giovedì 9 marzo 2006


Profili/17 
Reinhard Bendix




La sociologia attuale si presenta al profano come un sapere sempre più specializzato, empirico e soprattutto "schiacciato" sul presente. La storia, che per i classici della disciplina da Durkheim a Weber, era il terreno ideale per formulare e verificare ipotesi teoriche e studiare in chiave comparativa le istituzioni, oggi non ha più alcun interesse per il sociologo. Basta sfogliare un qualsiasi manuale per trovarsi dinanzi a una specie di "prontuario del pronto soccorso sociale".
Ecco perché sarebbe utile rileggere le opere di Reinhard Bendix (1916-1991), uno dei pochi sociologi che nella seconda metà del Novecento abbia cercato di coniugare sociologia e storia.
Reinhard Bendix nasce in Germania, a Berlino nel 1916, da una famiglia benestante e colta di origine ebraica. Il padre, un brillante avvocato e studioso di problemi giuridici e sociali, ben introdotto negli ambienti socialdemocratici, ma poco favorevole all'estremismo comunista e nazionalsocialista, sarà per il giovane Bendix la "sua università". Nel 1938 la famiglia, a causa delle persecuzioni, emigra in America. Il giovane Reinhard studia a Chicago dove consegue il Phd in filosofia e scienze sociali (1943). Dopo di che insegna per un breve periodo presso l'Università del Colorado. Nel 1947 si trasferisce all'Università della California Berkeley, dove insegnerà fino alla morte (1991). Nel 1969 è nominato presidente dell'American Sociological Association. Nel corso della sua carriera è chiamato a insegnare anche all'estero e insignito di prestigiosi premi. Negli anni Ottanta infine ritorna in Germania, nel periodo dell riunificazione, per ricordare agli studenti berlinesi, proprio lui che giovanissimo aveva sofferto l'esperienza dell' "utopia a sfondo totalitario" nazionalsocialista e comunista, come democrazia e libertà siano i beni più preziosi, da conservare e difendere a ogni costo.
Il filo conduttore dell'opera di Bendix, che aveva intellettualmente alle spalle, a differenza della sociologia statunitense del suo tempo, lo storicismo tedesco (frutto di consuetudini di studio giovanili, legate alla lezione paterna), è rappresentato dalle trasformazioni sociologiche del concetto di autorità. Bendix ne studia in chiave storico-comparativa, e sviluppando le intuizioni weberiane su potere razionale e tradizionale, tutti i passaggi dall'età medievale a quella moderna, dalle varie modernizzazioni (culturali, politiche, sociali, economiche) ai processi di colonizzazione e decolonizzazione. Con una ricchezza di informazione storica e sociologica che non ha eguali, se non nell'opera di Max Weber.
Per Bendix il concetto di autorità, non è un costrutto operativo puramente empirico e "misurabile", ma una concetto sociologico da verificare storicamente.
Tre sono le ipotesi intorno a cui ruota la sua analisi: a) l' autorità è un fatto culturale prima che economico; b) la moderna secolarizzazione del concetto di autorità non è un processo irreversibile, dal momento che l'uomo è al tempo stesso un essere razionale-irrazionale, perciò aperto alla dialettica storica tra fato, destino e libertà; c) le costruzioni del concetto di autorità sia sul piano "economico" (come nel caso dello sviluppo della grande industria), sia su quello "nazionale" ( come a proposito della nascita dello stato-nazione) sono sempre il portato di un'opera di socializzazione. Attraverso la quale le élite intellettuali che "trasmettono" (dall'alto) i nuovi valori, non possono non riceverne di ritorno dal popolo ( e dunque dal basso) una versione, non meccanicamente consensuale, ma "ragionata". Pertanto i processi di socializzazione politica e dell'autorità sono bidirezionali: dove c'è "unidirezionalità", come nei totalitarismi e nazionalismi fanatici, si aprono sempre crisi spaventose in cui non solo viene messa in discussione una classe politica e intellettuale al potere, ma la stessa idea di autorità in quanto tale.
Il suo approccio, ad esempio, sarebbe oggi particolarmente utile per capire gli sviluppi e il significato della crisi irachena, dove la democrazia "importata" e imposta con le armi dagli americani e grazie compiacenti élite locali è frutto di un tipico processo "unidirezionale", che potrebbe causare la scomparsa definitiva, o comunque per un lungo periodo di tempo, di qualsiasi idea di autorità condivisa da tutta popolazione.

