domenica 7 novembre 2021

LA MORSA

 

La morsa, come senso di oppressione, di tormento, sono in pochi  ad avvertirla.

La paura  di ammalarsi, il conformismo, quindi il timore si esprimere pubblicamente il proprio pensiero, l’egoismo individuale mal diretto, magari  verso lo  smart working e una socialità dolciastra mediata dai social,   sono  autentici ostacoli cognitivi.  Ammesso e non concesso che gli uomini al credere preferiscano il capire.  

Sono tutti moventi  psicologici e sociali che  spingono verso una sola dimensione:  quella dell’autodisciplina, che può tuttavia trasformarsi in un tempo, neppure troppo lontano,  in  servitù volontaria.  In qualcosa di totalitario.

Del resto,  la protesta è ristretta a  gruppi di estremisti: gente  che in fondo non ha nulla da perdere, già nemica del  “sistema”, a prescindere, che coglie l’occasione per fare rumore. Gente marginale,  liquidata,  proprio perché tale,   alla stessa stregua del  tifo violento:  la si lascia sfogare, controllando da lontano e intervenendo in chiave rapsodica  per dare l’esempio.

Manca, per usare un termine alto,  qualsiasi vero anelito di libertà. Sicché la morsa  non si avverte.

C’è  ma non si vede.  I pochi, di regola studiosi e intellettuali,  che  avvertono  i pericoli di questa situazione, nella migliore delle ipotesi  vengono isolati e  liquidati  come “originali”, nella peggiore come i classici "nemici del popolo”.  

Ho raccolto in  un libro le mie  osservazioni, molto critiche,  su ciò può essere definito, l’ “Anno Uno”, il 2020,  della controrivoluzione  welfarista-sanitaria (*).  Non dovrei dirlo, perché poco elegante,  ma il  libro spicca per   valore predittivo.

Gli  sviluppi previsti, sulla base dell’analisi sociologica, si sono puntualmente verificati.  In particolare, la tesi degli automatismi,  indotti dal mimetismo sociale,  per cui la gente obbedisce ai colori.  

Detto altrimenti, siamo davanti, ma amplificata, alla stessa logica delle centraline anti-inquinamento, basate su parametri manipolabili. Estesa alle misure anti-epidemiche, pardon anti-pandemiche.

Come il cane pavloviano, la  gente reagisce, obbedendo al colore. È la tecnica del semaforo rosso:  in pratica, si obbedisce, fermandosi all’incrocio,  senza che nessuna entità fisica  dia l’ordine. I giuristi, con il solito forbito gioco di parole,  la chiamano norma endoattiva. Gentile,  teorico del fascismo, laicizzando Agostino,  parlava di stato in  "interiore homine"...  nobilitando la MVSN, composta di ex squadristi.  

Il punto è che in questo modo  la disciplina, non importa qui come ottenuta,  viene  elevata ad altissima virtù civica.  Obbedire è bello.   

Ma se il rosso semaforico indica un pericolo oggettivo, il rosso anti-epidemico, pardon anti-pandemico, indica un pericolo, tale però  secondo un' interpretazione soggettiva del potere politico, coadiuvato da una scienza istituzionalizzata, che dipende dallo stesso potere politico: un circolo vizioso quindi.  

Insomma, la strada verso il totalitarismo, come macchina politica impersonale sembra essere  più  aperta che mai.

Certo, qualcuno può passare con il rosso, ma la differenza statistica, come noto, è  sempre  a favore di coloro che si fermano all’incrocio. Il che, ripeto, se è giusto per un semaforo  rosso,  diventa  meno giusto per un semaforo epidemico, pardon pandemico.    

Qui, non è solo un problema di  ingiusta  estensione dei poteri dello stato, come ripetono alcuni liberali ridens.

In realtà,  al centro della questione c’è l’atteggiamento del cittadino,  giorno dopo giorno trasformato in suddito, che  obbedisce in automatico, senza bisogno di ordini, come davanti a  un semaforo rosso.  

Perché, in fondo, per la stragrande maggioranza della gente, la libertà è un peso. Tutti si fermano, perché non devo fermarmi anch’io?  In fondo è per il mio bene? Quel semaforo è lì per allungarmi la vita.

Ecco il ragionamento, che resta lo stesso, anche  davanti al semaforo epidemico, pardon pandemico…   

Dico questo, da liberale triste, non ridens.  Impotente, dinanzi alla morsa, sempre più stringente, che soffoca, giorno dopo giorno, la libertà di tutti.

Anche dei passivi, di coloro, e sono  tanti,  che non sanno quello che fanno.

Chi perdonerà loro? Complici inconsapevoli di un potere sempre più oppressivo?      


Carlo Gambescia



(*)  Qui il mio libro, “Metapolitica del Coronavirus. Una diario pubblico”, Edizioni Il Foglio, 2021, postfazioni di Alessandro Litta Modignani e Carlo Pompei:    https://www.ibs.it/metapolitica-del-coronavirus-diario-pubblico-libro-carlo-gambescia/e/9788876068287 .

sabato 6 novembre 2021

TRA GUERRA E PACE


 

 

 Ieri discutendo con alcuni amici lettori  sulle origini della Grande Guerra e sulle responsabilità italiane (*),  mi sono  accorto che  a un certo punto   le  differenze  si radicalizzavano fino a polarizzarsi  sulla frattura tra fautori della pace, come  rifiuto della guerra in quanto tale, e sostenitori  della guerra, come inevitabile continuazione  della politica con altri mezzi.  

Quindi ho  ritenuto  inutile continuare a discutere… Anche come forma di rispetto per le opinioni altrui.  Tutte lecite, soprattutto, come ieri, quando ben argomentate e, cosa che non guasta, avanzate  in  modo cortese.

Per venire al nodo della questione,  sulla guerra e sulla pace esistono  quattro posizioni.

La prima, pacifista, sostiene  che la guerra va sempre rifiutata. Si deve fare il possibile per “espellerla” dalla storia. Il pacifista rifiuta non solo la guerra offensiva ma anche la guerra  difensiva (in caso di aggressione). Per dirla con Max Weber, siamo davanti a un agire  che non fa i conti, razionalmente, con la realtà, con le cose come sono, in termini di risorse e valori. Pura etica dei principi.    

