Le prime pagine dei giornali, non solo italiani, celebrano la tregua tra Stati Uniti e Iran. Qualcuno parla già di pace. Sarebbe prudente non correre troppo.
Le guerre finiscono spesso quando almeno una delle parti accetta la propria sconfitta oppure quando entrambe riconoscono di non poter vincere. Un solo esempio per tutti: la Germania, l’Italia e il Giappone nel 1945. Qui, invece, siamo davanti a qualcosa di diverso: una tregua costruita affinché tutti possano dichiararsi vincitori senza esserlo davvero. Insomma, per dirla con un grande drammaturgo: così è, se vi pare.
Donald Trump, di cui è nota la modestia, annuncia il successo della propria iniziativa diplomatica. L’Iran, altrettanto “umile”, proclama di avere resistito all’offensiva americana e israeliana. Israele fa l’unica cosa che, al momento, può permettersi: rivendicare i risultati militari ottenuti sul campo. Ognuno torna a casa con un trofeo simbolico. Quando succede questo, la domanda non è chi abbia vinto, ma quanto durerà il romanzo della vittoria.
Diamo atto — ma solo per un attimo — che da questo punto di vista Trump (o forse qualche suo influente consigliere) sembra avere compreso una vecchia regola della politica internazionale: per chiudere una guerra bisogna offrire una via d’uscita anche all’avversario. Umiliare il nemico è spesso il modo migliore per preparare il conflitto successivo. Persino i vincitori hanno bisogno che gli sconfitti conservino un minimo di dignità. Che riconoscano la bacchettata ricevuta ma possano continuare a esistere senza trasformare l’umiliazione in desiderio di rivincita.
Qui varrebbe la pena ricordare una lezione romana. I Romani compresero che un impero non si consolida soltanto con le vittorie militari. Occorre anche integrare almeno una parte degli sconfitti nelle strutture del potere, trasformando potenziali nemici in alleati. Fu uno dei segreti della durata dell’Impero nei suoi secoli migliori, si pensi ai primi due, quando consolidò le conquista repubblicane.
Però qui il problema è che la tregua nasce da esigenze tattiche più che da una vera composizione delle controversie. Le questioni che hanno prodotto il conflitto restano sostanzialmente aperte: il programma nucleare iraniano, l’equilibrio strategico regionale, il ruolo delle milizie alleate di Teheran, la sicurezza di Israele e il futuro assetto del Medio Oriente. Per quanto ne sappiamo, sono state rinviate, non risolte.
Per questa ragione parleremmo di armistizio più che di pace.
Del resto, storia e metapolitica insegnano che le tregue più fragili sono proprio quelle che consentono a tutti di proclamare una vittoria. Se nessuno perde, nessuno impara. E se nessuno impara, il conflitto tende a ripresentarsi sotto altre forme. La guerra — è antipatico ammetterlo — possiede anche una funzione pedagogica. È una lectio spesso crudele, ma pur sempre una lectio.
Resta poi il fattore Trump. I suoi sostenitori chiamano questa caratteristica flessibilità; i suoi critici la definiscono imprevedibilità. Noi propendiamo per la seconda interpretazione. In ogni caso, nessuno può escludere che una valutazione politica diversa, tra qualche settimana o qualche mese, produca un cambiamento di linea. Le tregue costruite attorno a una singola personalità sono sempre più fragili di quelle fondate su istituzioni solide.
E anche qui, si dovrebbe imparare dai Romani, ma in negativo, in particolare dai danni prodotto dalla struttura militare, diremmo pretoriana, e autocratica, assunta dall’Impero negli ultimi tre secoli.
Anche il comportamento di Israele merita attenzione. Alcuni segnali suggeriscono che la Gerusalemme prussiana di Netanyahu consideri l’accordo soprattutto come una pausa operativa e non come l’inizio di una nuova stagione politica. Aggiungiamo soltanto che la Prussia, quella storica, dalle fin troppo robuste strutture militari, è scomparsa da tempo. Speriamo invece che risorga l’Israele liberale e laburista. Diverse dichiarazioni israeliane degli ultimi giorni mostrano una disponibilità limitata ad accettare vincoli permanenti derivanti dall’intesa.
Dall’altra parte, gli apparati più radicali della Repubblica islamica non hanno certo abbandonato la propria visione del mondo. Potranno restare prudenti per qualche tempo, ma sarebbe ingenuo immaginare una conversione improvvisa al realismo moderato.
E l’Europa?
Qui la situazione sfiora la comicità involontaria. Mentre Washington, Teheran, Israele e le monarchie del Golfo discutono gli aspetti sostanziali della crisi, gli europei sembrano soprattutto commentarla. Più che protagonisti, osservatori qualificati. Più che registi, addetti alle pubbliche relazioni dell’ordine internazionale. Un’Europa — sia chiaro: nessun rimpianto per quella ferrata dei nazifascisti — in divisa da cameriere del mondo. Dispiace dirlo, ma per ora è così. Con Giorgia Meloni a lavare il pentolame.
Si continua a parlare di G7 come se fosse ancora il direttorio del pianeta. In realtà il mondo non è diventato multipolare nel senso egualitario suggerito dalla formula. È piuttosto un sistema gerarchico nel quale tre grandi potenze — Stati Uniti, Cina e Russia — occupano posizioni nettamente superiori agli altri attori. Sotto di esse si muovono le potenze regionali, talvolta influenti, ma raramente decisive quanto i tre grandi.
L’Europa, che un tempo immaginava di poter essere un polo autonomo, sembra ormai ridotta al ruolo di commentatore autorevole di decisioni prese altrove. Qui sarebbe utile rileggere François Perroux, che già negli anni Sessanta del Novecento, ragionava in termini di grandi poli economici e geopolitici mondiali, e della necessità di uno spazio europeo, non solo economico, molto prima che diventasse di moda parlare di multipolarismo e di geopolitica, senza per forza sentirsi nemici mortali del capitalismo (L’Économie du XXe siècle, trad. it. Etas Kompass, 1967). Ma non vogliamo complicare troppo le cose.
La verità è che nessuno sa se questa tregua durerà. Nemmeno coloro che l’hanno firmata.
Tuttavia una cosa appare chiara: non siamo davanti alla fine di un conflitto. Siamo davanti alla sospensione di un conflitto.
E in Medio Oriente le sospensioni assomigliano spesso a quelle partite di calcio in cui l’arbitro manda tutti negli spogliatoi per un temporale. Campo impraticabile. I giocatori smettono di correre, il pubblico ripiega tristemente le bandiere, ma nessuno pensa davvero che la partita sia finita.
Perché, prima o poi, si dovrà rigiocare.
Carlo Gambescia





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