  tra populismo culturale, mediatico  ma  dalle profonde  radici storiche,  e populismo politico, anch’esso antico, ma  rafforzato  dalle violentissime correnti antiliberali e antipolitiche che si sono abbattute sull’Italia negli ultimi venti, trent’anni. Si aggiunga a questo una Chiesa cattolica, anch’essa su posizioni populiste,  rafforzate dalla convergenza con il  peggiore moralismo  della  sinistra neocomunista,  ecologista e anticapitalista. Senza dimenticare il ruolo svolto per delega, come unica fonte autorizzata della decisione politica, dalle legioni di medici e scienziati arruolati dal governo populista,  prigionieri però, professionalmente prigionieri - i medici  -  di una visione ultraspecializzata, quindi limitata e impolitica della realtà.
Detto altrimenti:  la tempesta perfetta,  come sommatoria di alcune forme (storiche o meno) di impoliticità: culturali, populiste, religiose, moraliste, scientifiche. Fortificate dalle metodologie del welfare e digitali. Per farla breve: rischia di vincere,anzi sta  già vincendo,  l'antimodernità  armata, tecnologicamente armata,  di tutti i nemici coalizzati della società aperta. 

Ecco perché ha senso parlare, come dicevamo  all’inizio, di   prima epidemia populista-digitale della storia.    
Ora, su queste masse italiane, semi-modernizzate, da  secoli  affamate  di  "pane e giochi",  ammaliate e spaventate al tempo stesso dalla pseudocultura delle “feste, farina e forca”,  che effetto potrà avere l’overdose di provvedimenti assistenzial-autoritari del governo populista? Misure che  non possono non essere fonte inevitabile  di ruberie, imbrogli e prepotenze,  degne dei  reali   borbonici, dotati però di  droni e reti digitali?  
Che dire? C’è un brutto passato nel nostro futuro.  



Carlo Gambescia          



giovedì 23 aprile 2020

Correva l’anno 2020
La “reinvenzione” sociale
del Coronavirus


Il peggiore vizio del nostro tempo si chiama faciloneria o superficialità.  Ben incarnato dalla pretesa di dare risposte facili a domande complesse. Ad esempio,  di un evento  sociale  si vuole subito sapere come andrà a finire.  Come i se i tempi della realtà storica  fossero quelli di una miniserie televisiva.  
Per un verso,  l' atteggiamento è frutto della cultura di massa, che dovendo parlare a tutti, deve semplificare il messaggio, tradurlo in semplici icone  o simboli sociali;  per l’altro dipende dalla rapidità comunicativa,  veicolata  dai  mass media,  portati in automatico a privilegiare, semplificando a loro volta,  la velocità  rispetto  all’esattezza e completezza della notizia.  
Infine, con lo sviluppo del digitale e dei cosiddetti Social i  fenomeni della semplificazione e della “velocizzazione” comunicativa hanno raggiunto il culmine, devastando  il discorso pubblico, oggi ridotto  a scontro tra belluine tifoserie a colpi di slogan e di striscioni.
La classe politica (quindi tutte le forze politiche) invece di opporsi, si è adattata  al  fenomeno. Il populismo, oltre che essere l’affermazione di una visione retriva dei rapporti politici, è  il punto di arrivo politico  della semplificazione  digitale.
Il Coronavirus  rappresenta la prima epidemia all’epoca della semplificazione politico-digitale.  Il che spiega, come un’ epidemia stagionale, forse poco più di un’ influenza ma gestibile in condizioni normali (diciamo prima dell’avvento della semplificazione politico-digitale), si sia trasformata, a causa di decisioni politiche prese sull’onda  incontrollata delle emozioni (altra forma di semplificazione psicologica) in una  fiction catastrofista dai distruttivi effetti di ricaduta, soprattutto economici.