La seconda,  semipacifista,  ritiene che  non ci si possa sottrarre  alla guerra giusta, ad esempio difensiva, se attaccati, oppure per aiutare un alleato ingiustamente aggredito. Racchiude un inizio di azione razionale, perché accetta, anche se solo in parte, il principio del calcolo.  

La terza, realista,  ritiene la  guerra inevitabile in alcune situazioni. Come nel caso della guerra preventiva, quindi offensiva,  per mettere fuori gioco un nemico che può farsi in futuro pericoloso. Le uniche ragioni avanzate sono quelle del calcolo, sulla convenienza o meno di una guerra, considerata un mezzo politico, come un altro (ma si badi, non l’unico).  Per dirla  sempre  con Weber siamo in pieno agire razionale rispetto allo scopo, nei termini di  un serbatoio di risorse e valori.  Pura etica della responsablità.

La quarta, ultrarealista,  giudica la guerra una vera e propria continuazione della politica con altri mezzi, violenti  nel caso. Ma in termini di unica soluzione di tutte le cose.  Di qui, la non distinzione tra guerre giuste e ingiuste, ma anche  i gravi   errori di calcolo a causa  di una irrazionale volontà di potenza non realmente  rapportata  a risorse e valori.    

Il pacifismo, come pensiero politico strutturato,   è un prodotto del XX secolo, frutto  di una cultura umanitaria, dalle radici religiose, che  affondano nella conquista pacifica, dall’interno, dell’Impero Romano d’Occidente.Tuttavia,  una volta asceso al potere,  il cristianesimo sostituì  al pacifismo assoluto, il semipacifismo delle guerre giuste e il realismo delle guerre preventive, salvo ricorrere contro “gli eretici” all’ultrarealismo.     

Il semipacifismo, spesso più che di convinzione è frutto di debolezza.  Si pensi  allo sconfitto, ad esempio, che di  necessità  fa virtù: semirazionalizza la sconfitta.  Si pensi, all’Italia, che, sconfitta, ha inserito nella Costituzione il rifiuto della Guerra (art. 11), salvo poi evocare (art. 52), il concetto di guerra difensiva.  

La terza concezione, quella realista, rinvia alla normale dinamica storica, segnata da  guerra e  pace,  da nuove guerre, nuove paci,  frutto  di strategie, tattiche,   alleanze,  alle quali gli uomini mai rinunceranno.  Diciamo che è  una visione che si fonda sullo studio e l’osservazione della storia, quindi sui calcoli circa la necessità di fare  la guerra o meno. Si potrebbe parlare di “realisti razionali”.

La quarta concezione, ultrarealista,  rinvia ai fondatori di grandi istituzioni politiche ( o più semplicemente che hanno tentato), come imperi e  monarchie ad esempio. Figure storiche (non facciamo nomi perché la scelta è ampia) che hanno sistematicamente usato la violenza per appagare una volontà di potenza  che solo secondariamente sarebbe sfociata, quasi in modo inconsapevole, in una realtà politica di largo respiro.

Come si può capire “espellere” la guerra dalla storia è molto difficile,  se non del tutto  impossibile. E per una semplice ragione:  non basta dire che non si vogliono avere nemici, per eliminare o evitare le guerre, perché, il semipacifista,  il realista e soprattutto l’ultrarealista, scorgono inevitabilmente i nemici e agiscono di conseguenza. Le buone intenzioni non bastano.  Si ricordi il famoso discorso,  riportato da Tucidide, degli Ateniesi  agli abitanti dell’isola di Melo: lasciandoli in pace,  la debolezza mostrata avrebbe rappresentato un cattivo esempio, un invito a ribellarsi,  per tutti gli altri stati e staterelli  sotto la  sfera d’influenza ateniese.

Né può valere la tesi all’educazione mondiale alla pace. Dietro la guerra, c’è una volontà di potenza, innata nell’uomo, che ciclicamente torna in superficie. Una volontà di potenza che si alterna con la volontà di pace, anch’essa forte.  Il che spiega, anche per altre ragioni strutturali, i periodi di pace.

Tuttavia la guerra è sempre possibile e probabile. Di qui la necessità di non farsi cogliere alla sprovvista. Ma anche  la pericolosità, per la sopravvivenza, del pacifismo puro, che ritiene sia sufficiente dichiarare di non volere nemici. In realtà è sempre il nemico a scegliere il suo nemico,  indipendentemente  dalle blandizie e arrendevolezze pacifiste.

Ciò che invece  si può fare  è regolamentare la guerra, fin dove possibile, via accordi internazionali,  sul piano organizzativo circa l’ uso di armi troppo potenti, come di certe forme disumane e inutili di eliminazione fisica del nemico.  

Ora, per tornare, alla discussione di ieri, il pacifismo del XXI secolo sembra essere molto forte nell’opinione pubblica, soprattutto dell’ Occidente euro-americano. Mentre non lo è  in Cina,  in Russia e nel mondo islamico.

Perciò prima o poi, l’Occidente, come l’Italia nel 1915, certo allora su scala più piccola,  si troverà a fare delle gravi  scelte.

Il discorso sull’utilità o meno di entrare in guerra nel 1915, dovrebbe  spingere  ancora oggi a  discutere la questione  dal punto di vista  del realismo politico, della terza posizione, del calcolo, quella dei “realisti razionali”.   

Per citare  Max Weber,  la discussione  dovrebbe esclusivamente   incentrarsi intorno  all’ agire razionale rispetto allo scopo (come allora i giolittiani) o all’ agire razionale rispetto ai valori (come all’epoca l’interventismo democratico).

Tuttavia all’epoca  giocarono un ruolo decisivo  il  pacifismo (allora socialista)  e  l’ ultrarealismo ( dei nazionalisti): alla fine  vinsero gli ultrarealisti, persero i pacifisti. Va però ricordato che le due correnti rappresentavano ( e rappresentano) un’ irrazionale volontà  di pace come di guerra, che subito dopo la fine del conflitto, seppellì le “ragioni razionali”  dei giolittiani come degli interventisti democratici.   

