domenica 17 maggio 2026

Trump, un “bastardo” dell’ordine globale: la politica internazionale come cinema pulp

 


Non partiamo subito da Trump. Occorre fare una premessa. Metodologica diciamo.

C’è un’immagine che il cinema contemporaneo ha reso più istruttiva di molti trattati di scienza politica: quella dei “bastardi” che agiscono dentro e contro un ordine costituito.


 In “Bastardi senza gloria”, Quentin Tarantino, reinventore del pulp al cinema, non racconta la storia come sequenza ordinata di eventi, ma come spazio di rottura: un mondo in cui le regole non spariscono, ma diventano intermittenti, manipolabili, reversibili.

Questa non è solo estetica cinematografica. È una forma brutale di realismo politico, da noi definito criminogeno (*): quando l’ordine, in termini soprattutto di aspettative, perde coerenza e la politica si tramuta in una pratica di degradazione simbolica dell’avversario, ormai percepito non più come concorrente ma come nemico assoluto, la cui umiliazione procura consenso, piacere e identità.


 

Quanto alla parola bastardo – e qui già vediamo il politologo medio inarcare il sopracciglio – storicamente indicava un figlio nato fuori dal matrimonio, spesso senza riconoscimento legale o sociale. Quindi una persona “ai margini”, senza status pieno. Da lì, per estensione, il termine ha preso un valore morale negativo: qualcuno considerato “irregolare”, “senza scrupoli”, “fuori dalle regole”.

Col tempo il significato si è spostato quasi del tutto sul piano caratteriale: oggi, quando si dice che qualcuno “si comporta come un bastardo”, non si sta facendo un’analisi genealogica… ma si sta dicendo che agisce in modo duro, egoista, crudele o deliberatamente scorretto.



È in questa chiave, amplificata da Tarantino, che si può leggere una parte della politica internazionale contemporanea: non come sistema di regole condivise, ma come campo in cui alcuni attori – i bastardi… – ne sospendono selettivamente la vincolatività. Non sono esterni all’ordine. Ne sono pienamente dentro. E proprio per questo lo deformano.

Chiamiamoli senza eufemismi: “bastardi dell’ordine globale”. Non in senso morale, ma strutturale. Attori che non aboliscono le regole: le trattano come strumenti reversibili. Distruggendo tutto un quadro di aspettative collettive.

E qui finalmente veniamo a Donald Trump. Al riguardo si può osservare una traiettoria politica che molti hanno interpretato — con categorie diverse, tra cui quella di Hofstadter sulle derive paranoidi della politica americana, quindi fuori dalle regole, per collegarci a quanto detto sopra. Si pensi a una visione del mondo, prima marginale, segnata da sospetto sistemico, semplificazione radicale dei conflitti e lettura fortemente personalizzata degli attori internazionali, ora purtroppo al comando.

 


Il punto non è la semplice conflittualità diplomatica, ma la riduzione dell’impegno internazionale a dispositivo contingente: alleanze contrattabili, continuità strategica subordinata al vantaggio immediato.

In questa prospettiva, diversi critici leggono le scelte trumpiane di politica estera come parte di una ridefinizione selettiva degli impegni globali: il sostegno all’Ucraina nel conflitto con la Russia percepito come variabile negoziabile; il Medio Oriente come spazio di deleghe e pressioni intermittenti; l’area indo-pacifica e Taiwan come banco di prova della credibilità della deterrenza americana. Non si tratta di singoli episodi, ma di una logica complessiva di intervento selettivo e discontinuità strategica. Per dirla in modo brutale, con Biden, membro a pieno titolo del “mainstream” riformista e democratico,  non saremmo a questo punto.

Il punto non è la durezza della politica estera — elemento costante della storia internazionale — ma il suo diventare intermittente, caso per caso, senza una struttura stabile di vincoli percepiti come duraturi.

 


Qui si tocca il nodo centrale: l’erosione dell’idea liberale di ordine internazionale, fondata sulla prevedibilità degli impegni, sulla credibilità delle alleanze e sulla continuità delle regole.

Quando questa prevedibilità si indebolisce, l’ordine non scompare: si svuota dall’interno. Le istituzioni restano, ma perdono densità normativa; la cooperazione sopravvive, ma diventa instabile e condizionata.

È qui che la metafora di Tarantino smette di essere ornamentale e diventa descrittiva. In un mondo “pulp”, non esistono più attori incaricati di custodire le regole: esistono attori che entrano nella scena e la riscrivono mentre si svolge.

Questa logica non è esclusiva. La si ritrova, con intensità diverse, in leadership che hanno fatto del rapporto strumentale con le regole internazionali una componente stabile della propria politica estera: dalla Russia di Vladimir Putin nella ridefinizione unilaterale degli equilibri territoriali, alla Cina nella gestione selettiva delle norme del commercio globale e della proiezione nel Pacifico, fino a diverse leadership occidentali che hanno praticato interventi militari o disimpegni senza piena continuità multilaterale.



I “bastardi dell’ordine globale”, tra i quali oggi Trump primeggia, sono questo: non eccezioni, ma modalità interne di funzionamento di un sistema che ha perso parte della sua coerenza liberale. Non distruggono l’ordine: lo rendono intermittente. In questo senso per Trump, abbiano anche parlato di liberalismo alla Lucky Luciano: cogli l’attimo e schiaccia l’avversario, meglio se con le cattive (**).

Il punto decisivo non è morale, ma strutturale. Un ordine internazionale vive di fiducia negli impegni. Quando questa fiducia si incrina, il sistema non collassa: si trasforma in un ambiente più fluido, competitivo e opportunistico, ma anche più instabile e meno prevedibile.

Ed è qui che emerge il tratto più inquietante: non la fine delle regole, ma la loro applicazione selettiva. Non il caos, ma un ordine che funziona a intermittenza.

 


Come in un film di Tarantino, la storia continua. Ma non promette più coerenza. Solo intensità.

E in un mondo in cui le regole valgono solo quando conviene farle valere, non sono i custodi dell’ordine a scrivere la storia, ma quelli che hanno smesso di prenderlo sul serio.

Carlo Gambescia

(*) Carlo Gambescia, Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizioni il Foglio, 2019, pp. 41-49.

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/02/donald-trump-e-il-liberalismo-alla.html .



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