martedì 31 gennaio 2006


La lezione di Pitirim A. Sorokin
Che cos'è l'amore per un laico?




La prima enciclica di Benedetto XVI, "Deus Caritas est" (Dio è amore) ha fatto rumore. Ma non più di tanto. Certo, i media ne hanno riferito e discusso. Ma quel che è emerso, al di là del valore o meno delle tesi del papa (l'amore quale comunione divino-umana di agape ed eros), è certa incapacità del mondo laico di confrontarsi con un tema decisivo come quello dell'essenza dell'amore, e soprattutto di capire il valore dei suoi effetti di ricaduta sul piano sociologico.
Si dia pure per acquisito, come ha osservato Emanuele Severino sul "Corriere della Sera" (26-1-05), che se dio non esiste è inutile discutere di un legame necessario tra amore divino (agapico) e amore umano ("erotico"). Dopo di che si dovrebbe però indicare un percorso antropologico, sociologico, insomma umano, che consenta di spiegare, e possibilmente "incrementare" collettivamente l'amore tra gli uomini in termini positivi, laici e non religiosi. Cosa che invece non è avvenuta. Oggi tra i laici purtroppo prevale il disincanto: né col papa, né con nessun altro... Soprattutto dopo la fine delle grandi utopie collettiviste e totalitarie. Agapiche? Erotiche? E' difficile rispondere.
E' tuttavia interessante accennare alla parabola di Pitirim A. Sorokin, un russo-americano, nemico di ogni forma di totalitarismo, probabilmente il solo grande sociologo del Novecento che abbia dedicato lunghi anni di studio alle origini, forme e "implementazione" dell'amore tra gli uomini, fino al punto di rovinarsi la reputazione accademica. Dal momento che alle sue ricerche, sviluppatesi in particolare negli anni Cinquanta del Novecento, gli altri sociologi americani, replicarono irridendolo, o addirittura considerandolo una specie di sciamano: fu completamento emarginato e ridotto a macchietta. Sorokin invece riteneva coraggiosamente che si potesse, una volta individuate le sue origini fisiologiche, psicologiche, sociologiche, accrescere la "produzione " di amore tra e per gli uomini. Il che, negli anni della caccia alle streghe comuniste, fu giudicato folle, e persino pericoloso. Sorokin fu indagato dalla FBI di Hoover.
E' vero che certe sue pagine, per eccesso di spirito profetico, ricordano quelle di Auguste Comte. Ma, nonostante ciò, meritano ancora oggi di essere lette. Perché Sorokin pur riconoscendo il fondamento "positivo" dell'amore (come eros), comprese, che dietro la sua forza travolgente, c'era e c'è qualcosa di inspiegabile: una energia, che i cattolici riconducono all'agape divina, ma che anche chi non crede, non può comunque non ricondurre a qualcosa di immenso che sovrasta l'uomo. Una "energia misteriosa", come la chiamava Sorokin, che va comunque indagata in termini positivi, e senza remore di alcun genere, ma davanti alla quale non si può non restare, magari solo per un attimo, immobili, in silenzio e ammirazione, come di fronte ai grandi prodigi della natura.
Ecco, nel dibattito italiano sull'enciclica papale, è mancata proprio la capacità laica di meravigliarsi, davanti alla "spettacolarità" dell'uomo che ama l'altro, e l'aiuta fino al punto di sacrificarsi per lui. "Spettacolo" del resto meravigliosamente "rappresentato" ogni giorno, da attori molto speciali: i movimenti del volontariato, attivi in tutto il mondo. Purtroppo quel che manca oggi è la volontà di credere fino in fondo nella forza trasformatrice e creativa dell'amore... Si considera l'altruismo un fenomeno "residuale". Che viene dopo, se "avanza" qualcosa...
E di riflesso è così venuta meno in ambito laico anche la volontà di discutere dell'amore in termini sorokiniani, creativi: come di una forza che, anche a prescindere da ogni intervento o collegamento metafisico o divino, possa comunque, se debitamente studiata e poi "riprodotta", giocare un ruolo nella trasformazione in senso spirituale, ma anche sociologico, delle nostre vite.
Su questo argomento Sorokin scrisse un libro importante: The Ways and Power of Love. Types, Factors, and Techniques of Moral Transformation , Beacon Press, Boston 1954, pp.564 (trad. it. Città Nuova 2005). Chi voglia poi approfondirne più in generale il pensiero non può non leggere P.A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna Editrice, Casalecchio (Bo) 2000 (commerciale@macroedizioni.it) e, chiedendo scusa per l'autocitazione, anche il mio studio, Invito alla lettura di Sorokin, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2002, pp. 160 (ordini@libreriaeuropa.it). 