Opere principali: Social Mobility in Industrial Society (con S.M. Lipset, 1959, trad. it. Marsilio, Padova 1969-1972), State and Society: A Reader in Comparative Political Sociology ( et al, eds, 1968, 1974), Work and Authority in Industry: Ideologies of Management in the Course of Industrialization (1956, 1974, trad. it, Etas, Milano 1973), Nation-Building and Citizenship (1964, 1976, trad. it. Laterza 1969), Max Weber: An Intellectual Portrait (1960, 1977, trad. it. Zanichelli 1984), Kings or People: Power and the Mandate to Rule ( 1978, trad. it. Feltrinelli 1980), Force, Fate, and Freedom (1984, trad. it. il Mulino 1987), Embattled Reason. Essay on Social Knowledge (1988-1989, 2 voll.), From Berlin to Berkeley. German-Jewish Identities (1986).

Carlo Gambescia

mercoledì 8 marzo 2006


Il libro della settimana: Costanzo Preve, Il popolo al potere, Arianna, Casalecchio (Bo) 2006, pp. 210, Euro 12,95. 


http://www.macrolibrarsi.it/libri/__popolo_al_potere.php


Costanzo Preve, come si diceva un tempo, è autore fecondissimo. Tuttavia, a differenza di altri studiosi altrettanto prolifici, ogni suo nuovo libro offre sempre un'idea, un concetto, uno spunto originale che ne rende la lettura preziosa. Il filosofo torinese appartiene a quella categoria di pensatori che addirittura regala, a quei lettori che sanno apprezzare, autentici tesori. Lo si può giustamente definire un generoso pescatore di perle... 
E questa volta in cosa consiste il suo dono?
Il popolo al potere. Il problema della democrazia nei suoi aspetti storici e filosofici (www.ariannaeditrice.it) è interessante e importante per almeno due ragioni.
In primo luogo perché fornisce una "reinterpretazione" storica e filosofica della storia della democrazia come idea e fatto al tempo stesso. E in duecento pagine non è poco. Soprattutto perché Preve a differenza di un libro, che tra l'altro lui garbatamente cita, come quello di Luciano Canfora, La democrazia storia di un'ideologia (Laterza 2004), riesce a conservare un equilibrio e una "aporeticità" ( dal momento che i "lati positivi e negativi" della democrazia "non possono essere separati con la lama di un coltello", p. 152), totalmente assenti nel fin troppo celebrato studio di Canfora. Il quale nel suo libro laterziano confonde disastrosamente, a differenza di Preve, ideologia e utopia (nel senso dato ai termini da Mannheim): perdendo il bandolo della matassa, fino al punto di disorientare i lettori e scontentare gli specialisti.
In secondo luogo perché Preve non analizza la democrazia come forma e/o contenuto, ma ne studia a fondo la matrice antropologica, come dire, l' a priori antropologico (non in senso kantiano dunque, ma lévi-straussiano). E in quest'ultimo aspetto consiste l'originalità del libro. Per il filosofo torinese il problema della democrazia non è istituzionale (come separazione tra ideologia e utopia, tra reinterpretazione dell'idea e duri fatti, tra forma e contenuto come ad esempio in Canfora), ma "antropologico", dal momento che la "democrazia è un insieme di pratiche comunitarie" (p. 15): è forma e contenuto. La "democrazia, scrive, essendo una pratica politica in corso e non un obiettivo statico e conclusivo da perseguire, è indistingubile dalle forme della sua messa in atto attiva" ( p.152). Appunto perché l'uomo, dal punto di visto antropologico, è un' entità plastica, sociale, aperta al mondo, mai predeterminata (su questi aspetti si veda anche il suo Del buon uso dell'universalismo, Elementi di filosofia politica del XXI secolo, Edizioni Settimo Sigillo 2005, www.libreriaeuropa.it): è anch'esso forma e contenuto. Insomma anche l'uomo è una "pratica antropologica in corso". L'uomo è un essere "in fieri" e di conseguenza politica e democrazia non sono una scienza, o se proprio devono essere tali, vanno trattate come discipline eraclitee, in divenire... Di qui l'importanza di una educazione alla democrazia, come un "processo" capace non di "trasformare" scientificamente l'uomo, come ha sempre preteso ogni forma di totalitarismo, ma di "formarlo" partendo dalla sua apertura al mondo.
Come si vede si tratta di un libro ricco e coinvolgente, che ruota intorno a una originale visione "antropologica" della democrazia. Che tuttavia, come ogni concezione in certo senso precorritrice non può rispondere subito a tutti problemi sollevati. Uno in particolare : se il processo democratico e dunque educativo, come scrive Preve, è "per sua natura interminabile e, nello stesso tempo, si determina spazialmente e temporalmente di volta in volta" (p. 116), chi stabilirà, di volta volta, come dire, il "giusto mix" di valori, sotto l'aspetto spaziale e temporale? Preve risponderebbe, il popolo stesso... Certo, ma allora perché parlare di un processo che "progressivamente costituisce l'umanità, intesa come società universalistica e razionale" (p. 116)? Non si introduce così un elemento "finalistico" estraneo al processo stesso? E che confligge con l' apertura antropologica dell'uomo e con la non conclusività del processo democratico?

