giovedì 4 giugno 2026

Quarantaquattro gatti: il 2 giugno tra militarismo e antimilitarismo

 


Un quarto articolo? Già sentiamo i lettori protestare… Ma il 44 per cento di share della parata di ieri, evocato da “Libero”, è uno di quei numeri che fanno subito impressione, perché sembrano dire molto più di quanto in realtà dicano. È un po’ come i “quarantaquattro gatti in fila per sei, con il resto di due”: resta sempre da capire chi sia il famoso “resto di due”. Gli irriducibili del telecomando? I critici professionali della parata? O semplicemente quelli che hanno acceso la TV e poi hanno litigato col telecomando?

Insomma, non potevamo non dire la nostra.

Il punto è che, senza serie storiche solide e comparabili, il numero resta sospeso. E qui la questione diventa seria: i dati Auditel sulla parata del 2 giugno mostrano ascolti significativi, ma non esiste una serie pubblica stabile tale da sostenere l’idea di un trend politico-culturale lineare. In altre parole: dire “44 per cento” senza confronto è come commentare una partita guardando solo il secondo tempo e sostenendo di aver capito tutta la stagione.



Eppure ogni anno si riapre la stessa sceneggiatura. Da un lato una certa destra politica che, davanti ai numeri, vi legge una prova di consenso patriottico quasi plebiscitario. Dall’altro una sinistra che reagisce spesso con il riflesso opposto: se si vede una divisa, allora dev’esserci per forza un problema. In mezzo, come sempre, lo Stato reale che continua a funzionare senza farsi troppe domande sul dibattito televisivo.

Qui però vale una precisazione che sembra banale, ma non lo è: lo Stato non è una ONG. Non vive di buoni sentimenti né di indignazioni selettive. Vive di istituzioni, confini, obblighi internazionali e, quando serve, di Forze armate. Che non sono un simbolo decorativo, ma una funzione. Poi si può discutere su tutto: dimensioni, impieghi, controllo politico. Ma negarne la necessità significa giocare alla politica con le figurine.

La storia della parata del 2 giugno, se la si guarda senza occhiali ideologici, racconta proprio questo: instabilità e adattamento, non ossessione militare. Entra nel cerimoniale nel 1950, quando la Repubblica ha bisogno di darsi una forma visibile. Nel 1976 viene sospesa per il terremoto del Friuli: i militari sono impegnati nei soccorsi, non nella passerella. Nel 1977, in piena stagione di austerità, si riduce ulteriormente la dimensione della celebrazione.

 


Poi segue una fase di forte oscillazione: negli anni successivi la parata non ha una continuità regolare e stabile come oggi, alternando periodi di riduzione, cambi di formato e scelte diverse sulla rappresentazione pubblica dello Stato. Non c’è un’unica traiettoria lineare: proprio questa discontinuità riflette il rapporto non scontato della Repubblica con i propri simboli.

Per oltre un decennio, infatti, la Festa della Repubblica si concentra soprattutto sull’Altare della Patria e su forme più sobrie di celebrazione istituzionale. È solo nel 2000 che Carlo Azeglio Ciampi reintroduce stabilmente la parata, dentro un’idea semplice ma potente: uno Stato senza simboli riconoscibili rischia di diventare una burocrazia senza volto.

E anche dopo il ritorno, non si tratta di una rappresentazione “militarista” continua. Nel 2012, dopo il terremoto dell’Emilia, la parata si riduce drasticamente. Nel 2013 si contrae ulteriormente per ragioni economiche. Nel 2020 e 2021 viene sospesa per la pandemia. Se questa è propaganda bellica, è una propaganda piuttosto intermittente: si interrompe ogni volta che la realtà impone altro.

E allora la contrapposizione destra/sinistra comincia a scricchiolare. Perché la destra legge spesso la parata come prova di forza identitaria, ma dimentica che è stata più volte ridimensionata proprio dalla gestione concreta dello Stato. La sinistra la guarda talvolta come residuo inquietante, ma ignora che senza una capacità di difesa uno Stato non è nemmeno in grado di garantire la propria neutralità democratica.

 


Il punto, alla fine, è semplice e un po’ scomodo: le democrazie non si reggono sulle emozioni. Si reggono su istituzioni che funzionano anche quando non piacciono. E le Forze armate, nel bene e nel male, stanno lì dentro.

Il resto è dibattito da talk show. Dove il 44 per cento diventa un plebiscito o un sospetto, a seconda della convenienza retorica. Ma la storia, quella vera, continua a non partecipare al sondaggio.

Carlo Gambescia

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