lunedì 7 febbraio 2022

A proposito dell’Indice di liquidità delle società di calcio…

 


Qualcuno si chiederà perché rispetto a quel che  sta accadendo ci si debba interrogare sulla questione dell’Indice di liquidità delle società  di calcio.

In realtà, si tratta di un esempio tipico di illiberalismo economico quotidiano. Qualcosa che è entrato nella mentalità comune dei dirigenti come dei tifosi e che viene accettato come un fatto normale. Come vedremo, un fenomeno che non riguarda solo il calcio. Ma questo il lettore lo scoprirà alla fine dell’articolo.

Innanzitutto che cos’è l’Indice di liquidità? È una spia che si accende quando un’impresa di qualsiasi tipo sembra non essere in grado di far fronte a determinati impegni finanziari perché a corto di liquidità.

Per capirsi, visto che si tratta di matematica finanziaria: un Indice uguale a 1 significa che l’azienda ha in cassa, in banca o in crediti a breve, disponibilità uguali all’ammontare del debito, esprimendo così una buona condizione di liquidità. L’Indice maggiore di 1 evidenzia disponibilità superiori ai debiti a breve. Minore di 1 una mancanza di disponibilità rispetto ai debiti a breve.

Si tratta perciò di una questione contabile interna all’impresa. Semplificando: chi gestisce, imprenditore o amministratore, si fa due conti e valuta cosa è meglio fare dal punto delle decisioni di impresa: incrementare o decrementare il capitale sociale, cercare nuovi soci, scontare alcuni titoli, tagliare alcune voci di spesa, eccetera, eccetera.

Perciò sono scelte interne, fondate su alcuni dati che vanno a costituire l’Indice di liquidità. Decisioni che rinviano alle capacità “interpretative del rischio” di un imprenditore. Quindi si tratta di fatto privato che ovviamente può produrre decisioni giuste o sbagliate. Il lettore prenda appunto.

Nel caso delle società di calcio, quindi di soggetti privati, l’indice di liquidità, un parametro privato- facoltativo, sembra invece essere diventato un parametro di tipo pubblico, obbligatorio, su decisione della Federcalcio (2015), monopolista del calcio e soggetto semipubblico, perché federato al Coni.

E lo è fino al punto che la Federcalcio, attraverso una commissione di vigilanza (Co.Vi.So.C.), verifica durante la stagione che i club rispettino l’Indice. Di conseguenza, nel caso di mancato rispetto della misura minima, si dispone, per dirla in “burocratese”, la non ammissione “ad operazioni di acquisizione del diritto alle prestazioni dei calciatori rispettivamente per la sessione”.

Pertanto, siamo davanti a una vera propria intromissione del pubblico, o del semipubblico ( o comunque del politicizzato), nel privato. Il calcio mercato, ripetiamo, cosa che dovrebbe riguardare le singole società, viene invece deciso, in base a un parametro, l’Indice di liquidità, tramutato da privato in pubblico.

Ma c’è dell’altro. Dal momento che l’Indice, come abbiamo visto, va da 0 a 1, viene sottoposto a ulteriori e curiose variazioni annue, che in pratica rifondano la matematica finanziaria…

Ad esempio, a causa dell’epidemia, pardon pandemia, la Federcalcio ha deciso di scendere allo 0,6. Pura politica, altro che mercato… Nel senso che ciò che prima – tra lo 0,6 e 1 – era visto come biasimevole ora è diventato meritorio… Insomma, come mutare la matematica (finanziaria) in opinione (politica)… Il che la dice lunga sull’uso politico dei dati…

A tale proposito, ricordiamo che l’ indice di liquidità, in una delle sue accezioni (quella primaria), viene usato, come parametro finanziario, altrettanto variabile, dall’Agenzia delle Entrate per valutare lo “stato di salute” di un’impresa. Perciò la Federcalcio sembra comportarsi come l’Agenzia delle Entrate.

Di solito si dice che tutto ciò viene fatto per il bene delle società di calcio e dei tifosi per impedire che le società si indebitino e falliscano, colpendo così storiche tradizioni sportive bla bla bla.

Però in questo modo si colpisce, cosa ancora più grave, la libertà delle società di calcio, annullandone l’ indipendenza economica. Per che cosa? Evitare un possibile ma non sempre probabile danno futuro. Possibile e probabile, il lettore prenda appunto.