Se c'è un fine ultimo, prestabilito (la "società universalistica razionale") l' apertura non rischia di trasformarsi in chiusura?

Carlo Gambescia 

martedì 7 marzo 2006


Italia e Libia
Un passato che non passa




I rapporti tra le ex potenze coloniali e le ex colonie non sono mai stati facili. I processi di "colonizzazione" e "decolonizzazione", spesso segnati da durezze inaudite e conflitti sanguinosi, come in Congo, Algeria, Angola, Mozambico hanno fatto sì che i "colonizzatori bianchi" non siano tuttora amati. Certo l'economia globalizzata, oggi può unire, ma nonostante ciò la cultura continua ad avere il suo peso. Molti di quei popoli non dimenticano le passate discriminazioni politiche, economiche, sociali e civili. Un'eredità oggi resa più pesante dalle, a dir poco, spericolate iniziative militari americane e dal conseguente sviluppo di movimenti antioccidentali a sfondo religioso.
In questo quadro i rapporti con la Libia, non sono l'ultimo dei problemi italiani. Ma probabilmente il principale. Dal momento che una Libia amica può rappresentare un leale partner nelle questioni legate all'immigrazione dal Nord Africa, al petrolio e al terrorismo. Dal punto di vista politico le "provocazioni" Calderoli sono inqualificabili. Un ex ministro, o comunque un parlamentare italiano, dovrebbe misurare parole e comportamenti.
Ma oltre al realismo, che pure è una componente importante di ogni azione politica, l'Italia dovrebbe meditare a fondo sul suo passato coloniale. Che, di certo, per durata e ferocia non è pari a quello francese, portoghese belga, ma che resta comunque, almeno per i libici, una brutta pagina di storia. E qui non si tratta di sollevare, e tenere vivi, opprimenti sensi di colpa (il famigerato "singhiozzo dell'uomo bianco"), ma, come chiede Gheddafi, di fare un gesto, esplicito che metta fine una volta per tutte sul piano simbolico ed economico a un passato che non vuole passare.
Quel che continua a ferire ancora oggi i popoli "ex coloniali", come del resto è testimoniato dalla letteratura politica ( come ad esempio dal Libro Verde di Gheddafi), è l'atteggiamento di "superiorità" che tuttora caratterizza i comportamenti politici dell'Occidente. E qui, ad esempio, fa testo il ritratto folcloristico (mezzo cammelliere, mezzo terrorista) che la stampa italiana ha da anni cucito addosso a Gheddafi (ma la stessa cosa sta accadendo con Chavez...). Quel che dispiace e irrita i "non occidentali" è quel nostro senso di "saperla più lunga", sempre pronto a tradursi in disprezzo, come nel caso di politici come Calderoli e di intellettuali come la Fallaci.
Non si tratta qui di "inginocchiarsi" e chiedere in lacrime perdono, come alcuni vorrebbero, ma di capire e rispettare le tradizioni altrui per quello che sono, e soprattutto comprendere che in passato le stesse tradizioni sono state calpestate, o comunque, considerate come inferiori: come appartenenti a un stadio primitivo della storia umana.
E il passato (coloniale) italiano non passerà fin quando non sarà raggiunta questa "parità psicologica e culturale".

