Non partiamo subito da Trump. Occorre fare una premessa. Metodologica diciamo.
C’è un’immagine che il cinema contemporaneo ha reso più istruttiva di molti trattati di scienza politica: quella dei “bastardi” che agiscono dentro e contro un ordine costituito.
In “Bastardi senza gloria”, Quentin Tarantino, reinventore del pulp al cinema, non racconta la storia come sequenza ordinata di eventi, ma come spazio di rottura: un mondo in cui le regole non spariscono, ma diventano intermittenti, manipolabili, reversibili.
Questa non è solo estetica cinematografica. È una forma brutale di realismo politico, da noi definito criminogeno (*): quando l’ordine, in termini soprattutto di aspettative, perde coerenza e la politica si tramuta in una pratica di degradazione simbolica dell’avversario, ormai percepito non più come concorrente ma come nemico assoluto, la cui umiliazione procura consenso, piacere e identità.
Quanto alla parola bastardo – e qui già vediamo il politologo medio inarcare il sopracciglio – storicamente indicava un figlio nato fuori dal matrimonio, spesso senza riconoscimento legale o sociale. Quindi una persona “ai margini”, senza status pieno. Da lì, per estensione, il termine ha preso un valore morale negativo: qualcuno considerato “irregolare”, “senza scrupoli”, “fuori dalle regole”.
Col tempo il significato si è spostato quasi del tutto sul piano caratteriale: oggi, quando si dice che qualcuno “si comporta come un bastardo”, non si sta facendo un’analisi genealogica… ma si sta dicendo che agisce in modo duro, egoista, crudele o deliberatamente scorretto.
È in questa chiave, amplificata da Tarantino, che si può leggere una parte della politica internazionale contemporanea: non come sistema di regole condivise, ma come campo in cui alcuni attori – i bastardi… – ne sospendono selettivamente la vincolatività. Non sono esterni all’ordine. Ne sono pienamente dentro. E proprio per questo lo deformano.
Chiamiamoli senza eufemismi: “bastardi dell’ordine globale”. Non in senso morale, ma strutturale. Attori che non aboliscono le regole: le trattano come strumenti reversibili. Distruggendo tutto un quadro di aspettative collettive.
E qui finalmente veniamo a Donald Trump. Al riguardo si può osservare una traiettoria politica che molti hanno interpretato — con categorie diverse, tra cui quella di Hofstadter sulle derive paranoidi della politica americana, quindi fuori dalle regole, per collegarci a quanto detto sopra. Si pensi a una visione del mondo, prima marginale, segnata da sospetto sistemico, semplificazione radicale dei conflitti e lettura fortemente personalizzata degli attori internazionali, ora purtroppo al comando.
Il punto non è la semplice conflittualità diplomatica, ma la riduzione dell’impegno internazionale a dispositivo contingente: alleanze contrattabili, continuità strategica subordinata al vantaggio immediato.
In questa prospettiva, diversi critici leggono le scelte trumpiane di politica estera come parte di una ridefinizione selettiva degli impegni globali: il sostegno all’Ucraina nel conflitto con la Russia percepito come variabile negoziabile; il Medio Oriente come spazio di deleghe e pressioni intermittenti; l’area indo-pacifica e Taiwan come banco di prova della credibilità della deterrenza americana. Non si tratta di singoli episodi, ma di una logica complessiva di intervento selettivo e discontinuità strategica. Per dirla in modo brutale, con Biden, membro a pieno titolo del “mainstream” riformista e democratico, non saremmo a questo punto.
Il punto non è la durezza della politica estera — elemento costante della storia internazionale — ma il suo diventare intermittente, caso per caso, senza una struttura stabile di vincoli percepiti come duraturi.
Qui si tocca il nodo centrale: l’erosione dell’idea liberale di ordine internazionale, fondata sulla prevedibilità degli impegni, sulla credibilità delle alleanze e sulla continuità delle regole.
Quando questa prevedibilità si indebolisce, l’ordine non scompare: si svuota dall’interno. Le istituzioni restano, ma perdono densità normativa; la cooperazione sopravvive, ma diventa instabile e condizionata.
È qui che la metafora di Tarantino smette di essere ornamentale e diventa descrittiva. In un mondo “pulp”, non esistono più attori incaricati di custodire le regole: esistono attori che entrano nella scena e la riscrivono mentre si svolge.
Questa logica non è esclusiva. La si ritrova, con intensità diverse, in leadership che hanno fatto del rapporto strumentale con le regole internazionali una componente stabile della propria politica estera: dalla Russia di Vladimir Putin nella ridefinizione unilaterale degli equilibri territoriali, alla Cina nella gestione selettiva delle norme del commercio globale e della proiezione nel Pacifico, fino a diverse leadership occidentali che hanno praticato interventi militari o disimpegni senza piena continuità multilaterale.
I “bastardi dell’ordine globale”, tra i quali oggi Trump primeggia, sono questo: non eccezioni, ma modalità interne di funzionamento di un sistema che ha perso parte della sua coerenza liberale. Non distruggono l’ordine: lo rendono intermittente. In questo senso per Trump, abbiano anche parlato di liberalismo alla Lucky Luciano: cogli l’attimo e schiaccia l’avversario, meglio se con le cattive (**).
Il punto decisivo non è morale, ma strutturale. Un ordine internazionale vive di fiducia negli impegni. Quando questa fiducia si incrina, il sistema non collassa: si trasforma in un ambiente più fluido, competitivo e opportunistico, ma anche più instabile e meno prevedibile.
Ed è qui che emerge il tratto più inquietante: non la fine delle regole, ma la loro applicazione selettiva. Non il caos, ma un ordine che funziona a intermittenza.
Come in un film di Tarantino, la storia continua. Ma non promette più coerenza. Solo intensità.
E in un mondo in cui le regole valgono solo quando conviene farle valere, non sono i custodi dell’ordine a scrivere la storia, ma quelli che hanno smesso di prenderlo sul serio.
Carlo Gambescia
(*) Carlo Gambescia, Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizioni il Foglio, 2019, pp. 41-49.
(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/02/donald-trump-e-il-liberalismo-alla.html .







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