Diventa sempre più difficile ragionare, e far ragionare, in un mondo che sembra impazzito.
Quel “sembra”, però, è decisivo. Perché il mondo non è impazzito. Semplicemente, continuiamo a interpretare gli avvenimenti politici ignorando gli universali della condizione umana e le regolarità metapolitiche che da essi derivano.
Le passioni persistono. I problemi ritornano. Gli uomini continuano ad associarsi e a dissociarsi, a cooperare e a combattersi.
Cambiano le ideologie, mutano le istituzioni, si trasformano le tecnologie, ma non vengono meno gli universali della condizione umana. È proprio da essi che scaturiscono le regolarità metapolitiche: tendenze ricorrenti che attraversano la storia senza assumere il carattere di leggi deterministiche.
Tra queste regolarità, oggi sembra prevalere quella relativa alla dinamica tra forze centrifughe e centripete. Quando prevalgono le seconde, il potere tende a concentrarsi. E quando il potere si concentra, il centro decisionale non si limita più a governare: pretende di guidare gli alleati, fissare le priorità strategiche e indicare chi debba essere considerato il nemico comune.
Per capirsi, con un esempio alto, questa dinamica affonda le proprie radici nella volontà di potenza che Nietzsche riconduceva alla stessa natura dell’uomo. Sul piano politico essa non rappresenta una patologia, bensì una possibilità permanente della condizione umana.
La volontà di potenza appartiene infatti agli individui; la politica di potenza nasce invece dagli effetti compositivi delle loro azioni all’interno delle istituzioni e delle relazioni internazionali. Non siamo dunque di fronte alla follia dei governanti, ma al riemergere di una delle possibilità permanenti dell’agire umano.
Assistiamo al ritorno di una logica politica che, pur assumendo forme diverse, non si vedeva con tale evidenza dai tempi di Hitler, Mussolini e della gerontocrazia sovietica e cinese. Una logica che molti, ingenuamente, credevano definitivamente consegnata al passato.
Trump vuole comandare. Putin vuole comandare. Xi Jinping vuole comandare. Netanyahu vuole comandare. La volontà di potenza diventa politica di potenza.
Naturalmente ogni uomo politico aspira a governare. Ma una cosa è esercitare il potere entro un sistema di regole condivise, come è tipico del liberalismo, riconoscendo l’autonomia degli altri attori politici; un’altra è perseguire una politica di potenza nella quale il comando tende a diventare il principio ordinatore dell’intero sistema delle alleanze.
È qui che torna di straordinaria attualità Julien Freund. Il grande pensatore sociale, sviluppando le intuizioni delle scuola realista, mostrò come la politica non possa fare a meno della distinzione tra amico e nemico. Le regolarità metapolitiche consentono però di compiere un passo ulteriore. Quando, all’interno di un sistema di alleanze, prevale una dinamica centripeta, è il centro politicamente dominante a indicare il nemico e a chiedere agli alleati di riconoscerlo come tale. Non si tratta di una legge della storia, ma di una regolarità che riaffiora ogni volta che il potere tende a concentrarsi.
È precisamente ciò che sta accadendo all’Europa.
L’alleato più forte dell’Europa continua a essere l’America. Ma è un’America diversa da quella che abbiamo conosciuto per oltre settant’anni. Non quella che cercava di costruire il consenso occidentale, bensì quella che pretende di definirlo. Non quella che guidava un’alleanza, ma quella che chiede agli alleati di adeguarsi. È in questa prospettiva che l’America di Trump indica nell’Iran il nemico prioritario, mentre una parte dell’Europa continua a nutrire dubbi o resistenze. L’America di Trump non rinuncia all’egemonia occidentale; la esercita secondo una logica più apertamente centripeta.
Si spiegano così molte tensioni degli ultimi mesi. Ad esempio il perché Trump si mostri addirittura offeso: lui farebbe il bene dell’Occidente. L’Iran non vuole l’arma atomica? E allora che c’è di male nell’attaccarlo? Lineare, no? Non ti pieghi, io ti distruggo. Il che vale per tutti: amici e nemici. Nell’incertezza mena, come dice un mio caro amico…
Il che spiega anche gli schiaffi politici ricevuti da Giorgia Meloni. Si può rivendicare quanto si vuole l’indipendenza nazionale; ma, se non si dispone della forza necessaria per bilanciare l’alleato dominante, l’autonomia politica rimane inevitabilmente limitata. Un’Europa divisa continua così a balbettare davanti a una presidenza americana che interpreta la leadership occidentale in termini sempre più personalistici e gerarchici.
Se non si colgono queste regolarità metapolitiche, tutto appare irrazionale. Si finisce allora per rifugiarsi nella spiegazione più semplice e rassicurante: «sono tutti pazzi». E il primo della lista diventa inevitabilmente Trump.
Ma la follia spiega poco. È spesso il nome che attribuiamo a ciò che non comprendiamo. Molto più difficile è riconoscere che le azioni degli uomini producono effetti compositivi: effetti imprevedibili nei loro esiti immediati ma capaci, nel lungo periodo, di generare regolarità metapolitiche destinate a ripresentarsi, pur assumendo contenuti storici sempre diversi.
Quando prevalgono le forze centripete, il potere tende a concentrare le decisioni, a ridurre il pluralismo delle strategie, a trasformare l’avversario in nemico e, nella migliore delle ipotesi, il nemico sconfitto in un alleato subordinato. È ciò che osserviamo anche oggi.
Le ideologie passano. I protagonisti cambiano. Ma gli effetti compositivi delle azioni umane continuano a produrre regolarità metapolitiche che riaffiorano sotto contenuti nuovi .
La storia sorprende nei suoi eventi; molto meno nelle sue strutture profonde.
Ed è proprio la metapolitica che cerca di portarle alla luce.





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