Possibile che l' Occidente (e dunque anche l' Italia) che ha "relativizzato" ogni valore non sia capace di "relativizzare" la propria cultura? 

Carlo Gambescia

lunedì 6 marzo 2006


Forex di Cagliari
Il debutto di Draghi tra forma e sostanza




L'intervento di Draghi al Forex di Cagliari è significativo per due ragioni.
La prima perché mostra come sia in atto da parte della grande stampa la costruzione mediatica dell'immagine del nuovo Governatore. Che viene presentato come un uomo molto British, efficiente e dinamico, a differenza del suo predecessore, ormai consegnato alla storia, come una specie "maneggione", un notabile di paese col sigaro sempre in bocca...
La seconda perché stando ai contenuti del suo intervento (cfr. www.bancaditalia.it ), e al di là della dinamicità di facciata, o presunta tale, fatta di cravatte blu, pranzi veloci, aerei di linea, non sono emerse grandi discontinuità "dottrinarie" rispetto ai due ultimi governatori Governatori (Ciampi e Fazio).
Per giungere a questa conclusione è però necessario distinguere tra forma e sostanza, tra immagine mediatica (che va comunque per il momento messa da parte) e documenti scritti. Dando però anche attenzione a quelli che la stampa ha definito gli interventi "fuori testo", uno in particolare. Per "incrociarlo " col testo dell'intervento.
Va perciò subito fatta una distinzione.
Quello che il Governatore dovrebbe essere (secondo i media): lontano dalla politica politicante, antimonopolista e antiprotezionista.
Quello che il Governatore potrebbe essere (secondo il testo dell'intervento): molto attento agli equilibri della politica politicante, e per il momento non sfavorevole a scelte monopoliste e protezioniste.
Nel suo discorso, Draghi accenna ai "costi di un possibile protezionismo" ma lo fa dipendere dal prevalere o meno di un auspicabile "spirito razionale e costruttivo"che il Governatore collega all'introduzione di una "parità regolamentare" nei mercati finanziari (p. 16). Il che dunque non esclude (basta leggere attentamente il testo) che qualora tale parità non fosse possibile, ogni paese sarà libero di praticare politiche neoprotezioniste, sì "involutive", ma talvolta obbligate, dalle oscillazioni del ciclo economico. Quanto alle aggregazioni bancarie, già avvenute, Draghi, le interpreta positivamente in termini di "processi di integrazione e razionalizzazione" e di "significative riduzioni di costi" (p.15). E attenzione: il Governatore si mostra anche favorevole "alla realizzazione delle notevoli sinergie implicite in un processo di consolidamento nazionale" (p. 15). Il cosiddetto "fuori testo" riferito dai giornali (ad esempio " La Repubblica, 5.3.05, p. 2) sui "personalismi e le logiche di campanile" che andrebbero contrastati, va riferito alla necessità di favorire aggregazioni interne, in grado di competere all'esterno. Secondo Draghi la "contendibilità" dei mercati europei, non esclude la nascita di grandi monopoli bancari italiani, in grado di contendere il mercato del credito alle banche europee. Il che non è molto dissimile da quel che si proponeva Fazio, e prima di lui Ciampi. E soprattutto, spiega, un certo atteggiamento prudenziale di Draghi, sotto l'aspetto politico. E che tuttavia mostra anche come il Governatore non sia in realtà così distante dalla politica politicante, di quanto lo fossero Fazio e Ciampi: "prudentemente" attende l'esito delle elezioni per schierarsi... Tuttavia gli abbracci di Cossiga, presente in prima fila al Forum, e i colloqui di Draghi con Ciampi, suo mentore, indicano come il mondo bancario e politico dia già per scontata la sconfitta di Berlusconi. E come già pensi al dopo. Si tratta di segnali che valgono molto più di qualsiasi sondaggio d'opinione.
Quanto al contenuto dottrinario del suo intervento, Draghi non si discosta, come i suoi due predecessori dalla richiesta di maggiore "produttività" ( in particolare le "conclusioni", p. 16-17) e di "riforme strutturali" (p.7). Anche il nuovo Governatore è un rigido monetarista.

