mercoledì 24 gennaio 2024

La legge sull’Autonomia? Una tragica buffonata

 


È vero come proclama la destra che la legge sulla cosiddetta Autonomia differenziata, approvata ieri al Senato, è un colpo inferto allo statalismo? Insomma, in parole povere, che significa meno stato?

Non è vero. Si tratta semplicemente di decentralizzazione: del trasferimento di alcune funzioni statali alle regioni , ad esempio nell’ambito della riorganizzazione della sanità, della scuola, dei tributi locali.

Regioni. Parliamo di strutture di diritto pubblico, non di diritto privato. Quanto si legge “regione ente autonomo”, si tratta di una struttura di diritto amministrativo. Regolata spesso in contrasto, anche giuridico, con il diritto civile. Di qui, per effetto di ricaduta del contenzioso,  la cattiva fama dei Tar.

Ecco perché si parla di legge sull’ autonomia: una graziosa concessione dello stato alle regioni che riguarda la cosiddetta legislazione concorrente tra stato e regioni come prevede il terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione, che riguarda in tutto 23 materie.

Al di là del giuridichese, il vero punto sociologico della questione è che l’ “individuo” continuerà a contare meno di zero, mentre le funzioni pubbliche, cioè il “collettivo”, perché di questo si tratta, conteranno come prima. Anzi, dopo l’approvazione definitiva, il potere del “collettivo” conterà più di prima, perché i controlli regionali, quindi, ripetiamo, di una struttura amministrativa di tipo pubblico, si faranno più occhiuti, perché ancora più vicini all’individuo.

Si lasci perdere la mitologia delle istituzioni pubbliche amiche del cittadino. Fregnacce (pardon). Lo stato, anche se regionalizzato, resterà tale. Diciamo pure che continuerà a riprodursi come le cellule cancerose.

Lo stato, come fattore sociologico, più viene decentralizzato più opprime il singolo. La decentralizzazione è soltanto un trasferimento di funzioni, non l’abolizione delle funzioni stesse.

Pertanto l’idea della destra che magnifica questa legge come un colpo allo statalismo è una truffa ideologica. Andremo tutti a vivere peggio, con addosso il fiato della Regione, oltre che quello dello stato sulle materie residuali, a cominciare dal fisco. L’individuo continuerà a dover servire due padroni: stato e regione, macro-stato e micro-stato.

Quanto alla sinistra, che ora si preoccupa dell’ unità d’Italia, va detto che rimpiange l’idea di un stato solo al comando. Ovviamente non l’ha sempre pensata così: quando furono istituite le regioni, una fantasmagoria istituzionale senza precedenti storici in Italia (paese di torri civiche, campanili e santi), la sinistra – in particolare i comunisti – videro nella regione una specie di Cavallo (rosso) di Troia per scalare il potere nazionale. Diciamo un micro-stato capace di assolvere la funzione di contropotere in lotta contro il macro-stato.  Allora la sinistra era per la decentralizzazione. Perché conveniva politicamente. Ipocriti e bugiardi.

Di fatto le regioni si sono trasformate in carrozzoni burocratici che con il carrozzone numero uno, lo stato, opprimono l’individuo.

Per contro, in un paese liberale andrebbero subito soppresse le regioni, e ovviamente ridotto, e di molto (quasi a zero), il ruolo dello stato. In Italia andrebbero valorizzate le città,  che peraltro hanno una grande tradizione storica. Ma in modo spontaneo, lasciando che siano gli individui a organizzarsi da soli. Senza piano calato dall’alto. Lasciar fare, lasciare passare. Ecco quale sarebbe il vero colpo inferto allo statalismo. Non la presa per i fondelli (pardon) del trasferimento di funzioni pubbliche.

Siamo davanti a una truffa ideologica, perché per un verso si riduce, di fatto, la sfera di libertà dell’ individuo, per l’altro si promette invece di accrescerla, cosa falsa.

Detto altrimenti: una tragica buffonata.