Carlo Gambescia

lunedì 30 gennaio 2006

Per farla finita con Keynes




E' in corso sul "Manifesto" un dibattito sul programma economico del centrosinistra e in particolare sul ruolo della spesa pubblica e delle politiche di deficit. Quel che stupisce è la perdurante dipendenza teorica da Keynes (anche involontaria, come nel caso dell'intervento di ieri di Giovanni Mazzetti, "Apologia del deficit", p. 9) che finisce per viziare il dibattito e le varie soluzioni proposte.
Sulle quali è inutile perciò soffermarsi. Quel che invece va approfondito, una volta per tutte, è il perché di questa dipendenza da Keynes.
Ora, che Keynes sia il maggiore economista del XX secolo è un dato scontato. E pure che sia stato oggetto di studio, ricerca e formazione per numerosi economisti di sinistra (basti pensare al ruolo svolto in Italia da economisti riformisti come Caffè , ma anche in ambito cattolico da studiosi come Vito e Lombardini). Come del resto è acquisito che le politiche di deficit spending siano alle origini dello straordinario sviluppo economico del secondo dopoguerra.
E questi tre fattori, almeno a grandi linee, dovrebbero essere più che sufficienti, davanti ai disastri economici sovietici e delle pianificazioni burocratiche, per spiegare la "sudditanza"...
Tuttavia, spesso si dimentica che teoria keynesiana, poi confluita in raffinati modelli econometrici e in pratiche di governo liberal-laburiste e cattolico-sociali, in realtà è basata su un' idea di sviluppo economico illimitato, oggi assolutamente improponibile, soprattutto da parte di chi si appresta a governare l'Italia nei prossimi cinque anni. E che, cosa non secondaria, le (tante) critiche a Keynes, come le (poche) approvazioni, provengono da ambienti liberisti e liberali. E più in particolare discendono dalla controversia anni Settanta-Ottanta del Novecento tra monetaristi e non monetaristi sul controllo dei valori e volumi monetari; una polemica tutta interna al conflitto tra liberali-liberisti e liberali-keynesiani . Come dire, una "guerra di famiglia".
Pertanto la sinistra, anche se in modo forbito come Mazzetti (autore tra l'altro di ottimi libri), discutendo Keynes, continua a muoversi nell'ambito di un dibattito, che ha recepito e discute tematiche interne e soprattutto nate "a" e imposte "dalla" destra. E in questo senso fa il gioco, come si diceva una volta, del "sistema". Dal momento che oggi i concetti di sviluppo e moneta vanno radicalmente ripensati all'interno di un progetto politico postcapitalista.
Pertanto dividersi a sinistra, tra chi sostiene le politiche "lacrime e sangue" (antikeynesiane) e chi, come Mazzetti, politiche, pur interessanti, di "redistribuzione generale del lavoro" basate comunque sull'idea di sviluppo economico crescente (non propriamente keynesiane ma neanche anti, e in quest'ultimo senso la dice lunga la compiaciuta citazione di Mazzetti dalle keneysiane "Prospettive economiche per i nostri nipoti"...), non serve assolutamente a nulla.
L'idea di "lavorare meno, lavorare tutti", implica un' idea sviluppo economico crescente e comunque di lungo periodo (e con quali effetti di ricaduta ambientali ed ecologici?), che appunto non sarebbe dispiaciuta a Keynes, perché in linea con la conservazione ( o se si preferisce imbalsamazione, la vecchia idea milliana di stato stazionario) del capitalismo: il migliore dei mondi possibili, secondo Keynes.
Perciò il punto non è quello di lavorare "poco" lavorare tutti, ma mettere in condizione, chi non voglia lavorare (nel senso tradizionale del termine) di dedicarsi ad altre attività creative, e di sua scelta. Questa è la vera liberazione, anche in senso marxiano.

Ma per far questo è necessario fuoriuscire dal capitalismo. E soprattutto, farla finita con Keynes.