Ma per capirne di più, soprattutto sulla statura dell'uomo e sulla sua capacità decisionale, sarà necessario attendere il 9 aprile. 

Carlo Gambescia

venerdì 3 marzo 2006

Bush e Berlusconi liberisti? 




Fa sempre un certo effetto vedere in tv Bush e Berlusconi a colloquio. Tutti e due ricchi, ma anche "alleati", conservatori, "occidentalisti", e come noto, liberisti accaniti.  In teoria... Perché in pratica il primo proviene da una famiglia di oligopolisti petroliferi, mentre il secondo è il monopolista della televisione commmerciale in Italia.
Ora, che Berlusconi faccia finta di essere liberista è cosa nota, almeno in Italia. Ma che finga anche Bush, un po' meno. Non sono forse gli Stati Uniti il paese più liberista del mondo? No. E lo ha scritto Paul Bairoch, storico dell'economia, in un libro pubblicato qualche anno fa, e purtroppo passato inosservato, Economia e storia mondiale. Miti e paradossi (Garzanti 1996).
Ecco qualche dato interessante tratto dal libro.
Tra il 1820 e il 1931 le aliquote medie doganali Usa sui prodotti industriali importati raggiunsero all'incirca il 43% (in Europa il 19%), e tra il 195o e il 1990 l'8,6% (in Europa il 10%), per cominciare a risalire, ma di poco, verso la fine degli anni Novanta. Attualmente sono intorno al 10%(in Europa il 12%), ma variano per prodotto e settore e paese (nostri dati).
Per ragioni di spazio va tralasciata la voce aiuti indiretti di Washington al cosiddetto complesso militare-industriale, altrettanto ingenti. Insomma, i dati statistici dimostrano come gli Stati Uniti abbiano praticato il protezionismo, o comunque una grande pragmaticità.
Se è permessa un battuta: quando si tratta di affari l'amico americano tanto amico non è... E Berlusconi sicuramente lo sa. Ma non lo dice.
Certo, rispetto alla prima fase (di decollo imperiale,1820-1931, citiamo sempre da Bairoch), i dazi della seconda ( di consolidamento imperiale, 1931-1990, cui corrisponde il declino dell'impero inglese), sono indubbiamente più bassi. Perché? Come per l'altro impero moderno, il britannico, anche gli Usa, nella prima fase hanno raccolto le proprie forze (di qui i dazi elevati), mentre nella seconda, certi della propria superiorità militare ed economica, hanno "imposto" il liberismo, per sommergere di prodotti americani, come un fiume in piena, il "mercato imperiale" (di qui le tariffe più basse). Il leggero tasso differenziale in favore dell'Europa, testimonia soltanto il timido tentativo di opporsi all'espansione commerciale americana dopo il 1945.
La situazione del disavanzo commerciale Usa, è decisamente peggiorata negli anni Novanta ( periodo non trattato nel libro di Bairoch), fino a toccare di recente cifre record. E questo a causa del finanziamento delle guerre in Medio Oriente e del sostegno ai consumi interni, che può essere spiegato solo per ragioni di ordine pubblico, pace sociale e di crescita del Pil. Sotto questo aspetto un ruolo importante è giocato dal dollaro, che grazie a un progressivo aumento dei tassi di interesse (almeno così pare), potrebbe ora tornare ad attirare capitali esteri. Ma andrebbero studiati più attentamente i flussi commerciali, vantaggiosi per gli Stati Uniti, verso paesi come l'Australia, Singapore, Hong Kong, Egitto eccetera. Potrebbero riservare sorprese.
Attualmente gli Stati Uniti vedono nemici ovunque, e soprattutto stanno comprendendo che "gli imperi costano". E che perciò hanno davanti due strade: 1) perseverare in un costoso "liberismo imperiale", cercando di imporlo al mondo con le armi; 2) ritirarsi ed erigere intorno a sé un muro tariffario. Probabilmente la prima strada è più costosa della seconda. E comunque per entrambe le opzioni è difficile parlare di autentico liberismo.