Carlo Gambescia

martedì 23 gennaio 2024

Mussolini uguale Gentiloni

 


A volte ci sono frasi, pronunciate da un  politico, che sono rivelatrici. Perché offrono, in un attimo, il compendio di una mentalità politica. Di un modo di approcciarsi alla realtà. Quindi anche di un disegno politico.

E qui, come esempio, si pensi alle parole pronunciate da Giorgia Meloni nel corso di un intervento televisivo, oggi celebratissimo dai giornali di destra (*).

Polemizzando con la sinistra a proposito di Marcello Degni, consigliere della Corte dei Conti e autore di un post critico verso il governo,  nominato dopo  una  delibera del governo  Gentiloni,  Giorgia Meloni ha dichiarato di sentirsi

“colpita dal fatto che Schlein non abbia preso le distanze, con l’argomento che prima non c’era lei alla guida dei dem. A me chiedono conto di quello che faceva Mussolini, a loro non puoi chiedere conto di quello che il Pd faceva un anno fa, siamo seri…”.

Sul piano dei contenuti si noti la parificazione tra Mussolini e Gentiloni, tra un dittatore e un uomo politico democratico. Su quello dei toni, la ridicolizzazione dell’avversario, nel caso la Schlein, dipinta come incoerente, quasi un stupida o comunque una marionetta.

Si rifletta. Chiedere conto di Mussolini, dittatore e alleato di Hitler, a Giorgia Meloni che proviene da un partito neofascista, o che comunque non ha mai veramente fatto i conti con il fascismo, avrebbe perciò lo stesso valore (ammesso e non concesso l’errore attribuito al Partito Democratico) della nomina di un consigliere della Corte dei Conti che in un post esprime un' opinione personale in un contesto democratico.

Consiglio non richiesto. La Schlein sul punto dovrebbe replicare, proprio sottolineando questo aspetto: l’enorme differenza che passa tra il colpo di stato fascista, illegale e violento, e una legalissima nomina democratica. Senza considerare i vent’anni di feroce dittatura… Che tra l’altro non possono equivalere al post di Degni, magari scritto di getto in pochi minuti…

Dicevamo della natura rivelatrice di una mentalità politica. Di un disegno. Di che si tratta di preciso? Della normalizzazione del fascismo. Che può avvenire in due modi: o, modalità uno (manifesta), sostenendo l’idea che se è giusto parlare di Mussolini è anche giusto parlare di Gentiloni. Oppure, modalità due (nascosta), che non è necessario parlare né di Mussolini né di Gentiloni.

Nei due casi, il fascismo, anche quando non se ne parla, diventa una specie di patrimonio comune argomentativo. Un escamotage che lascia passare l’idea del fascismo come governo semidemocratico, durato più a lungo dei successivi governi repubblicani. O addirittura, si rilancia l’idea, che non dispiaceva a fascisti e comunisti, di un' Italia che avrebbe visto succedersi al potere uomini forti come Cavour, Crispi, Giolitti, Mussolini, De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi, Berlusconi. Con ciliegina sulla torta, una donna forte come Giorgia Meloni.

Sotto questo aspetto, il presidenzialismo, patrocinato dall’estrema destra, ha un contenuto autoritario. Cripto-fascista, per ora. Pertanto, alla normalizzazione del fascismo si accompagna l’idea di formalizzare lo strapotere dell'Esecutivo  sul Legislativo.

Nel suo intervento la Meloni ha detto altre cose. Ma la frase chiave è quella che abbiamo appena ricordato. In sintesi: Mussolini uguale Gentiloni. E non è poco…

Carlo Gambescia

(*) Qui il resoconto del “Giornale”: https://www.ilgiornale.it/news/politica/meloni-contro-tutti-ora-carte-do-io-lattacco-agli-agnelli-2272087.html .

lunedì 22 gennaio 2024

Teatro di Roma, destra e sinistra pari sono

 


Il bello è che oggi “Libero” attacca “ La Repubblica”, per la “santificazione” di Lenin (a proposito, Carlo Gambescia anticipa sempre tutti *, pardon per la botta di egocentrismo…). Cioè “Libero” si atteggia a liberale, con un direttore passato armi e bagagli da Monti alla Meloni… Sì liberali,  ma a senso unico.