                                                                                                                         Carlo Gambescia

domenica 29 gennaio 2006

I "due corpi" di Berlusconi e Draghi




Come pensa Draghi di risolvere i propri conflitti di interesse? Stando a quel che è trapelato, ricorrendo al meccanismo del "blind trust"e alle "astensioni decisionali".
Come Berlusconi durante il Consiglio dei Ministri (così dicono...), anche Draghi, a sua volta, si allontanerà "fisicamente" quando il suo Consiglio riunito, dovrà decidere su questioni che possano far sorgere possibili conflitti di interessi tra l'ex altissimo funzionario di Goldman Sachs e l'attuale Governatore della Banca d'Italia?
Sotto questo aspetto è come se Berlusconi e Draghi avessero "due corpi": un corpo materiale (quello da Homo Oeconomicus: del grande imprenditore e del grande consulente, dediti a conseguire il proprio bene privato, come singoli che rappresentano solo se stessi) e un corpo spirituale (quello da Homo Politicus: del grande uomo di Stato e del Governatore, tesi a difendere il bene pubblico, come uomini pubblici che rappresentano la comunità) .
Si tratta di puro pensiero magico. Una forma di credenza che può essere avvicinata all'antica teoria, ancora viva all'inizio dell'età moderna, dei due "Corpi del Re": quello materiale che muore e si corrompe, e quello spirituale che vive per sempre, rinnovando e accrescendo il potere dei discendenti.
Con una differenza: l'idea dei corpi "privati e pubblici" e del "conflitto di interessi" tra di essi, è un'idea tipicamente liberale e tutta moderna. Dal momento che dà per scontata la divisione della società in una sfera privata e in una sfera pubblica. Un'idea sconosciuta in precedenza, e che si è sviluppata come prolungamento dell'individualismo giuridico ed economico moderni. Per il liberalismo, che ne costituisce la maschera politica, c'è l'uomo privato dedito alla famiglia e al proprio lavoro e c'è l'uomo pubblico rivolto alla politica, e dunque al bene pubblico. E' come se l'uomo avesse due corpi: un corpo privato, materiale, dedito al benessere individuale; un corpo pubblico rivolto al benessere collettivo.
L'errore è sociologico: non esistono due sfere. Come mostra la storia in generale, e quella del capitalismo in particolare: l'uomo vive immerso in un sistema di valori, relazioni e interessi economici e politici. Un vero groviglio di passioni e interessi che condiziona le sue decisioni. Soprattutto in una società "complessa" come l'attuale. Perciò uscire da una sala riunioni, non significa assolutamente non riuscire a influenzare, chi comunque dipende, o ha rapporti di vario genere ( psicologici, professionali, ambientali), con colui che si astiene "fisicamente".
In questo modo il pensiero, oltre che erroneo, si fa addirittura magico, dal momento che si ritiene, che il "corpo pubblico" di Draghi, o di Berlusconi, invece di corrompersi con quello "privato" possa come nel film "Ghost", restare sulla "terra", come fantasma, e proteggere i cittadini. 