In ogni caso, si profilano tempi duri e di grandi delusioni per chi ancora creda, in buona o cattiva fede, nel mito del liberismo Usa.

Carlo Gambescia

giovedì 2 marzo 2006


Profili/16 
Harry Braverman 



Harry Braverman  (1920-1976) è autore di un libro molto importante, Labour and Monopoly Capital. The Degradation of Work in the Twentieth Century (1974, trad. it. Einaudi Torino 1978). Si tratta probabilmente dello studio più approfondito sui rapporti tra lavoro e strutture economiche e sociali mai apparso dalla pubblicazione del Libro I del Capitale di Marx. Il giudizio può apparire eccessivo ma una volta letto il capolavoro di Braverman, come accade quando si legge Marx, si capisce perché  il capitalismo plus ça change plus c'est la meme chose.
Harry Braverman nasce nel 1920 a New York City da modestissima famiglia. E' costretto per ragioni economiche a interrompere gli studi al primo anno di college. Lavora per sette anni come calderaio al Brooklyn Navy Yard, e poi per altri sette nell'industria metalmeccanica come raccordatore, lamierista e tracciatore. Al lavoro operaio unisce dal 1937 un'intensa attività politica all'interno del Socialist Work Party ( di derivazione trotzkista). Dal quale viene espulso all'inizio degli anni Cinquanta, per le sue posizioni moderate. Nel 1954 fonda e diviene coeditore dell' "American Socialist". E dopo la sua chiusura (1959), diviene redattore della Grove Press (1960), e in seguito direttore editoriale della "Monthly Review Press" (1967). Un male incurabile lo uccide a cinquantasei anni nel 1976.
Giornalista (spesso firmandosi Harry Frankel), saggista politico , attento studioso di Marx e del marxismo, e in particolare del Libro I del Capitale , Harry Braverman ha colto in Labour and Monopoly Capital due aspetti costitutivi dell'organizzazione capitalistica del lavoro, che non riguardano solo la realtà americana, da lui attentamente studiata nel libro.
Il primo è che il lavoro è sottoposto a un costante processo di razionalizzazione e degradazione. La razionalizzazione, frutto della divisione capitalistica del lavoro, è dovuta soprattutto alla costante necessità di ridurre i costi e accrescere i profitti. La degradazione sociale ne è invece l'effetto collaterale: al lavoratore, a poco a poco, non si richiede più alcuna partecipazione ideativa, ma solo una meccanica esecuzione di compiti prestabiliti. Fin qui, si potrebbe, dire nulla di nuovo. Ma il valore dell'analisi di Braverman è nel fatto che egli reputa questo processo così profondo da trasformare il lavoratore, non tanto (o solo) nel proletario sociale di Marx, quanto in un proletario psichico: una specie di uomo-macchina, che viene privato di qualsiasi capacità creativa.
