Se si pensa a ciò che è stato l’antifascismo italiano, soprattutto come esperienza umana e morale, fatta di persecuzioni, carcere, esilio, lotta armata e vite sacrificate in nome della libertà, il solo termine evocato da Giorgia Meloni – “patentino antifascista” – non può che risultare offensivo.
Se gli organizzatori della manifestazione libraria romana hanno chiesto agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di rifiuto del fascismo – sembra in seguito alla discussa partecipazione di Passaggio al Bosco – ciò significa una cosa sola: che ritengono esistente un problema. E il problema non è l’antifascismo. Il problema è il fascismo.
Il fascismo, infatti, non è un’opinione come le altre. L’Italia, non lo si dimentichi mai, è il Paese che ha inventato il fascismo. Hitler guardò inizialmente a Mussolini come a un modello politico di successo, e numerosi movimenti autoritari europei si richiamarono all’esperienza italiana.
Non stiamo parlando di un normale partito democratico. Stiamo parlando di un movimento che conquistò il potere attraverso la violenza, che trasformò lo Stato liberale in una dittatura, che abolì le libertà politiche, perseguitò gli oppositori, affiancò i nazisti nella caccia agli ebrei, e trascinò il Paese nella tragedia della guerra. Questi sono fatti storici, non interpretazioni.
Che una parte dell’opinione pubblica sembri aver smarrito la consapevolezza di ciò che il fascismo rappresentò non autorizza a ridurre l’antifascismo a un “patentino”. Al contrario, proprio questa rimozione della memoria storica spiega perché una simile terminologia possa apparire oggi accettabile. Del resto su Ebay, ritratti di Mussolini, autografati, si vendono a prezzi di tutto rispetto.
E qui si coglie un aspetto interessante. Nella polemica che è seguita alle dichiarazioni di Meloni, molti hanno giustamente richiamato la Costituzione repubblicana e la sua ispirazione antifascista. Pochi, però, hanno insistito sulla questione linguistica. Eppure le parole contano.
Per capirsi, sarebbe come liquidare la Magna Charta come una semplice carta bollata o l’habeas corpus come un timbro da ufficio. Ridurre l’antifascismo a un patentino significa degradare una tradizione storica, politica e morale a una pratica burocratica. Significa non comprendere – o fingere di non comprendere – ciò che l’antifascismo rappresenta nella storia italiana ed europea. Si noti anche il tono derisorio, che riflette la miseria mentale di un mondo, del “Secolo d’Italia”.
Le parole rivelano sempre qualcosa. E la parola “patentino” rivela una distanza culturale profonda dall’eredità liberale e democratica sulla quale si fonda la Repubblica. Non è soltanto una battuta polemica. È un modo di guardare alla storia.
Il fascismo, prima ancora che un movimento politico, è una condizione di incultura liberal-democratica. Per questa ragione una società aperta deve difendersi attraverso gli strumenti della legge, della cultura, della memoria storica e della vigilanza democratica.
Anche mediante dichiarazioni pubbliche di adesione ai principi costituzionali, se necessario.
Naturalmente, una firma non impedirà da sola il ritorno di idee autoritarie. Ma il fatto stesso che oggi si ritenga opportuno chiedere una presa di distanza dal fascismo dovrebbe indurre a riflettere sulla gravità del clima culturale in cui stiamo vivendo.
Se perfino questo gesto viene deriso come una patente o “patentino”, il problema non è la dichiarazione. Il problema è che il fascismo sta tornando a essere percepito come un’opinione legittima tra le altre.
Ed è precisamente contro questa normalizzazione che l’antifascismo continua a essere necessario. Perché il fascismo non è un’opinione come un’altra. È un’opinione che, una volta al potere, non ammette l’esistenza delle altre.
Carlo Gambescia
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