Carlo Gambescia

venerdì 27 gennaio 2006


La vittoria di Hamas
Il principio maggioritario




Che cos'è la democrazia? Governo di maggioranze onnipotenti o rispetto di minoranze ridotte, divise e incerte? Il principio maggioritario è una pura formula? Nel senso che chi ha la maggioranza dei voti ha il diritto di governare, anche contro le minoranze? O è anche contenuto? Insomma, chi governa ha l'obbligo di garantire che le minoranze, un giorno, diventate maggioranze, possano a loro volta governare?
La vera democrazia -  qualcuno dice non a torto -   liberale  è entrambe le cose.
Sembra porre un problema di questo tipo la vittoria di Hamas, il movimento integralista palestinese, come è definito dai media. Con 76 seggi su 43, e più del 50% dei voti ha acquisito il diritto di governare. E sull'onda di una larga partecipazione popolare alle elezioni (pare abbia votato il 77% degli aventi diritto). Ora, sorvolando, per un momento, sulle sue crude tesi di "politica estera" (la "distruzione" di Israele), va ammesso che Hamas è una forza politica come del resto Fatah, democraticamente eletta, e che ha le carte in regola (voti, radicamento sociale, quadri, esperienza organizzativa ) per governare fino a prova contraria, democraticamente. E che sicuramente non imprigionerà, o metterà a tacere, i membri dell'opposizione, come già mostrano, le immediate, e molto "occidentali" dimissioni di Abu Ala, attuale premier. Comunque sia, per capire la natura "democratica" o meno di Hamas, è necessario attendere che governi.
Perché il vero punto è proprio questo, la democrazia, resta una pura e semplice formula elettorale maggioritaria, solo se viene disgiunta dal reale esercizio del potere. L'unica sede, dove è possibile verificare la natura democratica (per quel che concerne il rispetto delle minoranze) di una forza politica: il maggioritario da formula si fa contenuto solo attraverso l'attività di governo. La democrazia, insomma, è innanzitutto questione di "pratica politica" interna agli Stati.
La cosa interessante è che al partito Hamas, non si rimprovera la presunta non democraticità nel senso classico (rispetto delle minoranze interne, palestinesi) ma la politica estera (la dichiarazione di puntare alla distruzione di Israele): tesi che col principio maggioritario e il rispetto delle minoranze non ha alcuna relazione
Dal momento che la politica estera, e i rapporti tra stati, non sono regolati dal principio maggioritario (o dal rispetto delle minoranze, altrimenti gli Stati Uniti non avrebbero dovuto attaccare una seconda volta l' Iraq, uno staterello "minore", socialmente e militarmente sfinito, colpevole solo di essere ricco di petrolio), ma purtroppo dai rapporti di forza e dalle alleanze strategiche. In questo senso, contro Hamas, e contro lo stesso sviluppo della democrazia palestinese, viene usato per fini di potenza e strategici, da israeliani, americani e alleati un argomento di politica estera che non ha nulla vedere, con la teoria e la pratica delle democrazia. E che serve solo a rendere più torbide le acque e facilitare, eventuali, soluzioni di forza per il ritorno in Palestina di una "democrazia", allineata a Israele in politica estera, e dunque gradita all'Occidente.

Certo, sarebbe meglio (e anche prudente) che Hamas, togliesse dal suo statuto la frase "incriminata", anche perché alle minacce si finisce sempre per rispondere con altre minacce, e alla forza con altra forza. E la politica dell'occhio per occhio, dente per dente, conduce i popoli, tutti, alla cecità totale. Tuttavia, criticare la vittoria di Hamas, ancora prima che abbia iniziato a governare, significa solo rendere il cammino della democrazia in Medio Oriente e il traguardo di una possibile pace per quei popoli sempre più difficili e lontani. 