Il secondo è che il rapporto capitalistico di lavoro è sempre di tipo gerarchico. Secondo Braverman, le teorie sulla democrazia sindacale sono una specie di "libretto dei sogni" del riformismo borghese. Il capitalismo è divisione del lavoro e perciò non può non essere anche gerarchico. Altrimenti l'organizzazione produttiva non potrebbe funzionare. Ma attenzione, a differenza di Marx, Braverman ritiene che un sistema economico, come quello capitalistico, che si riproduce, solo crescendo in chiave monopolistica, sia condannato a diventare sempre più gerarchico. Di qui la difficoltà di contrastare e superare una così perfetta macchina dello sfruttamento umano. E questo perché la gerarchia produttiva, economica e sociale, può avvalersi in misura crescente di docili lavoratori "addestrati" a pensare secondo le esigenze del capitale. Una proletarizzazione delle menti, che si avvale anche di un ben costruito sistema di stratificazione sociale (Braverman, parla di "proletariato commerciale" i termini di lavori svolti, ma anche come soggetto-oggetto di gratificazioni consumistiche). Si tratta perciò di un nemico molto articolato e difficile da combattere.
E in questo senso, a differenza di Marx, Braverman non confida nella dialettica delle forze produttive e sociali. Ma nella capacità delle scienza moderna di fornire all'uomo gli strumenti conoscitivi e pratici per fuoriuscire dal capitalismo (un aspetto che si coglie soprattutto leggendo i suoi scritti giornalistici sul futuro del socialismo).

A dire il vero, questo ottimismo scientista mal si concilia con il lucido realismo ( e per alcuni pessimismo, ad esempio Christopher Lasch) delle sue analisi. Comunque sia, gli strumenti forniti da Braverman (proletarizzazione delle menti e riproduzione gerarchica) consentono di criticare e respingere come erronee le teorie che oggi giustificano l'evoluzione postfordista del capitalismo. Dal momento che Braverman spiega, e con grande lucidità, perché il capitalismo malgrado gli sforzi di sembrare diverso (si leggano ad esempio le pagine illuminanti sul "mito della qualificazione del lavoratore", sembrano scritte oggi) continui invece ad apparire, all'osservatore attento, identico al capitalismo dei Taylor e dei Ford. 

Carlo Gambescia

mercoledì 1 marzo 2006

Il libro della settimana: Fulvio Abbate, Sul conformismo di sinistra, Gaffi, Roma 2005, pp. 80, Euro 4,00


