martedì 2 giugno 2026

Il 2 giugno e i due Risorgimenti incompiuti

 



Sfogliando le prime pagine dei giornali di oggi, 2 giugno, si coglie una curiosa impressione. La Festa della Repubblica c’è, naturalmente. Le celebrazioni ufficiali pure. Eppure non sembra occupare nel discorso pubblico il posto che le spetterebbe come uno dei momenti fondativi della nazione. In particolare su parte della stampa di destra (“Il Secolo” addirittura ignora l’evento).

In alcuni ambienti culturali e politici, la nascita della Repubblica appare quasi ridotta a una ricorrenza istituzionale, privata della sua portata storica. Come se fosse una data tra le altre e non il giorno in cui gli italiani scelsero il proprio futuro dopo la dittatura e la guerra


Il 2 giugno 1946 non è una data qualsiasi. È il giorno in cui gli italiani scelsero la Repubblica contro una monarchia che aveva accompagnato, sostenuto e legittimato il fascismo fino al 25 luglio 1943, tentando poi di sopravvivere al crollo del regime. È il giorno in cui l’esito politico della Liberazione trovò una consacrazione democratica attraverso il voto popolare. Per questo, sminuire il significato del 2 giugno non è mai un gesto neutrale: significa attenuare la portata storica della rottura che separa l’Italia democratica dall’esperienza totalitaria.

 


Naturalmente la Repubblica non nacque dal nulla. Affondava le proprie radici nella storia nazionale e nella tradizione liberale italiana. Ma proprio qui emerge una questione raramente affrontata: l’Italia contemporanea è figlia di due Risorgimenti. Il primo, ottocentesco, costruì l’unità nazionale e l’indipendenza politica. Il secondo, tra il 1943 e il 1948, ricostruì la libertà politica distrutta dal fascismo e pose le basi della democrazia costituzionale. Il primo fece l’Italia. Il secondo fece la Repubblica.

Entrambi furono eventi fondativi e, al tempo stesso, contestati. Entrambi rimasero in parte incompiuti sul piano della coscienza nazionale. Una parte degli italiani non comprese fino in fondo il significato del Risorgimento, considerandolo un’opera delle élite o un processo estraneo alle tradizioni locali, divisa tra socialismo e forze della reazione.



Anche una parte significativa del mondo cattolico mantenne a lungo un rapporto problematico con quel primo Risorgimento, percepito come un’unificazione imposta dall’alto e segnata dalla questione romana. Nel secondo dopoguerra, il rapporto con la Repubblica e con la Costituzione si è progressivamente consolidato, ma non tutti gli ambienti cattolici hanno compiuto fino in fondo una piena riconciliazione simbolica con l’intero percorso risorgimentale.

Al tempo stesso, una parte degli italiani non ha mai accettato pienamente il significato storico della Repubblica nata dalla Liberazione. Non necessariamente per ostilità alla democrazia, ma per un persistente disagio verso il suo atto fondativo: la sconfitta del fascismo e il ruolo centrale dell’antifascismo.

Qui si trova uno dei nodi della storia italiana. La Repubblica non rappresenta la negazione del Risorgimento, ma il suo completamento democratico. La vera linea di frattura non passa tra Risorgimento e Repubblica, bensì tra due diverse interpretazioni del Risorgimento stesso. Da una parte il filone liberal-costituzionale, quello di Cavour, Giolitti, Einaudi e De Gasperi, che vede nella limitazione del potere, nel pluralismo e nelle istituzioni rappresentative il cuore della vita politica. Dall’altra il filone nazional-statualista, che da alcune premesse crispine arriva nel Novecento alla sua degenerazione fascista.



Non a caso il regime cercò di presentarsi come il vero erede del Risorgimento, contrapponendo il mito della forza e dello Stato alla tradizione parlamentare liberale. Un ruolo decisivo in questa operazione fu svolto da Giovanni Gentile, che tentò di costruire una continuità ideale tra Risorgimento e fascismo, interpretando lo Stato fascista come compimento della storia nazionale iniziata nell’Ottocento. In questa prospettiva, il liberalismo parlamentare appariva una fase incompleta, destinata a essere superata dall’unità politica e morale dello Stato.

Ma il fascismo non fu il compimento del Risorgimento: ne fu la deformazione autoritaria. Dove Cavour vedeva il primato delle istituzioni, Mussolini impose il primato dello Stato. Dove Giolitti praticava il pluralismo, il fascismo introdusse il partito unico. Dove il liberalismo limitava il potere, il fascismo lo concentrava.

La Repubblica democratica nacque anche contro questa appropriazione del Risorgimento: non contro la storia nazionale, ma contro la sua riscrittura autoritaria.

Per questo il 2 giugno può essere letto come il giorno del Secondo Risorgimento. Non perché

cancelli il primo, ma perché ne recupera il nucleo essenziale: libertà politica, rappresentanza, costituzionalismo.

Il problema italiano, forse, è che una parte degli italiani non ha mai amato fino in fondo né il primo né il secondo Risorgimento: il primo perché percepito come troppo liberale o elitario, il secondo perché legato alla rottura antifascista.

Da qui deriva la difficoltà di trasformare il 2 giugno in una festa pienamente condivisa. A differenza del 14 luglio francese o del 4 luglio americano, la Repubblica italiana continua a essere interpretata non solo per ciò che è diventata, ma per il modo in cui è nata.

Eppure proprio questo dovrebbe essere il motivo per celebrarla con maggiore convinzione. Perché la Repubblica non nacque da una semplice transizione istituzionale, ma dalla scelta di abbandonare la dittatura e di ricondurre la storia italiana entro il solco della libertà costituzionale.



Ottant’anni dopo, il punto non è stabilire se quella scelta sia stata giusta: la storia ha già risposto.

Il punto è capire perché una parte degli italiani fatichi ancora a riconoscere che il 2 giugno 1946 non fu solo la nascita della Repubblica, ma la rinascita dell’Italia democratica.

Forse basta tornare alle prime pagine dei giornali di oggi per cogliere il segnale: una ricorrenza importante, ma non ancora pienamente centrale nel discorso pubblico. Non è solo un’impressione. È il sintomo di una difficoltà più profonda: riconoscere fino in fondo il valore simbolico di quella data.

Ottant’anni dopo, la Repubblica continua a essere letta attraverso memorie divise e sensibilità politiche contrapposte. Ma proprio per questo la sua forza non diminuisce: perché non celebra una continuità rassicurante, bensì una scelta storica netta. E ricordarla significa ricordare che la democrazia italiana non è stata un esito inevitabile, ma una conquista.

Una conquista che, ancora oggi, non tutti hanno completamente interiorizzato.

E forse è proprio questo il vero paradosso del 2 giugno: una festa della condivisione democratica che continua a vivere dentro una memoria non ancora del tutto condivisa. Antifascista e liberale al tempo stesso

Carlo Gambescia


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