Carlo Gambescia

giovedì 26 gennaio 2006


Profili/10
Nicolai Dimitriev Kondratieff



Anche la storia dell'economia ha i suoi "martiri". Il termine può sembrare eccessivo o addirittura retorico, ma Nicolai Dimitriev Kondratieff (1892-1938) appartiene alla non foltissima schiera di economisti non ortodossi che hanno perduto la vita a causa delle proprie idee.
Nasce nella provincia di Kostroma (località a nord di Mosca). Figlio di contadini, militante socialrivoluzionario, intelligentissimo, diviene discepolo del celebre economista M.I. Tugan Baranovski ( studioso al centro di un' importante controversia di fine Ottocento sull'industrializzazione, e sostenitore in polemica coi socialdemocratici, di uno sviluppo graduale dell'economia russa). A 25 anni diventa ministro del governo Kerenskij. Successivamente, viene cooptato dai comunisti, e partecipa alla elaborazione dei primi piani quinquennali. Nel 1924 si reca all'estero (in Germania, Inghilterra, Canada e Stati Uniti), fonda nel 1928 l'istituto moscovita per lo studio della congiuntura economica. Ma di lì poco cade in disgrazia. La sua critica della collettivizzazione delle campagne, e indirettamente dello sviluppo industriale forzato, non piacciono a Stalin che dopo averlo accusato di essere membro di un inesistente "partito contadino", di cui l'economista non poteva non essere l'ideologo. Il "professore dei kulaki", prima viene deportato in Siberia (1930) e poi fucilato nel 1938, all'età di 46 anni.
Kondratieff è importante perché è stato il primo economista a porsi scientificamente, non solo il problema crescita, ma soprattutto della "decadenza economica". La teoria dei cicli che porta il suo nome (e poi ripresa in chiave "sviluppista" da Schumpeter e altri economisti , come Kuznet e Abramovitz) è importante perché introduce un'idea "finita" di capitalismo. Secondo Kondratieff (e ovviamente sulla base dei suoi approfonditi studi statistici) sono individuabili all'interno del capitalismo, studiando il movimento dei prezzi, onde lunghe di durata approssimativa di 50 anni (suddivise internamente in cicli medi, 7-10 anni, cicli brevi, 3-4 anni). Il primo ciclo lungo si svolge dal 1790 al 1850; il secondo dal 1840-50 al 1880-1890; il terzo iniziato nel 1880-1890 era ancora in atto al momento della sua scomparsa. All'interno di ogni "onda lunga" Kondratieff colloca un "punto di inversione, dove il ciclo ascendente lascia il posto a un ciclo discendente. Per il primo periodo il punto di inversione ha luogo attorno al 1810; per il secondo verso 1870.
Secondo Kondratieff, solo ricerche statistiche sempre più accurate, non solo sui prezzi, ma anche su altre variabili, avrebbero potuto dimostrare, la natura finita, o la "finitezza", del capitalismo. Stalin, purtroppo non glielo permise.
Di Kondratieff esiste in lingua italiana un' ottima raccolta dei sui scritti principali (1925-1928): Cicli economici maggiori, a cura di Giorgio Gattei, Cappelli Editore, Bologna 1981 (purtroppo esauritissima). Un altro economista italiano che si è occupato di Kondratieff, o che comunque lo ha utilizzato nelle sue ricerche storiche è Giorgio Ruffolo (in particolare si veda La qualità della vita. Le vie dello sviluppo, Editori Laterza 1990, sopratutto, p. 10). Per ulteriori informazioni bio-bibliografiche, e in particolare sulla fecondità delle intuizioni di Kondratieff, si rinvia a (http://faculty.washington.edu/krumme/207/development/longwaves).

Buona ricerca a tutti. 

Carlo Gambescia

mercoledì 25 gennaio 2006

Il libro della settimana: C.Ocone e N. Urbinati, La libertà e i suoi limiti. Antologia del pensiero liberale, Laterza 2006, pp.271, Euro 18,00 .


http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=99&task=schedalibro&isbn=9788842075172


In tempi in cui tutti si dichiarano liberali è cosa scontata che si pubblichino libri su libri in argomento. E Laterza non poteva non sottrarsi al mainstream. Ecco infatti appena uscita per i suoi tipi un' antologia del pensiero liberale .
Purtroppo, come tutte le antologie, anche la raccolta a cura di Corrado Ocone e Nadia Urbinati, riflette le idiosincrasie degli autori. Infatti già il sottotitolo, "da Filangieri a Bobbio", è tutto un programma: si va da un illuminista a un neoilluminista, escludendo tutti gli autori "liberali", estranei o appena sfiorati dalla marcia trionfale dei "Lumi". Restano perciò fuori dalla raccolta cattolici-liberali come Gioberti, Rosmini, e non sia mai, Del Noce. E lo Sturzo critico degli sprechi dell'economia pubblica. Ma resta fuori anche il versante liberale-hegeliano dei Gentile e degli Omodeo (quest'ultimo antifascista). Per non parlare, come ha notato Carioti sul "Corriere della Sera", della destra liberale (Maranini, Panfilo Gentile, Bruno Leoni, Matteucci), sulla quale il silenzio è totale. A parte Gaetano Mosca...
E' giusto quindi interrogarsi su quale possa essere il senso e il valore scientifico, ma anche informativo, di un'antologia che privilegia oltre agli illuministi italiani, solo autori, certo importanti ma non i soli di parte di liberale , come Cattaneo Gobetti, Salvemini, Carlo Rosselli, Calamandrei, Spinelli e Rossi e ovviamente Bobbio. Su un libro che sostanzialmente è una storia del liberalismo democratico-radicale. O se si preferisce del liberalismo di sinistra.
Il senso dell'operazione culturale è sicuramente ideologico: di ricostruzione di una linea di pensiero liberaldemocratico, finalmente "rispettabile", e fruibile da un sinistra liberal-progressista, o postcomunista, e bisognosa di essere acculturata al nuovo "verbo". Nell'introduzione (attenzione, di un testo pubblicato nella scientificamente prestigiosa "Biblioteca Universale") addirittura si polemizza con Marcello Pera (p. VIII, nota 1), scambiando le Edizioni Laterza per "Diario" di Repubblica.
Certo, le tesi di Pera sono inaccettabili. E inoltre tutti sono liberi ( e dunque anche agli autori) di esprimere le proprie idee sulla storia del liberalismo italiano, ma non rivestendole di scientificità. E qui anche l'editore ha la sua parte di responsabilità.
Di conseguenza l' antologia di Corrado Ocone e Nadia Urbinati non ha alcun valore critico. Né, eventualmente, divulgativo: dal momento che non informa ma deforma.