La Federcalcio, organismo semipubblico, o comunque politicizzato, “pensa” al posto delle società di calcio, puntando sull’eliminazione del rischio imprenditoriale, che è rappresentato dallo spazio decisionale tra il possibile e probabile. Spazio benedetto in cui nasce e fiorisce la libertà di mercato.

Insomma, siamo davanti a una gravissima lesione della libertà. Accettata passivamente dalle società di calcio, dalla Federcalcio, dal Coni, dal Parlamento, dal Governo. Da tutti insomma. La stessa pubblica opinione accetta l’Indice di liquidità, come la cosa più normale del mondo.

Se ci si pensa bene, la logica pubblica dell’Indice di liquidità (non quella privata, facoltativa) riflette la stessa logica della cosiddetta saturazione dei posti nelle intensive.

Ci si preoccupa ancora prima che le cose avvengano, sacrificando così la libertà delle persone, ritenute incapaci di conoscere il proprio bene: dalle società di calcio, gestite dai burocrati della Federcalcio, ai cittadini intimiditi, in fila per farsi tamponi e vaccini.

Che tristezza.

Carlo Gambescia

domenica 6 febbraio 2022

Sanremo e il conformismo di sinistra e di destra

 


Per la sinistra, Sanremo, come scrive oggi Giannini sulla “Stampa”, è il trionfo della “costituzione materiale”, dell’Italia in marcia, nonostante tutto, che cambia, tollera le diversità, eccetera, eccetera. Insomma, come la può immaginare un progressista.

Per la destra, come questa mattina osserva Veneziani sulla “Verità”, Sanremo è invece la rappresentazione canora e scenica della “settimana più conformista dell’anno” gestita, ovviamente dalla sinistra al caviale. Solito ritornello, meloniano e salviniano.

Ora Sanremo, non è né una né l’altra cosa. O se proprio si vuole, è tutte e due le cose insieme: dietro il Festival c’è la televisione di stato, pubblica per i puristi. Quindi il conformismo è in formato magnum, ma a gettone.

Quando governava il centrodestra, a Sanremo impazzavano Tony Renis, direttore artistico, nonché i cantautori leghisti che si esprimevano in ostrogoto. Ora, evidentemente, tocca al centrosinistra… Detto altrimenti, alla “costituzione materiale” di Giannini, che consiste nelle sviolinate al Presidente Mattarella. Tra l’altro gradite (per dirla con Manzoni, lo sventurato rispose…).

Per inciso, il non conformista Veneziani, al tempo del Cavaliere, scrisse di un Festival di Sanremo identitario. Sì proprio così: identitario.

Tra l’altro, per inciso, all’epoca, Veneziani, da raffinato studioso di Evola, era consigliere di amministrazione in quota centrodestra… Un modo come un altro di “cavalcare la tigre”.

Inutile perciò prendersela più di tanto. La televisione di stato è così. Come dicevano i nonni, attacca l’asino dove vuole il padrone. Del momento, naturalmente.

Il vero problema, mai affrontato dalla sinistra e dalla destra, è quello di andare oltre l’arcaica e autarchica logica della tv pubblica.

Come? Un taglio netto. Privatizzando un costoso carrozzone che serve il potere, e che quindi è veicolo di conformismo a colori (politici) alternati. Neppure vietato dal codice strada.

Battute a parte. Il vero conformismo è nel comune e interessato rifiuto delle forze politiche, a destra come a sinistra, di mettere la Rai sul mercato. E lasciare che se la compri il migliore offerente.

Tanto, peggio di così…

Buona domenica a tutti.

Carlo Gambescia

sabato 5 febbraio 2022

Il partito della spesa pubblica

 


Che cos’è la spesa pubblica? In poche parole, uno strumento di consenso. Più investimenti, più voti. Il ragionamento è molto semplice.

Come si finanzia la spesa pubblica? Esistono due possibilità, spesso di natura complementare: la crescita dell’imposizione fiscale e/o del debito pubblico.

La pressione fiscale agisce sugli investimenti e sui consumi quindi colpendo domanda e offerta.

L’indebitamento pubblico agisce sul valore del portafoglio titoli dello stato, sugli interessi e per ricaduta sul costo del denaro, un moltiplicatore, al contrario, del debito, che finisce per influire di nuovo sulla domanda e sull’offerta di beni, assottigliandole.

