Guardando il mondo di oggi, la tentazione del fatalismo è forte.
La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina continua senza una vera prospettiva di soluzione. In Medio Oriente si susseguono bombardamenti, rappresaglie e minacce di escalation. L’Iran continua a sfidare gli Stati Uniti e i loro alleati regionali. Negli Stati Uniti le divisioni politiche si approfondiscono mentre Donald Trump, tra insulti, accuse e provocazioni quotidiane, continua a occupare il centro della scena pubblica. In Europa prevalgono incertezze e divisioni. Ovunque sembra crescere la sensazione che gli eventi stiano sfuggendo al controllo.
Di fronte a questo quadro emerge spontanea una domanda: le cose sarebbero andate diversamente se alla Casa Bianca ci fosse stato un altro presidente? Se invece di Trump ci fosse stato Joe Biden, oppure un qualsiasi altro democratico? E più in generale: quanto contano davvero gli individui nella storia?
La domanda è meno banale di quanto sembri. Da oltre un secolo storici, sociologi e studiosi di metapolitica discutono sul rapporto tra strutture e leadership, tra forze impersonali e decisioni individuali.
Da una parte vi sono coloro che vedono nella storia il prodotto di grandi processi collettivi: l’economia, la tecnologia, i conflitti sociali, la demografia, gli equilibri geopolitici. Da questa prospettiva gli individui contano relativamente poco. I leader sarebbero soltanto interpreti di una sceneggiatura scritta altrove.
Dall’altra parte troviamo la tradizione che attribuisce invece un ruolo decisivo alle personalità storiche. Non soltanto ai grandi statisti, ma anche ai demagoghi, agli avventurieri, ai fanatici e ai cattivi governanti. In questa prospettiva la storia può cambiare direzione perché qualcuno prende una decisione invece di un’altra.
Entrambe le posizioni colgono una parte della verità. Nessuna delle due basta da sola.
Le strutture contano. Sarebbe assurdo negarlo. Ad esempio, la crisi dell’ordine internazionale nato dopo la Guerra fredda non è stata inventata da Trump. Le tensioni tra Occidente e Russia non nascono con lui. La crescita della Cina, l’egocentrismo di ampi settori della classe media occidentale, la sfiducia — a tratti infantile — verso le élite, la crisi della globalizzazione e la frammentazione dell’opinione pubblica erano fenomeni già presenti da anni. Ma riconoscere tutto questo non significa affermare che ogni sviluppo fosse inevitabile.
Le strutture delimitano il campo delle possibilità. Gli uomini decidono quale possibilità trasformare in realtà.
Fermi restando due aspetti non secondari: gli effetti non intenzionali dell’azione umana e la presenza di alcune regolarità metapolitiche — dal ciclo politico alla continua ricostituzione del potere, ad esempio — che operano indipendentemente dalle intenzioni dei singoli. Per non moltiplicare le variabili, li lasciamo qui sullo sfondo.
Potremmo chiamarlo l’effetto Sliding Doors. Nel celebre film una porta della metropolitana si chiude oppure rimane aperta, e da quel dettaglio apparentemente insignificante nascono due vite diverse. La buona storia controfattuale ragiona in modo simile. Non immagina, come dicevamo, mondi fantastici popolati da Napoleoni dotati di armi nucleari o da Cesari con Internet. Si limita a chiedersi che cosa sarebbe accaduto se una variabile plausibile fosse cambiata. Plausibile, il lettore prenda nota.
Qui occorre distinguere tra una controfattualità cattiva e una controfattualità buona. La prima appartiene alla fantasia, quando si immaginano scenari impossibili o altamente improbabili. La seconda appartiene all’analisi storica. Che cosa sarebbe successo se Churchill non fosse diventato primo ministro nel 1940? Se Gorbaciov non fosse arrivato al Cremlino? Se nel 2024 gli americani avessero scelto un presidente diverso da Donald Trump? Va detto che, a livello di senso comune, questa plausibilità sembra un po’ andata perduta… Ma questa è un’altra storia.
Queste domande non servono a riscrivere il passato. Servono a misurare il peso delle decisioni umane.
Prendiamo proprio il caso americano.
Sarebbe assurdo attribuire a Trump ogni male del mondo. Le tensioni internazionali, la polarizzazione politica e il declino relativo dell’egemonia americana non dipendono da lui. Sono processi che lo precedono.
Ma sarebbe altrettanto assurdo sostenere che la sua presenza non abbia prodotto effetti specifici.
Un altro presidente avrebbe probabilmente mantenuto un sostegno più
coerente all’Ucraina. Avrebbe quasi certamente conservato rapporti più
stabili con gli alleati europei. Avrebbe contribuito meno alla
delegittimazione delle istituzioni americane. Soprattutto, non avrebbe
trasformato l’insulto permanente, il sospetto sistematico e la
provocazione continua in una forma ordinaria di comunicazione politica.