Come detto,  l’Occidente,  prima o  poi,  si ritroverà inevitabilmente  dinanzi allo stesso dilemma del 1915.  Dove sono oggi i   “realisti  razionali”?     

Di qui, la possibilità, di una nuova  pericolosa  sfida, senza alcun ponte,   tra pacifisti e ultrarealisti.  Segnata dall’alternativa, secca e  irrazionale,  tra guerra   o pace, senza condizioni.


Carlo Gambescia 

 

(*) Qui l'articolo di ieri:  https://cargambesciametapolitics.altervista.org/1915-1918-una-guerra-per-la-liberta/  


venerdì 5 novembre 2021

1915-1918, UNA GUERRA PER LA LIBERTÀ

 Si faccia pure  una ricerca su Internet.   Quel che si scopre  è la  forte ritrosia, quasi vergogna,  a  ricordare   la  vittoria italiana nella “Grande Guerra”.  Non si capisce bene se  furono per  primi i liberali e  gli interventisti democratici, anche socialisti,   a parlare di “Anniversario della Vittoria”  a proposito  delle celebrazione dell’armistizio firmato tra Italia e Austro-Ungheria  a Villa Giusti il 3 novembre 1918, entrato in vigore il giorno dopo, il 4 novembre.

Comunque sia, il fascismo,  puntando sul mito della “vittoria mutilata”, mito nazionalista, quindi di  pura e cieca potenza,  strumentalizzò il  tricolore -   ci si perdoni l’accento forse  retorico -  sui campanili di Trento e Trieste.

Bandiera  sulla quale  -  il che va detto  - socialisti  e comunisti sputavano volentieri, insultando e malmenando ufficiali e soldati   fieri delle medaglie eroicamente conquistate. La bestialità della reazione fascista, purtroppo si spiega “anche” con la cecità leninista della sinistra pseudobolscevica.

Nel Secondo dopoguerra la Repubblica catto-socialista pose l’accento sull’unità degli italiani  e sulle forze armate, fin quando la vulgata pacifista e marxista, post sessantottina, ridusse l’Anniversario della Vittoria  a un reperto archeologico, rispetto alla Nuova Era - sulla carta e nei sogni  -   della Pace Universale.

Si dirà che la nostra è una ricostruzione sommaria e di parte.  Probabile. Per chi scrive la “Grande Guerra”, resta e resterà sempre la Quarta Guerra d’Indipendenza: una guerra combattuta per la “libertà” degli italiani di Trento e Trieste.

Perciò, ieri sera, non abbiamo potuto non gradire il docu-film, come si dice oggi, “La scelta di Maria”, rievocativo della tumulazione del milite ignoto nel 1921, trasmesso dalla Rai.  Perché, come uno squarcio di luce, dopo anni di  nuvolosa melassa pacifista, si è tornato a parlare senza mezza di termini, di “guerra per la libertà degli italiani”, recependo la grande lezione  degli interventisti democratici, quasi tutti  radicali, liberali, socialisti riformisti, perfino repubblicani.  

Forze politiche, purtroppo all’epoca sparse,  di cui Luigi Gasparotto,  Ministro  della Guerra (non della “Difesa”...)  nell’ultimo governo liberale prima della Marcia su Roma, fu degnissimo rappresentante.

Gasparotto, già combattente,  volle con tutte le sue forze la  tumulazione  del Milite Ignoto, presso l'Altare della Patria. Come  segno  dell' unità nazionale perseguita con la vittoria sull'Austria-Ungheria. Vittoria giustamente ritenuta  in perfetta continuità con le guerre del Risorgimento. Senza però, per questo,  rifiutare di  stendere la mano al nemico sconfitto. E qui si pensi, alla figura emblematica di un Bissolati, favorevole all'autodeterminazione dei popoli slavi, malvisto dai socialisti e maltrattato dai fascisti.        

Il respiro del  “docu-film”, come recita il titolo,  abbraccia la duplice  tragedia di una madre, che ha perso il figlio in guerra e non ha una  tomba sulla quale piangere... Che  però viene chiamata a  scegliere tra le undici salme di soldati ignoti quella che riposerà a Roma...

Al di là del dramma esistenziale, comprensibilissimo,  domina, seppure sullo sfondo,  la figura invisibile  del figlio:  maestro, e  “irredento”, come si diceva allora, perché  suddito austriaco, arruolatosi come ufficiale nell’esercito italiano, quindi disertore e traditore  per gli austriaci.  Ce ne furono molti. Tra i quali Cesare Battisti, catturato e giustiziato, senza tanti complimenti.

Insomma, una nobile  pagina di storia italiana, mai digerita da fascisti, comunisti, democristiani (in particolare la sinistra cattolica),  pacifisti tout court.  

Guerra per la libertà. Oggi sembra quasi una bestemmia. Eppure  per gli italiani di Trento e Trieste così fu.


Carlo Gambescia   
                  

giovedì 4 novembre 2021

LIBERALE SU MARTE? NO, SULLA TERRA (la mia replica a Massimo Maraviglia) di Carlo Gambescia


 

 

Devo dire che quello di Massimo Maraviglia  è un contrattacco in piena regola.  Si propone di spostare l’asse della discussione dal fascismo al liberalismo.  Molto abile.  Chapeau (*).

Grazie anche per le belle parole nei miei riguardi.

Un piccola premessa. Non sono l’avvocato d’ufficio del pensiero liberale. In passato ho scritto  un libro sul liberalismo (**). Un  testo  di sociologia non di storia delle idee in cui sostengo che dal punto di vista del rapporto tra società e stato  esistono almeno quattro liberalismi: archico,  macro-archico. micro-archico, an-archico. Tra i  quali, come anticipato, ne ravviso  uno politico, archico,  triste, perché realista, nemico dell’utopia, di qualunque colore sia, persino liberale.

E di realtà vorrei parlare.  E qui desidero  fare subito una distinzione. Nella sua replica Maraviglia gioca su due piani: filosofico e di storia delle idee. Diciamo però che nell’insieme si muove sul terreno normativo. Su ciò che la libertà deve essere ( si pensi alla citazione di Gentile, sulla poi tornerò...).  