Pertanto si viene a creare un circolo vizioso economico dal quale non è facile fuoriuscire.

Si dice che la spesa pubblica abbia un effetto leva sull’economia. In realtà, su tale questione, ammesso e non concesso che l’econometria (che non è altro che macroeconomia applicata) sia una scienza, esiste, tra gli altri, uno studio ufficiale del FMI (il World Economic Outlook 2014 – October: “Chapter 3: Is It Time for an Infrasctructure Push? The Macroeconomic Effects of Public Investment” (*).

Vi si studia l’effetto macroeconomico delle iniezioni di denaro pubblico in poco meno di duecento paesi, una trentina di essi a economia avanzata.

L’analisi mostra che il rapporto spesa pubblica/Pil è il seguente: ogni punto di aumento del Pil per investimenti, anche in termini di spesa pubblica, si traduce ogni anno in un aumento effettivo del Pil dello 0,4 per cento per toccare l’1,5/1,6 per cento dopo quattro anni, per così dire a regime.

Tuttavia l’indagine del FMI prova pure, come in presenza di un debito pubblico già elevato, cresca anche il rischio che i costi di finanziamento, non sempre in conto capitale, o comunque talvolta diretti verso settori a bassa produttività, contribuiscano ad aggravare i problemi di sostenibilità del debito pubblico.

Si è perciò dinanzi a una vera e propria scommessa. Che però dipende non tanto dal volume – dalla quantità – dei finanziamenti quanto dalla qualità dei medesimi che a sua volta è legata alla produttività reale dei settori di investimento. Si pensi ad esempio, per quel che riguarda lo Stivale, alla crisi, determinata anche da bassi livelli di produttività, di Alitalia, dove da decenni, come in una voragine, si gettano denari pubblici senza che la produttività sia cresciuta in misura soddisfacente.

Va inoltre registrata un’ altra questione che rinvia, più in concreto, al cosiddetto “effetto leva” degli investimenti pubblici.

Diciamo che può anche essere verosimile l’idea della risalita del Pil in modo più o meno rapido, tuttavia se il deficit si amplia, perché il Pil, pur crescendo non cresce quanto dovrebbe, anche il debito, dal punto di vista reale però, può accumularsi più velocemente.

Ciò però significa che un deficit crescente può dare l’illusione, sul lato del rapporto tra Pil e investimenti pubblici, che vi sia crescita nel breve periodo, ma non nel lungo periodo, perché nei tempi lunghi permane il rischio di aumentare anche il deficit, soprattutto se gli investimenti non hanno effetti di ricaduta nell’ambito della produttività.

Quel che è importante osservare, come del resto prova lo studio del FMI, è che l’ “effetto leva” denota una sproporzione tra mezzi usati (investimenti pubblici) e fini perseguiti (crescita del Pil). Sicché l’asticella degli investimenti pubblici, viene di volta in volta spostata sempre più in alto. I politici ritirano, come al tavolo della roulette le vincite minori, distribuendole ai cittadini. E promettendo grosse vincite, alzano la posta, accrescendo il rischio di mandare in rovina il paese, come capita alla maggior parte dei giocatori d’azzardo.

Altro che formule e formulette macroeconomiche… In realtà siamo davanti a una rischiosissima scommessa politica: una specie di gioco d’azzardo a spese, fino a un certo punto però, di cittadini che in realtà accettano tacitamente tutto questo. Si chiama anche individualismo protetto.

Un giocare alla roulette (per alcuni russa), che però consente al governo in carica di non perdere consensi. Come? Addossando sui governi successivi, che si comportano allo stesso modo, il peso di un indebitamento pubblico crescente che in realtà svuota le tasche di cittadini, apparentemente dediti al carpe diem.

Del resto gli studi sul ciclo elettorale e lo stesso senso comune provano che la spesa pubblica cresce prima delle elezioni, e diminuisce subito dopo, per tornare a crescere in prossimità delle elezioni. Di conseguenza tutti sembrano vivere felici e contenti. Fino a quando però?

Concludendo, esiste, purtroppo, e non solo in Italia, un partito della spesa pubblica. Come del resto prova il discorso d’insediamento del Presidente Mattarella.

