Ci sono notizie che, più che raccontare il presente, sembrano uscite da un magazzino teatrale della storia. Una di queste arriva da Rimini, dove un sindaco ha partecipato alle celebrazioni del 2 giugno indossando la fascia tricolore sopra una camicia nera. Sono seguite le proteste dell’ANPI, le dichiarazioni politiche e il consueto incendio mediatico.
Il sindaco ha rivendicato fieramente la sua appartenenza, definendosi però un dannunziano cresciuto nel mito del superuomo, dell’invincibilità del guerriero. A dire il vero non ricordiamo un D’Annunzio in prêt-à-porter fascista. Ma possiamo sbagliarci.
Ora, che la camicia nera sia un simbolo storicamente legato al fascismo è un dato difficilmente contestabile. Ma forse la domanda interessante non è questa. La domanda è: che cosa significa oggi, nel 2026, presentarsi in pubblico con una camicia nera durante una cerimonia ufficiale della Repubblica?
Chi si aspetta una risposta apocalittica resterà deluso. Non siamo nel 1922 e neppure nel 1944. La democrazia italiana ha difetti enormi, ma non è minacciata da un manipolo di nostalgici in abbigliamento d’epoca. Se c’è qualcosa che colpisce in questi episodi non è la loro forza politica, bensì il loro carattere spettacolare.
A dire il vero, sul punto, il sindaco in camicia nera non ha tutti i torti: più che a Benito Mussolini viene da pensare, come anticipato, a Gabriele D’Annunzio. Alle sue pose, alle sue uniformi, alla sua concezione della politica come rappresentazione scenica. D’Annunzio aveva intuito prima di molti che i simboli possono attirare l’attenzione più delle idee. E che un gesto ben calibrato può occupare per giorni il dibattito pubblico. Cosa forse ancora più grave, perché rischia di riattivare nell’italiano lo spirito marziale (a parole ovviamente).
L’avventura fiumana fu, sotto molti aspetti, un immenso teatro politico: stivaloni, divise, rituali, giacche da domatore di leoni, proclami, saluti, parole d’ordine. Mussolini, che conosceva i suoi polli, espresse solidarietà all’Orbo Veggente ma evitò accuratamente di compromettersi. Fiume fu un’avventura politico-teatrale alla quale Giolitti pose fine con l’intervento dell’esercito. Fu allora, come ricorda Renzo De Felice, che si parlò di una possibile “marcia dannunziana su Roma”. Due anni dopo, la marcia la fece Mussolini. Quando si dice il caso.
D’Annunzio fu una mina vagante. Antiliberale, nazionalista, ostile a molti aspetti della società borghese, influenzò profondamente l’immaginario del fascismo, pur restando una figura autonoma e difficilmente riducibile al successivo regime mussoliniano. Mussolini, una volta conquistato il potere, ebbe l’accortezza di trasformarlo in un monumento vivente, confinandolo tra i lussi e gli ozi del Vittoriale. Prima morto politico, poi morto vero e proprio. Ma l’influenza dannunziana sul fascismo fu importante. E le parole del sindaco in camicia nera lo confermano indirettamente.
Naturalmente il paragone non va preso alla lettera. Ma c’è qualcosa di dannunziano in questo gusto per la provocazione estetica, per il segno visibile, per l’oggetto simbolico che costringe tutti a parlare di sé. La camicia nera, in questo caso, sembra funzionare più come accessorio comunicativo che come manifesto politico.
Resta però una differenza importante. Un privato cittadino può vestirsi come preferisce. Un sindaco che partecipa alle celebrazioni del 2 giugno non rappresenta soltanto se stesso. Rappresenta un’istituzione della Repubblica nata dal referendum del 1946. Ed è per questo che il gesto non può essere considerato neutrale.
Ma, ribadiamo, il punto centrale è forse un altro. Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, una parte della destra continua talvolta a cercare visibilità attraverso simboli ereditati dal Novecento. Non perché quei simboli abbiano ancora una reale capacità di mobilitazione politica, ma perché conservano una straordinaria capacità di provocazione.
E qui piace ricordare l’amico Giano Accame, che volle essere sepolto in camicia nera. In quasi vent’anni di frequentazione non gliela vidi mai indossare. Giano parlava con tutti e leggeva tutto. Lo ricordo ottantenne alla scrivania, con una matita in mano e un volume di storia del Mulino aperto davanti. La sua camicia nera non era una provocazione. Era un gesto privato di fedeltà verso i caduti della Repubblica Sociale, una comunità alla quale, sia pure per un solo giorno e da sedicenne, aveva appartenuto. Un omaggio ai morti, non una sfida ai vivi.
Nel caso del sindaco romagnolo il significato sembra invece diverso. Qui la camicia nera appare soprattutto come un messaggio pubblico. Non memoria, ma comunicazione. Non raccoglimento, ma visibilità. Non una reliquia sentimentale, ma un oggetto simbolico destinato a produrre reazioni.
Ed è qui che ritorna D’Annunzio. Non il poeta, non il profeta del fascismo secondo certa pubblicistica frettolosa, ma il grande regista della politica come spettacolo. L’uomo che aveva capito prima di tutti che una divisa, una posa, una parola ben scelta possono occupare il dibattito pubblico molto più di un programma o di un’idea.
Quanto al sindaco in camicia nera, D’Annunzio probabilmente avrebbe sorriso. Non per il contenuto del gesto, ma per la sua efficacia. Da giorni tutti ne parlano. E per un professionista della provocazione estetica non esiste successo più grande.
Che malinconia, però. Una Repubblica nata dal referendum del 1946, sopravvissuta al terrorismo, alle stragi, alla guerra fredda, a Tangentopoli e alla rivoluzione digitale, che ancora si divide su una camicia nera.
Non perché quella camicia sia davvero forte. Ma perché la politica italiana continua troppo spesso a cercare nel guardaroba del Novecento le parole che non riesce a trovare nel presente.
Carlo Gambescia






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