Non mi pare che Maraviglia   si  occupi di ciò che la libertà sia in concreto.  Parla, sì, di realtà effettiva, però solo  quando parte lancia in resta contro il liberalismo.  Che, a suo avviso, è sempre da condannare, sotto qualsiasi versione storica:  risorgimentale,  post-risorgimentale, repubblicana.  In pratica,  l’Italia non gli deve nulla. Se non disastri. E qui, replico,  rinviando  alle statistiche storiche Istat dal 1861 ai nostri giorni. Buona lettura.

E sulla base  di che cosa Maraviglia condanna  il liberalismo reale?   Di un’idea di libertà, di una norma, che andrà  poi calata nella realtà. Quindi siamo davanti  alla classica opposizione, e contraddizione,  tra giudizi di fatto  e giudizi normativi. O se si preferisce di valore.  

Il procedimento  è il seguente:  l’idea di libertà del liberalismo è falsa e utopica  perché non tiene conto della realtà. Quale sarebbe allora  la  mossa argomentativa seguente?  Quella di indicare un’idea di libertà  aderente alla realtà. Cosa che non avviene,  perché Maraviglia rinvia alla definizione di libertà di un  fascista come Giovanni Gentile (per carità sul piano umano una brava persona, ottimo  storico  e  magnifico docente, trucidato barbaramente).  

E su quanto il fascismo abbia attuato questa idea di libertà, credo  sia inutile discutere.  

Però l'idea di libertà di Gentile non va respinta solo perché fascista in senso fallimentare, ma perché rifiuta la realtà.  Il bailamme attualista non è altro che un rifiuto della realtà così com’è, al quale si oppone un attivismo molto astratto,  che nella pratica,   finisce per  includere squadristi e  arma dei carabinieri:  lo stato dentro ognuno di noi.  Sì, a mazzate (pardon, per l’espressione).

Quanto all’accenno all’ individuo assoluto di Evola, alzo le braccia. Ricordo con nostalgia lunghe e brillanti conversazioni in argomento  con il compianto Gian Franco Lami. Che tentava ogni volta di convincermi sulla possibilità di un liberalismo a sfondo elitario-tradizionalista, con Evola come capofila. Io non escludevo, aggiungendo però che la  filosofia e la storia delle idee sono una cosa,  la sociologia un’altra. Perciò  meglio non fare confusione.     

Sicché  per avere valore esaustivo la critica di Maraviglia avrebbe dovuto fondarsi su un giudizio di fatto  su un’altra esperienza concreta  di libertà non liberale. E per "par condicio" in ambito storico moderno.

Cosa che non poteva e non  può  fare, per totale  mancanza di società  fasciste e libere al tempo stesso.  Di qui la scappatoia: o  si torna alla idealizzazione del passato (cosa che Maraviglia evita), o ci si proietta nello spazio del   fascismo su Marte, acchiappatutto, una specie di cavalcata delle valchirie, ogni volta con abbigliamento storico diverso. Dopo di che,  chi vivrà vedrà. E questa mi sembra la strada scelta da Maraviglia.  

Pertanto,  dalle vette  di un fascismo ideale, in qualche misura occasionalista, quindi inafferrabile, è molto facile sparare sull' ambulanza liberale che arranca per le salite. Insomma, sparare alzo zero  sul liberalismo reale.  Che come ogni fenomeno reale  assume le caratteristiche della società e del tempo in cui vive, caratteristiche che sono ovviamente imperfette.  

Ma il problema non è neppure questo. Perché, come ho detto, non sono l’avvocato d’ufficio di nessuna ideologia. O eventualmente, se proprio mi si vuole etichettare, prima che liberale sono sociologo.

E come tale   - vengo al problema -   non ho potuto non notare che l’ asserzione di Adam Smith, storicamente documentata,  sulla natura individualistica dell’agire sociale, come interazione degli interessi  e dei valori  è esatta. Come è altrettanto esatta la visione storica di Hume del sociale, come processo spontaneo, che si autoregola, attraverso l’esperienza e la selezione delle istituzioni. Ma potrei citare anche  un pensatore come Montesquieu e altri ancora, altrettanto attenti alla natura evolutivo-spontaneista del sociale.

E qui va ricordato che Smith e Hume sono stati definiti pensatori liberali non dai contemporanei, ma neppure dai figli e  nipoti, per così dire. Sono stati denominati liberali  solo  nel Novecento. Quando si è “scoperto”, anche ufficialmente, il liberalismo come ideologia, e in qualche misura, in alcune sue tendenze,  addirittura come  una forma di costruttivismo. Quindi qualcosa che si allontana dall'esperienza sociale.

E qui si pensi al cosiddetto liberal-socialismo, un liberalismo ridens,  macro-archico,   favorevole, come i suoi avversari all’interventismo pubblico.  E, cosa peggiore,  a quella tremenda  motorizzazione del diritto e dei diritti, che Maraviglia  addebita invece  al liberalismo tout court.

In realtà, Smith e Hume, ci spiegano, che gli uomini  fanno i propri interessi, perseguono i propri valori.talvolta facendo centro, talaltra mancando il bersaglio.  Non c'è  alcun disegno generale.  Si è "costruito" il capitalismo e si è "edificato" il liberalismo senza sapere, se non nel tardo Ottocento, ciò si era fatto.  Insomma,   senza alcun  piano o disegno preciso. Se ci si passa il paradosso, il mondo moderno è liberale e capitalista per caso...

Di conseguenza, la libertà concreta, sociologica, consiste proprio in questa possibilità.  Una libertà, che è anche rischio, rischio vero,   e che   combacia con il naturale divenire sociologico della società. Ci troviamo davanti  a un raccordo, certo minimale, denso di vittorie  e sconfitte individuali,  ma reale,  tra fatto e norma.

Ovviamente si tratta di una libertà imperfetta, che soprattutto nella società di massa, può assumere aspetti sgradevoli, per qualcuno ripugnanti,  ma che resta l’unica possibile, perché rinvia alla realtà sociale, così com’è e non come dovrebbe essere secondo questa o quella ideologia, anche liberale.