Carlo Gambescia

(*) Qui (fare copia-incolla):  file:///C:/Documents%20and%20Settings/User/Documenti/Downloads/_c3pdf.pdf

venerdì 4 febbraio 2022

Il discorso d’insediamento del Presidente Mattarella: una risposta agli amici lettori

 


Innanzitutto ringrazio gli amici lettori  che hanno così gentilmente risposto alla mia domanda di ieri sera.

Che dire a mia volta? Credo abbia colto nel segno uno dei commentatori, a proposito del cattolicesimo sociale che sembra caratterizzare il discorso d’insediamento del Presidente Mattarella (*).

Prima però di venire al punto desidero fare una precisazione.

Il discorso sotto il profilo del diritto costituzionale, diciamo “vigente”, è inoppugnabile. Come pure la figura personale e intellettuale del Presidente resta certamente all’altezza dell’incarico . Ci mancherebbe altro

Che cosa non mi piaciuto allora del suo discorso? Proprio il cattolicesimo sociale. Cioè una visione sociale e interventista dello stato, che, se si è esclude forse Luigi Einaudi, ha sempre caratterizzato, per linea politica, la posizione dei presidenti dell’intera storia repubblicana.

Si dirà che essa è nelle cose stesse: il frutto prezioso di una comunione, prima che politica intellettuale, tra presidenti e dettato costituzionale.

Giustissimo. Però come insegnano i grandi maestri del diritto politico ogni costituzione discende “anche” dai rapporti di forza politici, reali, al momento della sua elaborazione. E la nostra Costituzione, sotto questo aspetto, riflette valori liberali (diciamo, in minima parte), ma soprattutto cristiani e socialisti (soprattutto).

Ovviamente si può non essere d’accordo con quel che dico, opponendomi questo o quell’articolo e spostando il discorso sulla forza irresistibile, ieri come oggi, dell’evoluzione dei diritti da individuali a sociali.

Però, è proprio questo il punto. E qui vengo al mio dissenso: dal momento che, come detto, sono un moderato e un realista, non posso non essere contrario a ogni filosofia della storia. Non posso condividere la filosofia racchiusa nella marcia trionfale dei diritti sociali. Filosofia politica, diciamo, sottesa al discorso d’ insediamento del Presidente Mattarella.

Come non avrei neppure condiviso un discorso animato da una filosofia di segno contrario. Diciamo, “antiprogressista”.

In realtà, il problema dei diritti sociali rinvia a una concezione sociologica che ritiene che la trasformazione delle istituzioni debba sempre precedere la trasformazione degli uomini. Il che significa attribuire inevitabilmente allo stato, e di conseguenza al diritto positivo un ruolo propulsivo, trascurando la spontanea e diffusa trasformazione dei costumi che invece rinvia alla concezione che la trasformazione degli uomini debba sempre precedere quella delle istituzioni.

Probabilmente, per dire una banalità, la “verità” è nel mezzo. Penso a una “verità” di natura storica, circostanziale, che riporta al rapporto storicistico tra carte costituzionali, forze sociali e ideologie prevalenti. Che però muta nel tempo, al variare del forze sociali, delle ideologie e così via. Ma questa è un’altra storia.

Ovviamente, quando si privilegia una certa concezione a priori della società, come quelle ricordate, si rischia di attestarsi su una visione parziale della società.

Qui, il limite, diciamo cognitivo-politico, del discorso di Mattarella. Si pensi, ad esempio, allo spazio dedicato, nell’ultima parte, al concetto di dignità (parola ripetuta 18 volte).

In sé concetto nobilissimo, che rinvia, oltre che a una tradizione filosofica importante, che include pensatori, pur molto differenti, come Tommaso e Kant, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e all’idea di una società giusta, perché capace di trattare gli uomini come fini non come mezzi.

Come non si può essere d’accordo? Però il problema è come attuarla la società giusta… Usando lo strumento del diritto positivo o lasciando fare, per così dire, al lavorio della consuetudine?

Mattarella, risponderebbe, richiamandosi al diritto pubblico, in particolare alla possibilità di trasformare gli uomini attraverso le istituzioni, per accelerare il processo. Altri osservatori invece, come chi scrive, ritengono pericoloso trascurare, per quanto più lenta, la trasformazione dei costumi.

