Il titolo della Stampa (“Cuba sul mercato”) racconta molto più della cronaca cubana. Richiama un fenomeno che ricorre con sorprendente regolarità nella storia contemporanea: quando le ideologie si confrontano con la complessità della vita economica, finiscono quasi sempre per adattarsi alla realtà più di quanto la realtà si adatti a esse.
Ogni sistema politico può proclamare la superiorità dell’ideologia che lo ispira. Ma prima o poi arriva il momento della verità: quello in cui bisogna produrre, distribuire, commerciare, creare ricchezza. Ed è allora che l’economia presenta il conto.
Da decenni Cuba rappresenta uno degli ultimi laboratori del socialismo reale. Così, almeno, sostengono gli ultimi osservatori benevoli (che non sono neppure pochi). Un sistema costruito sull'idea che il mercato fosse il problema, non la soluzione. Eppure oggi, come era già accaduto nell'Unione Sovietica con la NEP e, molti decenni dopo, nella Cina di Deng Xiaoping e nel Vietnam delle riforme, anche l'isola è costretta a reintrodurre, sia pure sotto lo stretto controllo del potere politico, spazi sempre più ampi per il mercato, l'iniziativa privata e gli investimenti. In altre parole, a muoversi verso un'economia mista, nella quale stato e mercato, pubblico e privato, finiscono inevitabilmente per convivere.
La storia sembra ripetersi con una regolarità quasi sociologica. Anzi, metapolitica. Non perché qualcuno imponga il mercato, ma perché, ogni volta che si tenta di abolirlo, è la stessa realtà economica a reintrodurne spontaneamente i meccanismi.
Non perché il mercato sia moralmente superiore allo stato. Ma perché il mercato non è anzitutto un’ideologia: è un meccanismo di coordinamento delle attività economiche. Può essere corretto, regolato, limitato, tassato. Ma eliminarlo significa rinunciare a uno strumento che nessun altro sistema è riuscito finora a sostituire con la stessa efficacia. È in questo senso che il mercato finisce, per così dire, per imporsi da solo.
Questo non significa affatto che il mercato sia perfetto. Né che debba essere lasciato del tutto a se stesso. Si pensi, per esempio, alla questione ecologica. Se l’inquinamento non ha un costo, il mercato tende a ignorarlo; ma è altrettanto vero che le economie pianificate del Novecento non hanno offerto esempi migliori di tutela ambientale. La questione, dunque, non è scegliere tra mercato ed ecologia, bensì costruire istituzioni capaci di orientare, con prudenza, il mercato verso obiettivi di interesse sovraindividuale.
Qui emerge uno dei grandi equivoci del Novecento. Si è pensato che il capitalismo fosse semplicemente una dottrina economica. In realtà il suo nucleo essenziale è il mercato, vale a dire il risultato di milioni di decisioni individuali che nessun pianificatore centrale riesce a conoscere né a coordinare completamente. Forse si potrebbe persino dire che il capitalismo passa, mentre il mercato resta. Il mercato c'era prima del capitalismo moderno e, con ogni probabilità, continuerà a esistere anche dopo le forme storiche che oggi chiamiamo capitalismo. Quindi quel "costruire" deve essere inteso in senso molto lato, perché si tratta di trovare un punto di equilibrio tra il mercato e quel minimo di regolazione giuridica indispensabile al suo funzionamento, ben sapendo che ogni regolazione rappresenta, sul piano teorico, uno spostamento, sia pure modesto, verso il polo della pianificazione.
Naturalmente anche il mercato può fallire. Può produrre
disuguaglianze, monopoli, rendite, crisi. Ma i suoi fallimenti sono
generalmente visibili e correggibili. Quelli della pianificazione,
invece, tendono a manifestarsi in modo più radicale: scarsità cronica,
razionamenti, mercato nero, fuga dei giovani, emigrazione delle
competenze, per non parlare dell’illiberalismo politico.
Per questo motivo quasi tutti i Paesi che hanno tentato di abolire il mercato hanno finito, prima o poi, per reintrodurlo. Magari senza chiamarlo così, magari definendolo “economia socialista di mercato”, “aggiornamento del modello”, “riforme”.
Cambiano le formule, non la sostanza. La stessa economia mista, sulla quale si è molto ragionato in Occidente, non è priva di rischi, perché spiccate forme di regolazione e interventismo pubblico, tendono a creare un’area grigia tra pubblico e privato nella quale possono fiorire corruzione e concussione, oltre che la cooptazione degli stessi nomi, tra dirigenti che passano dal pubblico al privato e viceversa.
È una lezione che dovrebbe indurre a una maggiore modestia intellettuale. La realtà sociale possiede una straordinaria capacità di resistere ai progetti costruiti a tavolino. Le società sono insiemi complessi, non macchine che si possono riprogrammare sostituendo qualche ingranaggio.
“Cuba sul mercato” non è dunque soltanto una notizia economica. È l’ennesimo capitolo di una lunga storia: quella dell’incontro, spesso traumatico, tra le promesse dell’ideologia e le esigenze della vita quotidiana. Ma questa, diciamo, è un’altra storia. Perché apre le porte a distinzioni tra buoni e cattivi, giustificazioni morali, determinismi storici. A magiche analisi controfattuali: se Castro, se gli Stati Uniti, se la Russia, eccetera, eccetera.
Forse la vera lezione di Cuba è un’altra. Le società non sono laboratori nei quali verificare la coerenza delle idee, ma insiemi viventi che costringono le idee a misurarsi con la realtà. Ed è quasi sempre la realtà ad avere l’ultima parola. E, in questo caso, il mercato.
Carlo Gambescia





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