Per quale ragione? Perché – da ultima la vicenda del Teatro di Roma – “Libero" difende l’occupazione, altrettanto leninista, di tutte le posizioni di potere culturale, dalla Rai ai vari enti, attuata al ritmo del passo dell'oca dalla destra meloniana (o comunque di governo). Che in quella cima del Ministro Sangiuliano, promosso sul campo per meriti missini, ha il suo proconsole nella Terra di Mezzo, finora occupata dalla sinistra.

Ora, attenzione, non si tratta di difendere le posizioni della sinistra, che si vede scalzata, anche in malo modo. Né di discutere sulle qualità organizzative, culturali, attoriali, registiche, eccetera, dei candidati lottizzati, oggi a destra, ieri a sinistra. Il vero problema, anzi lo scandalo, è il leninismo culturale praticato da destra e sinistra.

Per capire, in modo più preciso, di cosa parliamo, diciamo del metodo, si legga la ricostruzione del “Messaggero”, di solito ben informato:

“Non sembrano esserci al momento margini per sanare lo strappo registrato sabato scorso all’interno della Fondazione Teatri di Roma, spaccatasi sulla nomina del nuovo direttore generale: i tre consiglieri indicati da Regione e ministero della Cultura (non erano presenti gli amministratori del Comune di Roma, tra i quali il presidente Francesco Siciliano) hanno scelto Luca De Fusco, adesso alla guida dello Stabile di Catania. Nome non gradito invece al Campidoglio – proprietario degli edifici dei teatri e primo finanziatore con 6,5 milioni di euro – che puntava su Onofrio Cutaia, attuale commissario del Maggio Fiorentino. Una soluzione tra le parti è lontanissima. In quest’ottica, oggi De Fusco, regista napoletano con una spiccata passione per Pirandello e trapiantato nella Capitale da 40 anni, attende che venga formalizzata da un cda sempre più spaccato la sua nomina. Vuole subito iniziare a lavorare, 'perché c’è da mandare entro la fine del mese la richiesta al ministero della Cultura per attivare l’attivazione dei finanziamenti del Fus'. Cioè del fondo unico dello spettacolo, che garantisce ad Argentina, India, Torlonia e dal 2025 anche al Valle 1,8 milioni di euro”. (**)

La cultura teatrale, e non solo, vive in Italia di una specie di reddito di cittadinanza. Ovvio perciò che le varie cariche, soprattutto se direttive, siano lottizzate. Proprio perché ballano i miliardi pubblici. Cioè i fondi portano voti, relazioni, posti di lavoro, potere politico sul territorio.

Pertanto il vero problema non è la nomina di questo o di quello, cioè un problema di colore politico, ma di capire una volta per tutte, che ci si deve laicizzare;  rinunciare  a tutto:  nomine,  distribuzione di  denaro pubblico, creazione di cordate politiche.

Insomma il vero male è la lottizzazione, che nasce dallo “stato spettacolo”. Uno stato che distribuisce soldi pubblici basandosi sull’idea socialista della cultura e dell’informazione come servizio pubblico: dal piano giornalistico a quello cinematografico, teatrale, eccetera. Una disgrazia concettuale che risale ai tempi di Strehler. Anche se a dire il vero, già gli antichi romani parlavano di panem et circenses.

Per contro, la nuova parola d’ordine dovrebbe essere, per usare un linguaggio che piace alla destra, unica e categorica: privatizzare. Altro che lottizzare

E i posti di lavoro di attori, registi, operatori, giornalisti, eccetera? La solita lagna dei sindacati? Si arrangino. Anche la cultura vada sul mercato. Chi è interessato aprirà il portafogli. Chi no, investirà altrove. Ma, ecco il punto, basta, e per sempre, con il reddito di cittadinanza culturale.