http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/libri?id=337&autori=1

Sul conformismo come costante sociologica ci sono intere biblioteche. Dispiace ammetterlo ma in realtà l'uomo è un animale conformista. C'è un conformismo "attivo" che tacitamente ordina di parlare bene di certe persone, idee e questioni. C'è un conformismo "passivo" che vieta invece di parlarne male. E infine c'è un conformismo "orwelliano" che vieta di parlarne proprio.
Ecco, in Italia nei riguardi della sinistra, e da sinistra, ha sempre prevalso il conformismo attivo: se ne doveva parlare, e bene . Anche per giuste ragioni di autodifesa: a parlarne male bastava già una destra, tutta dio, patria e famiglia, tradimenti e buoni affari.
Il primo a violare il tabù fu Mughini, alla fine anni Settanta, con un caustico libro di "addio ai compagni". E una delle sue accuse alla sinistra era quella della totale mancanza di autoironia.
Sicuramente Abbate non gradirà l'accostamento. Dal momento che Mughini, come si diceva una volta, oggi vive e lotta col Cavaliere... E lui invece scrive sull' "Unità". Ma la tesi che espone e difende nel suo godibilissimo pamphlet è la stessa : quella di una sinistra, incapace di lasciarsi andare e ridere di sé. Che probabilmente è frutto dell' incapacità costituiva di pensare la rivoluzione ( e poi tutto il resto, fino a Occhetto e Fassino) come "festa". A cominciare da Marx e Lenin, ideologicamente monomandatari, e stando alle biografie più accreditate, di una "pesantezza" assoluta. Ma questa è un nostra opinione.
Comunque sia, l' aspetto è ben colto da Abbate, quando a proposito delle ridanciane incursioni televisive anni Novanta di Chiambretti, ricorda la reazione cominformista di un addetto stampa di Rifondazione: "Chiambretti, cercava di uscire [dalla sala stampa in cui l'avevano confinato], faceva domande, e allora quello, l'uomo fidato del servizio d'ordine di Rifondazione, lo guardava con l'occhio da pazzo che si riserva al provocatore e ripeteva 'Chiambretti siamo comunisti, veniamo da lontano e andiamo lontano, Chiambretti, siamo comunisti..." (p. 43).
Ciò non significa che per Abbate Chiambretti abbia la stessa levatura di Marx, ma che questa supponenza, che "viene da lontano" è trapassata alla sinistra di oggi. Che si sente in dovere, cadendo spesso nel ridicolo, di difendere d'ufficio certi registi, attori e cantanti, stilisti e pubblicitari, solo perché iscritti nell'Albo d'Oro Del Progressismo Mondiale... Iscritti, ma da chi? Dalla stessa sinistra che li difende... Perché? Per la semplice ragione, crediamo, che Dio è morto, Marx pure, e non resta allora che Carla Bruni...
C'è nella critica di Abbate, solo apparentemente semiseria, un'intuizione profonda, metapolitica, che non può non essere condivisa: quella di riuscire a coniugare politica e leggerezza, rigore e fantasia (ma non nel senso della "pubblipolitica"...), volontà di cambiare e autoironia. E soprattutto di non nascondere mai le debolezze e miserie dietro un principio d'ordine. Quell' appellarsi a un'autorità indiscussa per ottenere l'assenso della gente.
Ed è questa una delle ragioni per cui Abbate ha smesso "di sentirsi compiutamente comunista" a far tempo dal "tardo pomeriggio del 1 maggio 1972". Ecco l'episodio: "Saranno state all'incirca le sette di sera quando una signora sovietica residente in Italia, coniugata con un dirigente del partito locale, incaricata di gestire un gruppo di suoi concittadini in vacanza premio nell'Europa capitalistica, all'obiezione mossa da un'altra compagna': 'Ma perché li tenete ad aspettare qui la freddo, sulla banchina del porto, non sarebbe meglio farli salire tutti insieme a bordo?', rispose con un fulmineo scatto carnivoro, replicando con una sentenza assoluta, da tavole delle leggi speciali di polizia: ' il comunismo è ordine!' "(p. 7).
Risposta che avrebbe meritato, e pienamente, il famigerato pernacchio di Eduardo. Questa nostra caduta di stile può infastidire, ma sicuramente Abbate sarà d'accordo e perdonerà, benedicente, come era uso fare con i bizzarri ospiti di "Teledurruti"...
In conclusione, un pamphlet che è più istruttivo e di certo più divertente di uno studio sociologico. Che creererà all'autore non pochi nemici. E anche all'editore, al quale va però il grande merito di averlo pubblicato (www.gaffi.it). 

Carlo Gambescia