Perché lo stato diritto – e sul punto si faccia attenzione – è sempre il diritto dello stato, stato che può decidere di anticipare come di posticipare le trasformazioni sociali. Il nodo è tutto qui. Nodo che il Presidente Mattarella, cattolico sociale, risolve puntando, diciamo sull’anticipo delle maggioranze parlamentari rispetto alla società nel suo insieme (quale continuo ribollio sociologico di anticipo e di posticipo, di maggioranze e minoranze). Quindi sulla relazione, data come speculare, tra principio politico di maggioranza e trasformazione sociale  dei costumi.

In qualche misura, il Presidente Mattarella, cristianissimo, mette il dio immortale, quello dei cieli, perfetto e insondabile, ai voti, confidando in un dio mortale, in terra, che si chiama stato, che però decide dopo libere elezioni e discussione parlamentare: un dio però imperfetto come tutte le cose mortali, anche se sondabile.

Un percorso formalmente ineccepibile, che però elude il problema, qualitativo, della reale commisurazione tra principio di maggioranza legale e maggioranza reale e conseguenti mezzi di trasformazione della realtà che inevitabilmente riconducono all’azione anticipatoria ma imperfetta dello stato.

Certo, mi si può rimproverare di aver dato come cosa  scontata l’identificazione, nel cattolicesimo sociale, tra stato e società. Come pure di aver sottovalutato  l’ampia legislazione italiana a tutela delle minoranze, non solo politiche, nonché di aver  discusso la questione a un livello molto astratto, sottovalutando, le differenze tra i diversi regimi politici e quindi il valore assoluto della democrazia, del principio di maggioranza e dello stesso ruolo dello stato.

Ne prendo atto. Però non cambio idea.

Carlo Gambescia

(*) Qui la versione integrale del Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento:  https://www.quirinale.it/elementi/62272

giovedì 3 febbraio 2022

Riflessioni metapolitiche. Politica dell’egemonia e politica dell’equilibrio

 

C’è un tratto comune che caratterizza l’attuale politica internazionale?

Ovviamente, ognuno di noi, può proiettare sulla realtà i propri desideri. Un pacifista vi vedrà gli sforzi per la pace e i pericoli di guerra. Un nemico del capitalismo, comunista o fascista che sia, scorgerà i segnali della crisi finale. Un liberale, invece, il cattivo funzionamento dello stato di diritto, come pure del sistema delle libertà di mercato, prigioniere di una visione semisocialista. Un ecologista, l’inquinamento galoppante, la povertà e le malattie, come il disastroso portato di una natura ferita che si vendica. Eccetera, eccetera.

In realtà, la prima cosa da evitare è di impantanarsi nell’ideologia dei “desiderata”. Per volgersi a ciò che, piaccia o meno,  vi è di permanente nella politica.

Permanente nel senso di quel che permane storicamente al passare dei secoli. Parliamo di costanti metapolitiche.

Quali? Innanzitutto, quella egemonica. Egemonia, come regolare ricerca del dominio politico; dominio come controllo e determinazione dei comportamenti dei principali attori della politica internazionale: stati e organizzazioni di tipo politico, economico, religioso, culturale, dalle alleanze regionali alle istituzioni internazionali di ogni tipo.

Se dominassimo, come dall’alto di una finestra, il panorama internazionale cosa ci permetterebbe di vedere il cannocchiale, per così dire, del concetto di egemonia?

Intanto, l’ inesistenza di una potenza egemone in assoluto. Né che sia in atto un qualsiasi tentativo militare di egemonizzare il mondo alla stregua di altri tentativi storici. Allo stato delle cose non c’è alcuna potenza che rivendichi apertamente, quindi teorizzi, l’egemonia mondiale. Esistono solo sfere d’influenza politica (come quella americana con l’appendice europea, poi russa e cinese e satelliti), più o meno forti, con effetti di ricaduta economica, anche sull’economia mondiale.

Si dirà, che il silenzio, da parte degli stati appena citati, sull’egemonia imperiale, non significa che essi non aspirino a modellare il mondo a propria immagine. Tuttavia un conto sono le aspirazioni, per giunta non chiaramente teorizzate ed esposte, un altro i fatti che indicano, ciò che si può chiamare, la soglia antonina: il ripiegamento imperiale, più o meno, all’interno dei propri confini.