Difficilmente su “Libero” e su altri giornali di destra si potranno leggere cose del genere. Cioè cose liberali, come quelle stiamo sottolineando. Si preferisce il teatrino degli insulti tra la cultura di destra che si dice libera e che accusa quella di sinistra di essere schiava del potere. Che a sua volta accusa la destra di trascurare e opprimere la vera libertà culturale che apparterrebbe, si proclama, solo alla sinistra.

Pure razionalizzazioni verbali rivolte a giustificare posizioni di potere. Per giunta pericolose. Perché dove c’è lo stato spettacolo non c’è libertà, ma solo conformismo verso il potere di destra come di sinistra… Non c’è libertà ma solo occupazione del potere: in pratica, leninismo applicato alla cultura. Niente altro che la famigerata egemonia culturale gramsciana. Detto altrimenti, leninismo tradotto in italiano da Gramsci. Pensatore, quando si dice il caso, omaggiato da Sangiuliano e rivendicato dalla sinistra.

Sicché il cerchio ideologico si chiude. Ma questa è un’altra storia. Di colore rossobruno.

Carlo Gambescia

(*) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/01/21-gennaio-1924-morte-di-lenin-che-ci.html .

(**) Qui: https://www.ilmessaggero.it/roma/politica/teatro_roma_luca_de_fusco_ricorso_comune_sangiuliano_cosa_sta_succedendo-7886237.html?refresh_ce .

domenica 21 gennaio 2024

21 gennaio 1924, morte di Lenin. Che ci sarà mai da commemorare?

 


Non se ne può più, regna la peggiore immaturità politica. Fonte di pericolosità assoluta per la liberal-democrazia. Veniamo ai fatti.

Oggi, a cento anni precisi di distanza, anche a causa della smania mediatica degli anniversari, “ La Repubblica” commemora Lenin, grande rivoluzionario a prescindere, questo il messaggio tra le righe. Mentre sull’altro versante, Veneziani – “La Verità” – lo accusa, anche a ragione, di essere il padre di tutti i totalitarismi.

Qual è il problema? Perché siamo preoccupati? Di Lenin non si dovrebbe più parlare, e da un pezzo. Storici a parte, ovviamente. Parlare politicamente. Cioè considerarlo ancora, nel bene come nel male, una specie di risorsa politica.

Detto altrimenti: un argomento per squalificare l’avversario politico e magari giustificare la linea politica egualitaria o anti-egualitaria del Partito democratico o di Fratelli d’Italia. Però, attenzione, non è soltanto una questione di bassa cucina politica.

Sulla natura totalitaria di Lenin e seguaci ha scritto a suo tempo pagine inesorabili Ignazio Silone. Un grandissimo scrittore che la stessa sinistra, che oggi celebra il respiro rivoluzionario di Lenin, non ha mai digerito. Addirittura qualche anno fa Silone venne dipinto come una spia fascista.

Quanto alla destra, è vero che critica il totalitarismo di Lenin, ma si guarda bene dall’addentare quello di Mussolini. A destra vale tuttora la tesi che il duce fu un dittatore buono. Insomma, nulla a che vedere con il totalitarismo.

Pertanto dietro il culto di Lenin, e di altri truci dittatori, si nasconde l’incapacità di questa destra e di questa sinistra di fare i conti con il liberalismo. Che – ecco il vero punto della questione – ha sempre giustamente ricondotto comunismo, fascismo e nazionalsocialismo nell’alveo totalitarismo: dove meritano di rimanere. Cioè, dove meritano di imputridire tre visioni e pratiche politiche, che, ritenendosi depositarie di una verità totale, escludono, perseguitano, uccidono, chiunque sostenga idee e posizioni contrarie al dogma comunista, fascista, nazionalsocialista.

Il punto massimo di incomprensione del liberalismo è rappresentato da quello che potremmo designare come un processo di rovesciamento dei valori. Molto pericoloso. Ci spieghiamo meglio.