Perché, come detto,  esiste un liberalismo costruttivista. Paradossalmente,  quanto più ci si è sforzati di attribuire, un precisa fisionomia storica  al liberalismo ideologico, tanto più ci si è allontanati dal liberalismo reale, sociologico, secondo l'inconsapevole lezione di Hume, Smtih e altri pensatori, liberali senza saperlo. Ma sopraffini sociologi.   

In questo senso, il mio liberalismo, se proprio vogliamo usare questo termine,  è triste, non ridens,  perché essendo consapevole  della pericolosità dell’ottimistica utopia costruttivista, rinuncia al momento costruttivista e normativo.  Anzi lo teme. E da qualunque parte provenga.  Quanto più l'esperienza sociologica fa premio sull'ideologia politica, sulla norma,  di qualunque tipo sia, tanto più una società è liberale. Magari senza neppure saperlo.  

Nessuna fuga in avanti,  né indietro. E neppure pretendo di possedere il monopolio della realtà (per non parlare di quello della verità...).  Mi appello solo alla concretezza sociologica. Se poi combacia, e qualche volta capita (nonostante i politici, tutti, inclusi certi “dichiarati” liberali di oggi),  con quella del liberalismo archico, triste, non ridens, sociologico, diciamo con la storia delle idee,  tanto meglio.  

Ovviamente anch'io ho  mio demone da servire.  Le mie simpatie... I miei giudizi di valore... Però prima viene  la verifica sociologica. Che ci dice, come hanno mostrato Hume e Smith, eccetera,eccetera.

Sintetizzando: liberale su Marte? No, sulla Terra.                                                                                              

Carlo Gambescia   


 (*)  Qui:  https://vendemmietardive.blogspot.com/2021/11/destra-liberalismo-e-fascismo.html  .

(**) Qui: https://www.ibs.it/liberalismo-triste-percorso-da-burke-libro-carlo-gambescia/e/9788876064005  .

 

***


 Segue l’interessante commento dell’amico Aldo La Fata al primo scritto di Maraviglia (*).  Un testo equilibrato, che condivido e apprezzo, perché ricco di spunti di riflessione. . Buona lettura. (C.G.)  

Vedo ora Carlo. Intanto, grazie per la condivisione.

Di Maraviglia non parlo perché in verità quel poco che ho letto di lui sta tutto nei commenti alle tue riflessioni quotidiane. In linea di massima, ripeto per quel poco che so di lui, mi sento abbastanza in sintonia.

Personalmente non ho mai elogiato il fascismo, neppure come “ideale”, seppure ne abbia subito anch’io in gioventù il fascino della rivolta ideale, della suggestione dei valori antiborghesi, delle radici che non gelano, dell’amore per gli autori di riferimento magari nel nome di una superiore concezione della vita e del mondo.
Tutte le cose negative del fascismo invece mi hanno sempre fatto orrore, ribrezzo, (e non starò qui ad elencarle, perché le conosciamo tutti fin troppo bene).

Io mi reputo politicamente un anarchico-conservatore alla Prezzolini e intellettualmente un aristocratico liberale alla Ortega y Gasset; idealmente invece (quindi nel mondo dei sogni), sono un monarchico (ma i miei sogni monarchici si fermano al Sacro Romano Impero); sono per il pensiero aristocratico che non è anti-niente ma vola alto su tutto.

Come direbbe Evola, ma in un senso diverso e opposto, per me il Fascismo è troppo poco: i suoi ideali anche quando erano alti e nobili sono stati inficiati da una prassi troppo discutibile per essere minimamente accettabile. E purtroppo non si può separare il fascismo come ideale dal fascismo storico. Ma forse per Maraviglia sì, non so. Senza contare che i difetti storici del Fascismo sono stati ereditati dal neofascismo e non sono neppure estranei alla Nuova Destra (intendo sia quella intellettualistica ed etnicista di Alain de Benoist che quella demagogica e populista di Salvini-Meloni).

La metapolitica che professo poi, indegnamente sulle orme di Panunzio, mi impedisce qualsiasi apprezzamento passatista e politico in senso stretto. Mi interessa solo ciò che è in grado di elevare l’uomo mentalmente e spiritualmente, di migliorare la sua condizione umana e sociale e di favorire la sua libertà e liberalità nel pensiero e nell’azione. Tutto il resto mi sembra appartenere o all’ideologia o a un pericoloso controfattuale fantastico.

È vero però che la cultura di destra continua ad esercitare su di me un grosso fascino, lo ammetto e sono anche certo che se leggessi Maraviglia finirei sicuramente col condividerlo ed apprezzarlo. Certo definirsi fascisti oggi può essere un po' pericoloso e personalmente penso sia sbagliato. Perché scommettere su una parola così divisiva e urticante per affermare dei legittimi e giusti ideali politici? Un caro saluto ad entrambi.


Aldo La Fata

 (*) Qui:  https://vendemmietardive.blogspot.com/2021/10/perche-la-destra-non-puo-e-non-deve.html
 

mercoledì 3 novembre 2021

Ibn Khaldūn, un Machiavelli nordafricano…

 

 

Il realismo politico (e sociologico)  deve  molto all’opera di Ibn Khaldūn, straordinaria figura di  Machiavelli nordafricano, vissuto un secolo prima del Segretario fiorentino, ma altrettanto acuto, seppure più timorato di dio. Un inciso, a sua volta, per par condicio storiografica, si potrebbe definire Machiavelli un Ibn Khaldūn italiano...


Ma veniamo al punto.  Che intendiamo dire con il termine realismo politico e sociologico? Un approccio che studia  la  realtà umana e sociale  per ciò che  è e non per ciò che deve essere.  

Per capirsi, ricordiamo due assiomi fondamentali, il primo  politico: dove c’è un nemico, là c’è la  politica, ergo prepararsi al conflitto, come pure alla cooperazione ma sempre in funzione del possibile conflitto; il secondo, sociologico:  le buone intenzioni non bastano, quindi va privilegiata l’etica della responsabilità rispetto a quella dei principi, perché  gli effetti perversi delle azioni sociali non perdonano.   

Per dirla in termini poco togati, la vita è dura. E bisogna prenderne atto. Senza sconti per nessuno. Quindi guai a utopisti e sognatori politici.