Carlo Gambescia 

martedì 24 gennaio 2006

Piccoli economisti crescono...





Sul "Corriere Economia"di ieri è apparso a pagina otto un servizio sui "nuovi pivot di Boston". Chi sono? Sono i giovani economisti italiani che studiano al Mit, età media 33 anni. Quelli che un giorno, come titola enfaticamente il "Corriere", "saranno famosi".
La sua lettura è interessante perché spiega, soprattutto "tra le righe", quali sono i criteri di legittimazione accademica, i contenuti degli studi, e infine le aspirazioni dei futuri quadri dirigenti universitari, ma anche bancari, finanziari, politici e imprenditoriali.
In primo luogo, del campione "significativo" offerto al lettori (10 giovani "assistent professor", 7 uomini e 3 donne), solo 1 non ha frequentato la Bocconi. Università privata per eccellenza, nota roccaforte teorica della sintesi neoclassica ( teoria dell'equilibrio economico + frammenti di Keynes, come dire: mercato + lievi e occasionali correttivi, che rendano l'equilibrio di sottoccupazione tollerabile), e dove ancora gli studenti si preparano sul "Manuale" del Samuelson, che ne rappresenta la fondamentale vulgata. Inoltre la formazione bocconiana fa nascere nello studente la consapevolezza di appartenere a una élite, che trova la sua consacrazione (come senso di appartenenza a una classe internazionale e privilegiata di tecnocrati, unici depositari dei segreti dell'economia) proprio nel decisivo periodo di studio al Mit (nella foto), come culmine di un moderno cursus honorum, e punto di partenza per la successiva carriera di "funzionari" del capitale privato.
In secondo luogo, i giovani professori dichiarano di ammirare Franco Modigliani: un keynesiano di destra, premio Nobel, ferreo difensore del capitalismo e ovviamente della sintesi neoclassica, deciso sostenitore delle privatizzazioni e dell'importanza economica di un sistema creditizio completamente privato. Una piccola curiosità per capire il "personaggio" (scomparso nel 2003): nel 2000 Modigliani fu testimonial della campagna pubblicitaria per favorire la vendita degli immobili pubblici italiani, tutta giocata sullo slogan "Un premio per l'economia", accompagnato da foto e firma (R. Ippolito, L'Italia dell'economia. Fatti e protagonisti del 2000 , Editori Laterza 2000, p. 109).
In terzo luogo, come nota (entusiasticamente) l'articolista, i giovani studiosi si occupano solo di "economia micro, neuro-comportamentale, statistico-quantitiva, dei giochi, dei rischi". Insomma, è impossibile trovarne uno che si occupi di economia ecologica, teoria del valore economico, storia dell'economia. Per tutti l'unica realtà da studiare a fondo è quella rappresentata dal mercato, come somma di decisioni individuali, delle quali l'economista deve studiare i meccanismi mentali, i coefficienti di rischio, le serie storiche (ad esempio per quello che riguarda meccanismi e rischi del mercato borsistico). I grandi aggregati, come la spesa pubblica, sono analizzati, ma solo dal punto di vista dei meccanismi monetari e creditizi capaci di favorirne la progressiva riduzione.
Quali conclusioni? I giovani economisti che non studiano in prestigiose università private ( sotto l'occhio attento del capitale privato e dei suoi sacerdoti-docenti), che non condividono la vulgata neoclassica, e soprattutto che non celebrano le privatizzazioni, difficilmente verranno cooptati e faranno carriera.
In questo modo il sistema capitalistico, come del resto ogni altro sistema storico, si autoriproduce sociologicamente, attraverso la formazione di quadri fidati, accuratamente indottrinati, e dunque politicamente "sicuri".
A costo però di ignorare intenzionalmente i grandi problemi ecologici, sociali e politici.

Fino a quando?

Carlo Gambescia