Ai liberali che giustamente ritengono Lenin un portatore insano di totalitarismo, questa destra e questa sinistra, rispondono che anche il liberalismo è totalitario, perché impedirebbe a fascisti, comunisti e nazionalsocialisti di esprimere le loro idee. Cosa che non è del tutto vera. E che, in ogni caso, anche se fosse vera, sarebbe giustificata, dalla giusta volontà di impedire che fascisti, nazionalsocialisti e comunisti ricomincino da capo.

Si opera, come detto, un rovesciamento dei valori. Che inizia con l’equiparazione tra liberalismo e totalitarismo, per poi tuttavia asserire che al totalitarismo liberale, che non sarebbe a fin di bene perché al servizio dei borghesi, quindi nemico di ogni forma di uguaglianza economica, va sostituito il totalitarismo della verità assoluta, comunista o fascista, rappresentato da capi severi ma giusti, dalla parte del popolo o delle classi proletarie, come Hitler e Mussolini, Lenin e Stalin. Insomma, il liberalismo diventa cattivo, il totalitarismo buono. Si chiama, come detto, rovesciamento dei valori.

Ovviamente, le rievocazioni delle figure di Lenin e (mettiamo) Mussolini, si rimbalzano, l'un l'altra, l'accusa di totalitarismo. Il che spiega perché su Lenin “La Repubblica” dice una cosa, “La Verità” un’altra. E qui ritorniamo al totalitarismo come risorsa politica, e non come un marciume che le liberal-democrazie dovrebbe essersi lasciate alle spalle da un pezzo.

E invece, qui il pericolo, si celebra Lenin, profeta della vera uguaglianza o lo si condanna, strizzando l’occhio a Mussolini, figlio del famoso fabbro. O peggio ancora, si incensano un ex seminarista dalla pistola facile come Stalin e  un  ex imbianchino schizofrenico come Hitler. 

Il marciume torna a galla.

Carlo Gambescia

sabato 20 gennaio 2024

Le privatizzazioni di Giorgetti: roba da ridere, altro che Italia in vendita…

 



“La Repubblica” oggi apre il fuoco sulle privatizzazioni annunciate dal ministro Giorgetti. Quanta polvere da sparo per uccidere un ragnetto .

Il titolo è roba da rivista ciclostilata, estremista, con diramazioni a destra e sinistra, sociali ovviamente: “L’Italia in vendita”.

Quando si va il leggere il progetto di Giorgetti si scopre che si tratta di microquote di aziende di stato, Eni e Poste, eccetera.  Roba da ridere. Come l’imitazione della Raffaele della Venezi, la direttrice d’orchestra dal passo romano.

Si parla di introiti per 20 miliardi. Ora se si pensa che il debito pubblico a ottobre 2023 era intorno ai 3 mila miliardi, si può capire l’inutilità di un’ operazione, che ha il valore di una riverniciatina liberista, anzi una passata con lo straccio di polish auto. Giusto per prendere per il naso la pubblica opinione, ignorante di economia ma che chiede al governo di fare qualcosa di liberale. Insomma  giochi di prestigio politici. Roba tipo il Nerone di Petrolini. “Bravo-Grazie”…

Attenzione: sempre ammesso e non concesso che Giorgia Meloni, zarina e statalista di ferro, all’ultimo minuto non blocchi tutto, per accontentare i suoi simpatici camerati corporativisti.

Quindi “Repubblica” fa pura e semplice e propaganda. Per giunta diseducativa. Perché fornisce un “assist”, per dirla in gergo calcistico, agli statalisti di destra e sinistra. E questa sarebbe la sinistra illuminata e… liberale.

Sul piano tecnico, per i possibili investitori esteri – “i lupi di Davos”, secondo la mitologia rossobruna – le micro-offerte italiane, per fare un esempio, hanno lo stesso valore del tomo spaiato che il bibliofilo trova su una bancarella di libri usati, e che vale la pena comprare, solo a un prezzo ridicolo. Nel senso che, questo il ragionamento del bibliofilo, “ il primo tomo lo pago quasi niente, quindi me lo compro, poi magari trovo anche il secondo”.