Non per niente due maestri del realismo politico del Novecento, come Julien Freund e Gaston Bouthoul, hanno dedicato pagine importanti a Ibn Khaldūn   e   alla sua  “Muqaddima”.  Siamo davanti, insomma,  come recita il titolo tradotto (“Prolegomeni”),  a  un’ introduzione di sopraffina  scienza politica e sociologica alla storia universale.  Di cui però si attende ancora, a centocinquant’anni circa dalla traduzione francese, la versione  in lingua italiana (sembra ora  in corso per i tipi di  Bompiani…).

Immagini quindi il lettore la nostra gioia di sociologi realisti  nel poter leggere, finalmente, una approfondita analisi del suo pensiero sociologico, “anche” attenta a questi aspetti.  Ci riferiamo  all’ottimo libro di  Annalisa Verza, professore associato di Sociologia e Filosofia del diritto  presso l’Università di Bologna: "Ibn Khaldūn. Le origini arabe della sociologia della civilizzazione e del potere" (*).

Il libro, che si dipana  in  cinque capitoli, armonici anche per numero di pagine  (più o meno una media di cinquanta per capitolo),   ha almeno quattro   piani di lettura.

Il primo,  rinvia alla storia della sociologia, alla grande e irrisolta questione dei suoi precursori e “inventori” (cap. I).  Di qui, la verifica di una serie di raccordi, di  anticipi e posticipi, tra Ibn Khaldūn e i  padri  del pensiero sociologico europeo. Ad esempio, la questione della asabiyya, concetto cardine khalduniano ( che può essere tradotto con “spirito di corpo”, “lealtà di gruppo”, come sottolinea l’autrice),  precede chiaramente il dibattito otto-novecentesco, sul rapporto tra  status e contratto,  ben ricostruito da Robert  Nisbet,  sui vari tipi di solidarietà sociale e politica (cap. II).  
Come del resto, altro fondamentale concetto  khalduniano, il conflitto tra società nomade e sedentaria, alla base dei processi di conquista, consolidamento, degenerazione e caduta  delle civiltà urbane (o marittime per dirla con Jacques Pirenne), rinvia al conflitto  tra comunità e società, altro cavallo di battaglia  di padri e classici della sociologia (capp. II e III). Tutti aspetti, puntualmente individuati da Annalisa Verza, che sembra privilegiare ma con cautela, la tesi dell’anticipatore (cfr. cap. I, par. 4.2).

Un secondo piano di lettura rimanda all’esegesi biografica e intellettuale dell’opera  khalduniana e alle stratificazioni interpretative (in particolare cap. I) che riflettono a specchio ( o quasi)  le mutevoli  concezioni politiche, culturali, sociali e religiose succedutesi nel tempo. Per così dire, un Ibn Khaldūn per tutte le stagioni. Fondamentalista per i fondamentalisti, ateo per gli atei, materialista per i materialista per i materialisti, illuminista per gli illuministi, eccetera, eccetera.

Lo studio delle genealogie di pensiero, pur essendo importantissimo dal punto di vista  della storia delle idee, rimanda al  “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello. Fermo restando, in questo caso, la dotta e impeccabile rassegna interpretativa, portata a termine dall’autrice, con una  determinazione   degna del capitano Achab, senza  le stesse  manie suicide, ovviamente.

Un terzo piano di lettura riconduce a quella  che può essere  definita l’euristica della crisi ( cap. IV). E perciò a una serie di concetti, in qualche misura operativi, utilissimi per il ricercatore. Ci riferiamo, ad esempio, alla tematica delle generazioni e ai  successivi livelli di leadership:  dal “costruttore” (il conquistatore, la prima generazione)  al distruttore, (la quarta , il re fannullone),  passando per i gradi intermedi dell’esemplarità (il figli del costruttore, la seconda generazione) e del tradizionalismo pedissequo (i nipoti, la terza). Un tema, tra l’altro interessantissimo, che ha affascinato, ancora di  prima Mannheim e Sorokin   il nostro Giuseppe Ferrari, sociologo ante litteram, oggi misconosciuto. Tutti insieme ovviamente anticipati da Ibn Khaldūn.  

Il quarto e ultimo piano di lettura, è quello dell’attualità non solo politologica ma politica della “Muqaddima”. Qui, forse,  la parte meno convincente dell’ottimo studio  di Annalisa Verza. E per due ragioni.  Innanzitutto, l’approccio di Ibn Khaldūn, nonostante l’eccellente fisionomia realista,  resta olista:  il pensatore non è un individualista metodologico. Sotto questo aspetto, non comincia mai dall’individuo, quindi dalla parte, ma dal tutto, come prova l’uso sistematico e pregiudiziale  di un pur importante concetto come quello di asabiyya.  È vero che privilegia il conflitto. Però lo usa in chiave olistica  di  contrasto tra gruppi, istituzioni o blocchi di società (ad esempio nomadi contro sedentari).  Inoltre, sembra che tra i  quattro tipi di azione weberiani,   Ibn Khaldūn  sottovaluti l’agire razionale rispetto allo scopo. Il che,  proprio quando si occupa di economia,  e di tasse eccessive, come fattore di crisi e decadenza,  lo porta a ignorare la moderna tipologia degli investimenti in conto capitale, che rinvia alla libera impresa e ai processi di innovazione studiati da Schumpeter.

Del resto, però,  si parla di un pensatore vissuto nel XIV secolo, quindi  non può non essere così.  Sarebbe anacronistico imputargli l’assenza di una mentalità capitalistica. Diciamo che Ibn Khaldun è al di là di Keynes come di  Hayek. Da che  mondo è mondo  il fiscalismo è  all’origine della caduta di imperi e  stati: ma una cosa è il moderno welfare state  (Keynes) o  il libero mercato capitalistico (Hayek),  un’altra le economie dell’harem. Si ricordi, come narra gustosamente  Runciman, lo storico delle Crociate, lo stupore  dei  nobili  europei, appena arrivati a Gerusalemme,  a proposito dello stile, tipico delle economie dell’harem, imitato dai reucci crociati:  dello spreco per lo spreco, assai  lontano, da quella  mentalità   protocapitalistica che fece fare affari d’oro, con le Crociate, soprattutto le ultime, a Veneziani e Genovesi, alimentando gli sprechi dei principi  Crociati,  stanziali,  pigri  e arabizzanti.