L’epidemia? Ci sterminerà tutti…  Misure da prendere? Le più dure possibili, proprio per ridurre il numero dei morti. E quanti saranno? Miliardi… L’economia? Cosa volete che sia di fronte alla scomparsa della razza umana…
Ecco le  superficiali domande e risposte  che hanno trasformato - ripetiamo -  un’epidemia stagionale di influenza in una pandemia da fiction catastrofista.  Con conseguenze reali  che sono però sotto gli  occhi di tutti. Che diventano di giorno in giorno più serie, a causa del pieno e rigoglioso sviluppo del  romanzo (di appendice digitale) sul Coronavirus.  
Una letteratura popolare (e populista...) che  ha necessità di  stereotipi positivi: i medici eroici con le stampelle,  le infermiere in lacrime,   le fosse comuni cercate con il lumicino, le file  di bare in prima pagina, le vecchine aiutate dal volontario pagato dal comune,  il tricolore  delle finali della Coppa del Mondo alle finestre, il patriottismo alimentare, il bravo cittadino che denuncia i passeggiatori abusivi.  Ma anche di stereotipi negativi: il  liberista che taglia la sanità,  l’Unione Europea matrigna  che  nega  carrozza e denari, le multinazionali che hanno fabbricato il virus per arricchirsi,  il bieco  evasore fiscale che, ammalatosi,   approfitta dell’intensiva.   

Insomma, tutto un immaginario, ben gestito dai professionisti del Coronavirus  (per parafrasare Sciascia),  che, per quanto riguarda l’Italia (dai politici ai giornalisti e intellettuali, dagli scienziati  al mondo dello spettacolo)  hanno trasformato alcuni episodi pilota a Bergamo e Brescia  in una gigantesca fiction nazionale.  Tutti chiusi in casa davanti alla televisione e al computer.
Sotto questo aspetto si puà parlare di “reinvenzione” del Coronavirus. Ovviamente, anche all’estero, le cose non sono andate meglio,  dal momento che da tempo  siamo tutti immersi nella semplificazione politico-digitale.  
Il che, attenzione non significa, che non vi siano stati medici, infermieri, volontari, eccetera, che si sono sacrificati, ma più semplicemente, vuol dire, che  la semplificazione politico-digitale  ha bisogno come il pane  di buoni e cattivi e soprattutto di eroi e che quindi, come per forza propria,  non può non  imporli, persino  a costo di falsare la realtà, tramutando un’epidemia stagionale nella peste del Terzo Millennio.  Una fiction però, come insegna la legge di Thomas, dalle conseguenze reali.
Gli storici dei prossimi secoli  non potranno  non interrogarsi sulla  “reinvenzione” sociale  del Coronavirus,  perché di questo si tratta.  Di indagare, insomma, l' ondata di follia collettiva  che colse l'Italia e il mondo quando correva l’anno 2020…