Pertanto, fuor di metafora, le micro-quote di Eni e Poste, eccetera,  se verranno poste sul mercato, per essere appetibili, dovranno essere svendute. Altrimenti “l’asta” andrà deserta…

Le privatizzazioni o si fanno sul serio o non si fanno affatto. Per tornare alla metafora bibliofila: si deve vendere l'opera completa a un prezzo di mercato.   

Qualcuno spieghi il concetto al ministro Giorgetti. Sono cose da primo anno di economia.

Carlo Gambescia

venerdì 19 gennaio 2024

Fascisti senza saperlo

 


Il fascismo è mai esistito? Perché anche il sottoscritto incomincia a dubitare della cosa. Nera nella fattispecie. Probabilmente si colgono i primi i frutti velenosi di un anno e mezzo di governo dell’estrema destra.

Un passo indietro. Dalla legge Scelba fino alla Mancino, la punibilità o meno del saluto romano era legata alla decisione definitiva ( o quasi) del giudice, che poteva collegarla o meno al “tentativo di riorganizzazione del partito fascista”. Quando si verificava quest’ultima condizione scattavano le sanzioni. Quasi mai. Ma era la paciosa Italia democristiana.

Ora la Cassazione formalizza il fatto, crediamo per la prima volta, che nelle cerimonie, ad esempio come quella di Acca Larenzia, non c’è reato di riorganizzazione, quindi il saluto romano si può fare.

Ovviamente, e qui l’errore fu di Scelba, “riorganizzazione” può significare tutto e niente al tempo stesso:  dipende sempre dai giudici. E, cosa più importante, dal governo in carica, se pro o contro. Inoltre, se non erriamo, le aggravanti previste dalla legge Mancino, scattano solo quando e se sussiste l’ indefinibile concetto di riorganizzazione del partito fascista.

Sì, è vero che esiste la divisione dei poteri: il famoso giudice a Berlino, incorruttibile, disposto a opporsi, se illegali, anche alle decisioni del re. Però il fiuto conformista del magistrato “medio” per l’aria che tira  resta superiore a quello del cane da tartufi…

Per fare solo un esempio (anche per capire quello che c’è sotto il saluto romano), il desiderio di quieto vivere permise nel novembre del 1925 che il saluto romano fosse introdotto dal nascente regime fascista come obbligatorio nelle amministrazioni civili dello stato. Sicché, allora, non ci fu nessun giudice a Berlino…

Detto altrimenti: il saluto romano, lugubre simbolo di una feroce dittatura, da oggi entra ufficialmente nel cerimoniale del partito fascista disorganizzato. Non è una battuta. Solo una triste constatazione.

Del resto le cose non potevano non andare così, soprattutto con un governo di estrema destra e un clima politico indotto che tende a irridere l’antifascismo, riconducendo sul piano inclinato dell' incomprensione, da parte di una sinistra dipinta come dedita a pasteggiare a champagne, della simpatica dittatura di un gruppo di goliardi in camicia nera. 

Inciso:  l'antifascismo, soprattutto se declinato in chiave comunista e neocomunista, non  è mai entrato nelle nostre corde.  Però esistono momenti in cui si deve scegliere: o di qua o di là.  Momenti in cui, per parafrasare Croce, non possiamo non dirci antifascisti.   

La verità è che si è varcato una specie di Rubicone politico. Piano piano, come quando i cristiani si presero l’Impero romano e cominciarono a chiudere i templi pagani, così l’estrema destra, ora  al governo,  sta iniziando, senza fare troppo rumore,  a  mettere in sordina  tutti i simboli dell’antifascismo, sovrapponendovi i propri.

Altro particolare storico interessante: ai padri della chiesa, quando si chiedeva dei pagani, rispondevano che non erano mai esistiti. Erano cristiani senza saperlo: uomini in attesa della Buona Novella.