Infine, il nodo dell’individualismo metodologico, in qualche misura, non consente a  Ibn Khaldūn di approfondire la questione degli effetti perversi delle azioni sociali. Ovviamente il pensatore non sottovaluta il ruolo dell’eterogenesi dei fini.  Si respira però  nelle sua opera un clima durkhemiano, o se si preferisce, più modernamente, struttural-funzionalista, di assoluta inevitabilità e pesantezza dei fenomeni sociali. All’istanza costruttivista, del valore guerriero della coesione di gruppo,  Ibn Khaldūn sembra affiancare certo determinismo  anti-individualista. In sintesi:  tutto ciò che è città, pur producendo ricchezza, è male, perché ha in sé i germi della inevitabile dissoluzione.  

Pertanto,  per tornare all’attualità di Ibn Khaldūn, quale ruolo potrebbe giocare il suo pensiero  in  una società come la  nostra  che celebra l’individuo e la città? Di ammonizione? Di non tirare troppo la corda?   Ma se la decadenza è nelle cose (di città), come sottrarsi alle cose (di città)?  Tornando al nomadismo guerriero?   Nelle sue conclusioni, diremmo con una ammirevole  abilità interpretativa,  Annalisa Verza, parla di una asabiyya, anzi “super asabiyya”, democratico-liberale, capace di ricompattare  il quadro politico dell’Occidente, ritornando alle nostre origini, che però - ecco il punto -  sono urbane. Quindi, inevitabilmente, sempre secondo Ibn Khaldūn, condannate a perire.  

Certo, resta  l’individuo, nulla è definitivo...  Però  se alla parte si privilegia il tutto, ci si preclude ogni possibile  di fuga.  Tutto diventa definitivo.

E qui   torniamo all’individualismo metodologico, e, politicamente parlando, al pensiero liberale, un pensiero “ di città”...  Si può essere khalduniani e liberali al tempo stesso?     


Carlo Gambescia
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(*) Annalisa Verza, "Ibn Khaldūn. Le origini arabe della sociologia della civilizzazione e del potere", Franco Angeli, Milano 2018, pp. 280, euro  34,50;  https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?codicelibro=1525.55 .

martedì 2 novembre 2021

IL BALILLA ECOLOGISTA

 

 

 Il ballila chi era? Durante  il fascismo un ragazzo tra gli otto e i quattordici anni inquadrato in una formazione di tipo paramilitare.  Lo stesso accadeva  in Russia e nella Germania nazionalsocialista, ovviamente  con denominazioni diverse.

Per lo  stato totalitario l’inquadramento  dei bambini, degli adolescenti, dei giovani,   era  necessario.  Si trattava di formare le  future generazioni di cittadini e di  quadri  dirigenti del partito secondo l’ideologia unica  dominante.

Siamo davanti  al lato moderno del totalitarismo. Per quale ragione moderno? Perché basato sull’idea, moderna, non balzana se applicata in modiche quantità,  che risale alla filosofia sensista e illuminista,  che attraverso l’istruzione e  l’educazione  si  può determinare il  cambio o mutazione della mentalità culturale. Sicché  - ecco l’assioma pedagogico  -  più si è giovani, più si è plasmabili.

Il fascismo e il comunismo sono caduti, però l’idea dell’individuo modellabile come  cera non è scomparsa. Anzi, unita  a un altro  mito  tipicamente moderno, del   giovane come fattore di progresso (quindi opposto all’uomo adulto  come fattore di conservazione), la tesi  che “i giovani possono cambiare il mondo” rappresenta  il leitmotiv della società attuale.

Si prenda la questione del cosiddetto cambiamento climatico. Quale argomento migliore per mettere nell'angolo   chiunque osi avanzare qualche dubbio?  Come  si può non costruire un mondo migliore per i giovani di oggi che saranno gli adulti di domani?  Come si può impedire ai giovani di contestare gli adulti, su un tema come quello del cambiamento climatico,  dal momento  che il futuro è loro?

Di qui, l’ascesa alla statura di “personaggio pubblico” di giovanissimi leader come Greta ad esempio, ora diciottenne.  Figure, che come un tempo  i balilla denunciavano il genitore che non denunciava un antifascista,  oggi   accusano senza mezzi termini  il padre che snobba la differenziata.

Può apparire una battuta.  In realtà  lo spazio accordato dai mass media  ai balilla verdi  è enorme.  Come del resto l’attenzione dei politici verso  il  fenomeno dell’ecologismo giovanile.

La politica, crede di riuscire a contenere il fenomeno, nascondendosi dietro la solita retorica dei buoni sentimenti verso i figli  che inevitabilmente  "vedono più lontano dei padri”. In realtà, si ignora la portata antisistemica  di un sistema scolastico  che inculca nei  bambini valori antiliberali e anticapitalisti.

Non si ignori infatti che  l’ecologismo non è altro che il proseguimento con altri mezzi della lotta contro la libertà economica, condotta in passato  da  movimenti politici  come il fascismo e il comunismo.  Libertà economica, tuttora liquidata in molti   manuali  di scienze naturali e ambientali  come libertà di inquinare.

Il balilla verde di oggi potrebbe essere il fascista o il comunista di domani. O comunque sia  il  membro di qualche nuovo partito unico  ecologista  a sfondo teologico-politico

Esageriamo?  Perché crescendo, come alcuni ritengono,  si cambia, si matura, non si vedono più le cose in bianco e nero?  Quindi la cera non è così plasmabile?

Può darsi. Però l’opprimente  clima, sanitarista-ecologista, che oggi si respira,  non promette nulla di buono. 

Carlo Gambescia


lunedì 1 novembre 2021

MASSIMO MARAVIGLIA: UN NON CONFORMISTA DEGLI ANNI VENTI DEL SECOLO XXI


 


Massimo Maraviglia, che conosco da anni  attraverso i suoi  scritti, alcuni molto interessanti, è,  come si dice,  un  intellettuale  “impegnato”, più culturalmente che politicamente però.  Insomma non ha mai studiato da ministro.  