A differenza però di quell’importante passaggio, che fu l’età antonina (96-192 d. C.), oggi non premono ai confini barbari armati o vicini riottosi capaci di rappresentare un reale pericolo politico.

L’immigrazione, enfatizzata dalle destre, non ha nulla a che vedere, con il periodo delle grandi migrazioni, che causò aggiungendosi a cause interne, il crollo dell’Impero romano (sottolineando il fatto che dopo gli Antonini ci vollero oltre due secoli e mezzo). Oggi, nulla si muove nelle steppe asiatiche. Né l’Islam, arabo o meno, ha forze militari capaci di distruggere l’Occidente euro-americano. Anzi la stabilità cinese e russa è un bastione contro quello che potrebbe accadere, in termini di gravissimi movimenti di popoli, se le due potenze dovessero cedere il passo a seguito di gravi disordini civili e militari interni.

Pertanto la stabilità russa e cinese è fondamentale per il destino del mondo euro-occidentale. Come lo, è quella latino-americana, per gli Stati Uniti, e quella balcanica per l’Unione Europea.

Torna quindi in gioco, ecco l’ altra costante metapolitica, il concetto di equilibrio tra potenze che si equivalgono, soddisfatte dalle proprie condizioni, economiche e politiche, pronte però a intervenire, associandosi, nel caso che una di esse punti all’egemonia sulle altre. Per capirsi, la politica romana, almeno fino alla soglia augustea (e traianea, quella antonina indica invece il ripiegamento), fu egemonica. Mentre la politica mondiale, tra i Trattati pace di Utrecht (1713), con l’intervallo (per così dire) della sgroppata rivoluzionaria e Napoleonica (1792-1815), fino alla Grande Guerra (1914-1918) e all’avvento di Hitler (1933), fu caratterizzata dalla politica dell’equilibrio. Non si potrebbe dire la stessa cosa della “Guerra Fredda” (1947-1991), che fu una lotta egemonica tra due potenze fortissime. All’epoca si parlò anche di equilibrio ma “del terrore”, quindi con tutto il rispetto per Kissinger, qualcosa di profondamente diverso dall’ equilibro, a quattro (poi a cinque), dell’Europa della Restaurazione (1815-1848), che peraltro non conosceva le armi atomiche.

Per contro, il periodo apertosi con il consolidamento della Russia post-sovietica (dopo il 1991) e della Cina comunista a una sottospecie del capitalismo di stato (per gradi, dopo il 1978) sembra essere tornato alla politica dell’equilibrio.

Attenzione però, la politica dell’equilibrio non esclude le guerre di mantenimento dello status quo. Che non sono perciò guerre imperiali, egemoniche.

Per fare un esempio recente: il conflitto ucraino, rinvia a un nuovo equilibrio, costituitosi ai confini della Russia dopo la caduta del comunismo. Che la Russia di Putin, talvolta, sembra non riconoscere, forse rimpiangendo i trascorsi egemonici sovietici e zaristi. Perciò l’Europa, gli Stati Uniti e la Cina, dovrebbero intelligentemente ricordare a Putin, che oggi ci si muove all’interno di una politica dell’equilibrio e non dell’egemonia come ai tempi del bipolarismo della Guerra Fredda.

Gli errori di Biden (a torto aggressivo con la Cina), di Macron (che gioca al piccolo De Gaulle, per non parlare dei cinquemila ridicoli elmetti inviati dalla Germania all’Ucraina…), di Xi Jinping (troppo schiacciato sull’economia cinese), mostrano che, nonostante l'evoluzione dei fatti, si continua a ragionare in termini di politica dell’ egemonia, ritenendo, ipocritamente o meno, che basti sedersi intorno a tavolo e parlare di pace…

In questo modo si commette un grave crimine verso quella stessa pace e che a parole si vuole difendere.

Bisogna invece prendere atto realisticamente dell’ evoluzione del sistema internazionale verso la politica dell’equilibrio.

Politica che non esclude conflitti, soprattutto locali, ma che può garantire la pace, meglio della politica dell’egemonia.

Carlo Gambescia

mercoledì 2 febbraio 2022

Che ci sarà da ridere?

 


Se si dovesse indicare un denominatore comune, culturale e sociale, per l’Occidente di oggi, si potrebbe trovare nella larghissima diffusione della satira.