Ecco, in questo momento, noi "pagani", liberali e antifascisti, siamo tutti fascisti senza saperlo.

Carlo Gambescia

giovedì 18 gennaio 2024

Gramsci e Mussolini nemici dell’Italia liberale

 


Oggi su “La Verità” Veneziani corregge il tiro su Gramsci. “Pensatore importante”, che però definisce “un nemico dell’Italia”. La toppa sembra peggiore del buco.

Nemico dell’Italia, Gramsci, lo sarà pure stato. In nome però di un internazionalismo imperfetto, che negli anni Trenta, si convertì inevitabilmente in perfetto nazionalismo sovietico, sancendo così il predominio del partito comunista russo sui partiti comunisti di tutto il mondo, Italia inclusa.

Vendette della storia sulle utopie umane.  Però va riconosciuto che Gramsci a quel tempo era già nelle carceri di Mussolini, mentre Togliatti viveva a Mosca, ospite di Stalin.

Ecco, definire Gramsci “nemico dell’Italia”, significa essere rimasti inchiodati agli anni Trenta, alla frattura fascisti contro comunisti. In realtà fu solo una pseudo-frattura perché non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler, scambiando l’Europa occidentale con la Polonia e i paesi baltici. Però non fu solo un atto di realismo politico. Fu qualcosa che nasceva dal comune odio profondo di Hitler e Stalin verso la liberal-democrazia. Che solo l’irrazionale fame di vittorie di Hitler riuscì a corrompere con l’invasione della Russia nel 1941. Ne seguì il "mors tua vita mea" di Stalin.

Certo nel 1939, al tempo del patto Molotov-Ribbentrop, Gramsci era morto. Però, si lasci da parte la polemica sulle targhe, sui pensatori da onorare a prescindere. In realtà, quel che sfugge a Veneziani, ideologicamente abbigliato come al tempo del cinema dei telefoni bianchi, è che se Gramsci era nemico di qualcosa, lo era della liberal-democrazia.

Gramsci era leninista (come lo era Stalin), disprezzava la democrazia parlamentare e le libertà “borghesi”, proprio come Mussolini, che a sua volta era ammiratore di Sorel (un Lenin di destra, più teorico che politico).

Sorel, Mussolini, Gramsci, Lenin, Hitler e Stalin, gli estremi politici si toccavano. Tutti uniti dall’odio verso la liberal-democrazia: il miracoloso punto di arrivo del razionalismo politico liberale. Un sistema  che invece a loro avviso andava cancellato.

Qui il nodo Gramsci. Del resto, se proprio si deve usare la categoria “nemico dell’Italia”, Mussolini, come deve essere definito un “amico dell’Italia”? Un dittatore, che oltre alla distruzione sistematica dell’edificio liberale, preziosa eredità del Risorgimento, perseguitò gli ebrei e gli avversari politici ( tra i quali Gramsci), si alleò con Hitler, portò l’Italia in guerra, anzi in due guerre, mondiale e civile? Lasciando dietro di sé solo macerie?

Su queste cose Veneziani tace.

Il vero problema di questa destra (quindi non solo di Veneziani), dalle profonde radici nella cultura irrazionale che innervò il fascismo, resta l’antico odio verso la liberal-democrazia, liquidata come il maldestro tentativo politico di sostituire alla spada del guerriero la penna dell’avvocato.

Certo, ora la destra è al governo. Ma negli ottant’anni precedenti ha dovuto mandare giù il boccone amaro del parlamentarismo, del libero mercato, del libero pensiero. In realtà, questa destra non si è mai integrata culturalmente. Odia la repubblica degli avvocati. Si leggano i libri di Veneziani, Buttafuoco, eccetera:  riciclano  quel bellicoso irrazionalismo che rimanda alle basi ideologiche del fascismo.

Insomma, concludendo, se Gramsci è un nemico d’Italia, i riciclatori dell’irrazionalismo fascista sono forse gli amici? Sì, come lo fu Mussolini…

Carlo Gambescia