La guerra in Ucraina forse non sarebbe terminata. Il Medio Oriente non sarebbe diventato improvvisamente pacifico. Le tensioni con la Cina sarebbero rimaste. Ma il clima internazionale sarebbe probabilmente apparso meno incerto, meno imprevedibile e meno dipendente dagli umori del leader della maggiore potenza mondiale.
Le strutture spiegano l’ascesa di Trump. Trump spiega il modo particolare in cui quella crisi si è manifestata.
Non stiamo parlando di dettagli marginali. Quando la principale potenza mondiale modifica il proprio atteggiamento verso alleati e avversari, le conseguenze si riverberano sull’intero sistema internazionale. Il modo in cui gli Stati Uniti hanno affrontato la guerra in Ucraina, il rapporto con la NATO, la politica commerciale e perfino il linguaggio pubblico globale sono stati influenzati dalla personalità e dallo stile politico del loro presidente.
La storia, infatti, non procede come un treno su un binario obbligato. Assomiglia piuttosto a una rete di sentieri. Alcuni percorsi sono più probabili di altri, ma raramente esiste una sola direzione possibile.
L’esempio classico è quello di Hitler. Nessuno storico serio sostiene che la crisi della Germania di Weimar sia stata creata da lui. Le condizioni economiche, sociali e politiche che favorirono l’ascesa del nazismo esistevano già. Tuttavia la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che la specifica forma assunta dal Terzo Reich non possa essere spiegata senza la personalità di Hitler. La struttura rese possibile il fenomeno; l’uomo contribuì a determinarne il carattere concreto.
Lo stesso ragionamento vale, con i dovuti adattamenti, per molte altre figure storiche. Senza Lenin la rivoluzione russa avrebbe avuto gli stessi esiti? Senza Churchill la Gran Bretagna avrebbe reagito nello stesso modo nel 1940? Senza Gorbaciov l’Unione Sovietica sarebbe crollata nelle medesime forme? Nessuno può rispondere con certezza. Ma il semplice fatto che queste domande abbiano senso dimostra che le leadership contano.
Anche l’Italia offre uno spunto interessante.
È possibile che molte delle difficoltà economiche e geopolitiche del Paese sarebbero emerse indipendentemente da chi sedeva a Palazzo Chigi. Tuttavia non è irrilevante che a guidare il governo sia una figura piuttosto che un’altra.
Giorgia Meloni ha indubbiamente consolidato il proprio consenso interno, puntando però su politiche divisive. Sul piano internazionale, però, il bilancio appare meno impressionante di quanto suggerisca la retorica governativa.
Molta enfasi simbolica, numerosi incontri bilaterali, una costante ricerca di visibilità mediatica, ma risultati concreti relativamente modesti. L’Italia sembra talvolta oscillare tra la ricerca di piccoli vantaggi immediati e la costruzione di relazioni privilegiate con questo o quel partner, senza che emerga una vera strategia capace di accrescere il peso politico del Paese nel lungo periodo.
È legittimo domandarsi se una leadership diversa — per esempio quella rappresentata da Mario Draghi — avrebbe puntato maggiormente sul rafforzamento della posizione europea dell’Italia, sulla costruzione di alleanze stabili e su una più ambiziosa strategia internazionale. Non lo sapremo mai. Ma il fatto stesso che il confronto sia plausibile mostra ancora una volta che le persone al comando non sono intercambiabili.
La convinzione che gli individui non contino nulla è, in fondo, una forma di pigrizia intellettuale. Assolve i governanti dai loro errori e trasforma la storia in una macchina automatica. La realtà è più complessa e più interessante.
Le strutture stabiliscono il terreno di gioco. Ma le partite vengono ancora vinte o perse da uomini e donne in carne e ossa. Alcuni allargano gli spazi della libertà, della cooperazione e della pace. Altri alimentano conflitti, rancori e divisioni. Alcuni migliorano le possibilità offerte dalle circostanze. Altri le peggiorano.
Per questo il mondo non sarebbe stato identico senza Trump. Così come non sarebbe stato identico senza Churchill, senza Gorbaciov, senza De Gaulle o senza Hitler.
La storia non è un destino. Non è un binario lungo il quale viaggiamo senza possibilità di scelta.
È una lunga sequenza di Sliding Doors. Le strutture aprono le porte. Gli uomini decidono quali attraversare. E qualche volta, nel bene o nel male, da quella scelta dipende il destino di milioni di persone.
Carlo Gambescia









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