Genericamente, lo si potrebbe ricondurre a destra. Posizionamento che però Maraviglia non accetterebbe,  ritenendosi probabilmente per visione della vita e   idee  un fascista, al di là della destra e della sinistra...

Ovviamente, non pensiamo  al   fascista  pittoresco dei saluti romani, del “quando  c’era Lui”, eccetera, eccetera.  

Lo schema ideale e culturale di Maraviglia è quello del non conformista degli anni Trenta del XX secolo,  ben descritto da  Tarmo Kunnas,  ne “La tentazione fascista”. In sintesi estrema:  antiliberalismo e  anticapitalismo sul piano culturale, olismo su quello metodologico, individualistico-estetizzante, con  verticalizzazione dal sacro al trascendente, su quello antropologico-religioso.  

Per farla breve,  Massimo Meraviglia come non conformista degli anni Venti del XXI secolo

Il che dal punto di vista di una concezione del mondo individuale può essere accettato.  Libertà di opinione, innanzitutto. Ci mancherebbe altro.

Qui  risiede  l’errore dell’antifascismo  che mescola concezioni individuali e politico-partitiche, facendo di tutta l’erba un "fascio"...  Costringendo, per reazione,  uno  studioso e docente di qualità, come Maraviglia, a scrivere articoli,   come quello di ieri, altrettanto polemici.  Il cui titolo è una specie di dichiarazione di guerra:  “Perché la destra non può e non deve essere antifascista”  (*).

Per  un verso, non si può non essere d’accordo con Maraviglia, perché  l’antifascismo ( come insegnano Del Noce  e Noventa)  non è che un   fascismo rovesciato, un totalitarismo che da nero si fa rosso. Tuttavia, e questo è un primo limite del suo articolo, Maraviglia, sembra non tenere in considerazione, il  momento  totalitario che accomuna fascismo e comunismo. Si limita  a ribattere, in chiave molto polemica,  di critica   del politicamente corretto, alle tesi   dell’antifascismo  “rosso”.

Dopo di che, e qui il secondo, pesantissimo, limite, Maraviglia elogia il   fascismo, quello “nero”, o se si preferisce "rosso-nero", come visione del mondo, alla quale, la destra non può e non deve rinunciare.

Maraviglia si riferisce  al   fascismo come visione del mondo ma anche come pratica politica.  Perché, come si legge, il fascismo  avrebbe liberato la destra dai “bacchettoni”, in  buona sostanza  dalle frange  ultraconservatrici.                                                                                                                   

In realtà, cosa sulla quale Maraviglia dovrebbe riflettere con maggiore attenzione, il fascismo ha  conculcato,  sempre a destra, i valori liberali (che non sono quelli dei liberal-socialisti che ci governano oggi), come,   più in generale,  ha oltraggiato la libertà pura e semplice dei cittadini: risucchiati dalla  macchina  centripeta monopartitica, via via sempre più totalitaria.  

Un macchina infernale, per così dire,  dalla quale la successiva “Repubblica dei partiti”  non si è mai liberata, se non nel 1992-1994, per precipitare però  nella “Repubblica giudiziaria e populista”.

Quindi se proprio di eccessi si desidera parlare, l’Italia dal 1922 ai nostri giorni  ha peccato di totalitarismo, prima monopartitico poi pluripartitico a sfondo partitocratico.  Dal momento che l’idea di partito-governo, e di riflesso quella di stato, come strumento di trasformazione sociale, quindi come fattore costruttivista, è rimasta sempre la stessa.  Del resto i  liberal-socialisti, che oggi governano in Italia,  in mezza Europa e negli Stati Uniti,  condividono con i fascisti la stessa idea della stato interventista.

Ecco, perché la destra, al contrario di quanto sostiene Massimo Maraviglia, non può non dichiararsi antifascista, come pure anticomunista  e antiliberal-socialista. In una parola, antitotalitaria.

La destra deve essere liberale,  nel senso di opporsi a ogni tendenza costruttivista e statalista.  La lezione liberale, ben recepita nell’Ottocento, non è quella novecentesca dello stato sociale dal diritto  motorizzato in nome dei diritti più vaghi e bizzarri,  ma è quella  del lasciar fare, lasciar passare,  del lento mutare dei costumi, dell’autoriforma sociale, quando e se necessaria, senza alcun intervento dall’alto.

Il che  implica una visione  del potere non legata al conseguimento del  consenso a ogni costo.  Ma capace di nutrirsi di  una concezione del  potere, come istituzione  sempre pronta a fare un passo indietro. Il che, lo ammettiamo, considerata la natura dell’uomo, può apparire utopico.  

Però una cosa è partire da una visione non costruttivista,  spontaneista,  che accetta il rischio individualista, un’altra  invece da un visione costruttivista, che  in ultima istanza non crede nell’individuo. O comunque, se vi crede,   celebra  l’ individuo di  domani, del  dopo le riforme dall’alto eccetera, eccetera.      

Ovviamente, ci  si può rispondere, che esiste un fascismo-poesia sociale del XX secolo che non è statalista, che non è costruttivista, mai pienamente realizzato, eccetera, eccetera. Concediamo pure  che si potrebbe dire  la stessa cosa del liberalismo.  

Aggiungiamo  però che lo  studioso di sociologia  alla poesia preferisce  la prosa dei fatti.   Che insegna che il rapporto tra ideologia e realtà è molto complicato e che  le buone intenzioni dei costruttivisti  - ammesso che siano sempre  buone -   non bastano.  C’è una cosa  che si chiama effetto perverso delle azioni sociali.    

Regola, ovviamente, che vale per tutti:  fascisti, comunisti, liberali, socialisti, democristiani e così via.

Nessuno è perfetto.  Perciò,  meglio evitare i voli pindarici degli ingegneri sociali.

Dopo di che, per carità, come scriveva Max Weber,  ognuno di noi resta libero di servire il proprio demone.


Carlo Gambescia            


(*) Qui:  https://vendemmietardive.blogspot.com/2021/10/perche-la-destra-non-puo-e-non-deve.html