Carlo Gambescia                      

domenica 5 aprile 2020

Il liberalismo e i suoi nemici
Alesina e Giavazzi, il Gatto e la Volpe
  
Per capire quanto sia presuntuosa la sinistra, crediamo basti leggere l’editoriale virologico sul “Corriere”  di Alesina e Giavazzi (*), dove in pratica,  si pone l’alternativa tra populismo virale  e sinistra civilizzata, o presunta tale.  Trump -  in compagnia di  Xi e Putin - viene trattato come una specie di responsabile uno e trino del Coronavirus. Oltre che di una pericolosa involuzione autoritaria del mondo intero verso un populismo che inevitabilmente si trasformerà in qualcosa di molto somigliante al fascismo. Rischio, secondo i due editorialisti  che rischia di  travolgere anche l’Europa se non troverà un accordo sulle necessità di un sostegno creditizio e  finanziario  prolungato  ai paesi membri  più toccati dall’epidemia di Coronavirus, quindi Italia, Spagna, Francia.
Ora che Trump sia un  personaggio poco raccomandabile è verissimo, come è altrettanto vero che gli europei sono profondamente divisi, nonché  minacciati da pesanti intrusioni politiche russe e cinesi. 
Il quadro politico tracciato da Alesina e Giavazzi  si può anche condividere.  Ciò  che invece non si può accettare è l’assegno  in bianco  che l’elettore dovrebbe firmare a una sinistra che ai tempi dell’Unione Sovietica prendeva letteralmente  a calci il liberalismo, opponendosi all’unificazione europea. E che dopo il crollo, facendo finta di nulla, si è autopromossa a campione dell’ europeismo, portando però dentro l’Europa  un  pesante  welfarismo post-comunista. Un mix di statalismo e monetarismo standard che non è liberismo  né liberalismo: un approccio  che  crede  di poter far ciò che vuole  della moneta.  Il che spiega l’ appoggio sostanziale  all’ unificazione monetaria, evento fondamentale, ma che andava accompagnato da una parlamentarizzazione delle istituzioni europee (dare quindi più potere a un parlamento composto di partiti europei, punto di partenza di  un governo europeo espressione della dialettica liberale maggioranza-opposizione). Insomma, un progetto politico per il quale occorreva e occorre  una visione concretamente liberale,  progetto che la sinistra, fino a quando è esistita l’Unione Sovietica, non ha  mai facilitato:  forse qualche volta a parole, giammai nei fatti.  E neppure dopo.
Ora,  Alesina e Giavazzi, due presuntuosi dalla memoria corta,  si permettono di fare la lezioncina agli italiani,  agli  europei e ai veri liberali,   in un Paese, l'Italia,  dove tra l'altro la sinistra governa, e malissimo, con i populisti.  E come?  Chiedendo cambiali in bianco  agli elettori in nome dell’antipopulismo e dell’antifascismo. Un atto di fede in onore di  chi fino al giorno prima  sputava sulla liberal-democrazia. 

Non è la prima volta, che  Alesina e Giavazzi, giocano con le parole. Giavazzi, qualche  anno fa sosteneva, addirittura in modo entusiastico, la natura di sinistra del liberismo. Un prestigiatore... Certo che può diventare di sinistra: basta reinventare il liberismo (se non tutto il liberalismo)  a colpi di patrimoniale e politica dei redditi. Una specie di lamalfismo, ma trent’anni dopo. Con la scusa di creare, via Stato, la concorrenza perfetta si uccidono  libertà di mercato e diritti di proprietà.  In realtà, si tratta, più semplicemente,  di  liberalismo macro-archico, dove lo stato inderogabilmente  decide chi sia liberale chi no…
Il punto è che  Alesina e Giavazzi  al fondo,  sono liberal-socialisti. Credono di poter comandare all’economia e affidare allo stato il compito di redistribuire il reddito prodotto da un mercato in libertà condizionata.   Altro che liberisti e liberali.  Il che spiega le loro  politiche economiche del bastone e della carota: un misto di incentivi, tassazione progressiva e balletto dei tassi di interesse.  I prodotti più puri  del giavazzismo-alesinismo sono due personalità come  Monti e Draghi,  sicuramente competenti, ma né liberali né liberisti, semplici funzionari bancari  dell’ideologia welfarista dello stop and go del credito. Di un'economia della domanda contrabbandata come economia dell'offerta. Una truffa ideologica  di due signori che si ritengono furbissimi.  Per  la serie il Gatto e la Volpe...
Su queste basi, dello stop and go, sarà molto difficile battere il populismo del go and go.       

Carlo Gambescia  


                 

domenica 19 novembre 2023

Il cittadino al guinzaglio

 


Qual è oggi la vulgata politica? Quali sono, e non solo in Italia, le tesi politiche più diffuse tra la gente? Sulle quali destra e sinistra si contrastano? Presto detto: la lunghezza del guinzaglio statale sul cittadino. Ma procediamo per gradi.

Riducendo all’ osso ciò che già circola in forma semplificata nell’intero Occidente euro-americano, intanto possiamo dire questo: 1) a sinistra si difende la tesi sulla  cattiva  destra affamatrice di un   popolo che  la sinistra  vuole  difende ed elevare; 2) a destra si accusa  invece  la sinistra di  opprimere un  popolo che la destra vuole altrettanto difendere ed elevare. Insomma, per dirla alla buona,  se non è zuppa è panbagnato.