Che cos’è la satira? È la critica del luogo comune, di ciò che viene condiviso, spesso superficialmente, dalle persone. Che può essere vero o falso, ma che comunque costituisce un pregiudizio, qualcosa che condiziona il giudizio delle persone.

Ad esempio, si dice che i militari debbano essere tutti coraggiosi, la satira invece mostra il contrario, provocando un mare si risate… Si dice che i politici debbano essere tutti onesti, la satira invece prova l’opposto, e così via, tra le risate generali.

In realtà, non tutti i militari sono vigliacchi, come non tutti i politici sono disonesti, però la satira non fa differenze, come ogni forma di pregiudizio. In questo modo, anche la satira si tramuta in qualcosa di scontato, se si vuole di luogo comune contro i luoghi comuni. Un atteggiamento “satirico” che a sua volta meriterebbe di essere oggetto di satira. Ma non sempre è così.

In questa contraddizione, gli storici dei generi letterari e artistici, hanno colto il limite della satira, che ride di tutto, ma non sempre di se stessa. Nelle epoche pre-democratiche, la vita di chi viveva di satira, letterati, attori, eccetera, non era facile. Per contro, nelle nostre società democratiche, è facilissima.

La satira è addirittura entrata a far parte del discorso politico. Di qui però, la sua strumentalizzazione ideologica, fenomeno amplificato dal carattere di massa della nostra società, carattere mimetico, emulativo, reiterativo.

Tradotto: tutto si trasmette facilmente, in particolare ai tempi di Internet, gli uni copiano gli altri, perfino nelle forme e nei contenuti delle battute e risate. Fermo restando che è la società di massa ad essere virale, non Internet, che, per quanto veloce, è un puro e semplice veicolo (come la televisione, il cinema, il teatro, eccetera).

Pertanto – concetto importantissimo da comprendere – il problema non è tanto quello della “direzione politica” della satira, sottomessa o meno al potere, quanto quello, ripetiamo, del diffuso ridere di ogni cosa senza badare al colore politico. In quel modo cinico-passivo, tipico delle “folle solitarie”, al fondo apolitiche o impolitiche, per usare una celebre espressione.

Oggi, in ogni paese dell’ Occidente, sono particolarmente apprezzati quei comici capaci di imitare politici e persone famose. E quindi suscitare le fragorose risate di un pubblico, ormai abituato a non aver rispetto per alcuno, “tanto sono tutti uguali”, come si sente ripetere.

Tutto questo ridere fa bene o male alla struttura della società? Indubbiamente nuoce al principio di autorità ( già in crisi anche per altre ragioni). Come pure influisce sulla pura e semplice deferenza sociale, non tanto verso il potere, quanto nelle relazioni tra i singoli, che abituati a ridere di tutto, non prendono nulla sul serio.

La società della satira e della risata indebolisce il contegno sociale: il come comportarsi in società senza offendere gli altri.

Si tenga presente che il contegno sociale, non appare come per incanto, ma è frutto di quell’autodisciplina che si fonda sulla credenza che un militare è coraggioso, un politico onesto, un professore diligente, eccetera.

Ovviamente, anche queste credenze sono pregiudizi, però utili, perché garantiscono il normale funzionamento della vita sociale. Riderne, soprattutto senza alcuna remora, rimanda sempre a pregiudizi, però dannosi dal punto di vista del funzionamento sociale.

Il punto sul quale meditare, non è tanto quello della satira in sé, che è sempre esistita, quanto quello del rapporto tra satira e società di massa: quanto più tutti ridono di tutto – il che in una società di massa è inevitabile – tanto più le vertebre – insomma, lo scheletro formale dei comportamenti sociali – rischia di corrompersi e spezzarsi.

Va però sottolineato che la crisi epidemica, pardon pandemica, ha visto, con pochissime eccezioni, comici, attori e artisti, soprattutto nelle prime fasi, autolimitarsi. Insomma, non esercitare il “diritto di satira”. Ora, però la situazione sembra essere quasi tornata alla normalità, diciamo di “satira”.

Ciò significa che attendere che la satira limiti se stessa, se non nel quadro percettivo di una catastrofe vera o presunta che sia, è impossibile. Come del resto è impossibile limitarla, in una società che la considera un valore politico.

Si potrebbe parlare di un vero e proprio vicolo cieco.

Perciò che ci sarà da ridere?