In realtà, il vero  punto della questione è che per  "difendere ed elevare"  i governi di destra e sinistra scorgono all’unisono nello stato lo strumento ideale.

L’individuo, in quanto tale, è scomparso da ciò che resta del discorso pubblico dopo lo tsunami populista, mediatico e digitale, degli ultimi trent’anni. Una specie di maremoto, non solo di parole, propagandistico e demagogico, che ha sconvolto e ridotto il confronto delle idee al puro e semplice scambio di accuse cospirative, insulti della peggiore specie e rilancio di utopie stataliste.

Inoltre il populismo penale, cioè il ruolo di una magistratura piegatasi alle giustizia spettacolo, ha finito per fare il resto. Va anche ricordato l’effetto di ricaduta di una epidemia di Covid, pardon pandemia, che ha decisamente contribuito al rilancio dell’interventismo statale in tutti i campi.

Perciò oggi la vulgata politica – non solo italiana – ruota “vittoriosa” intorno alla redistribuzione di servizi e bonus ai cittadini. Di conseguenza il problema dei problemi per ogni di governo, di destra o sinistra che sia, è costituito dalla ricerca dei fondi per finanziare la spesa sociale.

Il che ci riporta al conflitto tra due tesi, accennato all’inizio: tra destra accusata di voler affamare il popolo, tagliando la spesa pubblica, e la sinistra che invece vuole accrescerla per nutrire il popolo.

Perciò, per capirsi, il duro e ricorrente conflitto tra destra e sinistra su pensioni e tributi rimanda non alla rivendicazione della libertà individuale da uno stato che con un mano dà (ad esempio un bonus sulla casa) e con quell’altra si riprende ciò che ha dato (in termini di cervellotici controlli sul bonus erogato), ma all’idea utopistica di uno stato che, una volta superate alcune “leggere” disfunzioni, potrà assolvere magnificamente il suo ruolo di protettore e giudice sociale.

Insomma, per venire – finalmente – al perché del guinzaglio usato nel titolo, ci si scontra esclusivamente  sulla lunghezza del guinzaglio statale sul cittadino: lungo o corto? In realtà, destra e sinistra, conservatori e progressisti, propongono, secondo le situazioni, lunghezze diverse, ma si guardano bene dal voler togliere il guinzaglio al cittadino. Ecco il vero punto della questione.

Ovviamente, la gente comune, per varie ragioni, psicologiche e sociali, crede ormai che la condizione naturale sia quella di essere tenuta a guinzaglio dallo stato. Pertanto, accetta di buon grado, anzi addirittura ringrazia. Anche perché, lo stato, asservendo l’offerta economica ( puntando su bonus e sconti fiscali alle imprese), favorisce, agendo indirettamente sui prezzi, la stabilità di domanda nell’ambito dei consumi.

A prima vista  l’economia mista (stato-mercato) sembra funzionare meglio dell’economia socialista (solo stato).  Ciò però  può essere  vero solo sul piano del controllo  politico a breve. Infatti,  dal momento che  per funzionare deve  imbrigliare il mercato, asservirlo come detto,  alla lunga la sfera del controllo politico  sull’economia della domanda, soprattutto in tempi di stagflazione (di inflazione e stagnazione produttiva insieme), rischia di estendersi e sovrastare ciò che resta della libertà di mercato dal lato dell’offerta.

Conclusioni? Il “modello cinese”di economia statizzata e “sovrana”, con l’appendice del mercato estero, semiaperto, ma controllato dal partito unico, pur nella differenza di tradizioni e ideologie, non resta un’ipotesi così remota anche per l’Occidente.

Soprattutto, come del resto sta accadendo, una volta che l’Occidente sembra decisamente tornato a incamminarsi sul viscido terreno dell’economia mista, con il beneplacito di una specie di partito unico cinese, destra-sinistra, favorevole, a prescindere dalla sua lunghezza, al guinzaglio sul cittadino.   Che, non lo si dimentichi mai,  rimanda a controlli che sono l’inevitabile portato proprio dell’economia mista.

Carlo Gambescia