Carlo Gambescia

martedì 1 febbraio 2022

Un anno dopo (ma sarebbero due...)


 

Ecco cari amici lettori quel che scrissi sul blog nel gennaio del 2021. Poi pubblicato nella chiusa del mio Metapolitica del Coronavirus (*).
A voi il giudizio.

Carlo Gambescia

SABATO 30 GENNAIO 2021
UN ANNO DOPO…

Ieri pomeriggio sono tornato nello stesso ufficio postale di un anno fa, stesso giorno, stesso orario, stesse bollette (più salate, magari). Che cosa ho trovato? Una lunga fila di persone, tutte in mascherina, fuori in attesa; turisti, giapponesi o meno, neppure a pagarli oro; controllo della febbre all’ingresso, personale seminascosto da paratie in plexiglass.

L’anno scorso, i meccanismi autodifensivi del sociale, che scattano sulla base di giudizi di realtà dettati dalla legge di Thomas, avevano creato il vuoto intorno a due ragazzi giapponesi, scambiati per cinesi. Quest’anno, scorgo invece che il vuoto è cresciuto fuori e dentro di noi: oltre me, all’interno dell’ufficio tre persone, o “utenti”, occhi sopra le mascherine che si guardano sospettosi.

Quanto si potrà andare avanti così? Il governo risponde che le cose andranno così fin quando non saremo tutti vaccinati. Però, non c’è ancora una data precisa. Si parla dell’autunno. Forse.

In realtà la questione preoccupante è dettata dall’incrociarsi tra normalità e anormalità. O per meglio dire, un’anormalità di vita (nel lavoro, nella libertà di movimento, nella vita di relazione, eccetera) che viene presentata come normale, come qualcosa di ineludibile. Ci si sente rispondere che è per il nostro bene. E che comunque sia, e lo si dice con tono tra l’imperativo e il premuroso, come con i bambini, è così e si deve fare così.

Un’anormalità di vita che implica una regressione collettiva verso l’infanzia, verso una condizione di minorità che annulla una libertà faticosamente guadagnata. Un processo di cui pochi sembrano essere consapevoli. La sicurezza, almeno sul piano collettivo, maggioritario se si vuole, sembra preferita alla libertà.

Non parlerei però di una svolta antropologica, l’uomo, tranne alcune storiche fiammate, spesso dettate dalla disperazione, ha sempre mostrato di preferire la rassegnazione alla ribellione. Le radici sociali dell’obbedienza sono in quell’ “È così e si deve fare così”. È sempre più facile dire sì che dire no.

In verità, se proprio di svolta si vuole parlare si tratta di una svolta politica e sociale: il vero pericolo per il futuro è rappresentato dalla cultura politi¬ca del precedente.

D’ora in avanti, ammesso e non concesso che si esca da questa emergenza, esiste il rischio, più che fondato, che dinanzi a ogni epidemia futura si evochi e implementi, come modello di intervento, il precedente delle misure coercitive anti-Coronavirus come unica soluzione. Ovviamente, molto dipenderà dall’evoluzione della situazione in atto. Ma, come già si sente dire, il modello coercitivo, tra l’altro mutuato dalla Cina (non propriamente un modello di liberal-democrazia), funziona, quindi basterà solo qualche ritocco…

Il che potrebbe significare stabilizzazione ed estensione, a livello di protocollo da applicare inflessibilmente al minimo accenno epidemico, di misure coercitive all’insegna del protezionismo sanitario in tutti gli ambiti, dalla sfera pubblica a quella privata. Misure “protocollari” che potrebbero essere prese da un governo di destra, di sinistra, di “unità nazionale” o tecnico. Insomma da un Conte, da un Salvini o da un Draghi…

Come si può capire, in un anno sono cambiate tante cose. E osservando la piega presa dagli eventi politici, economici e culturali, a dire il vero, sembra proprio che al peggio non vi sia fine. Del resto gli esseri umani si abituano a tutto. Oppure no?

Carlo Gambescia

(*) Carlo Gambescia, Metapolitica del Coronavirus. Un diario pubblico, postfazioni di Alessandro Litta Modignani e Carlo Pompei, Edizioni Il Foglio 2021, pp. 145-146 (https://www.ibs.it/metapolitica-del-coronavirus-diario-pubblico-libro-carlo-gambescia/e/9788876068287 ) .