mercoledì 13 maggio 2026

Il caso Kante: l’indignazione non basta

 


Le immagini vengono prima dei fatti. O detto altrimenti: nelle democrazie digitali, piaccia o meno, le immagini diventano i fatti.

Il caso di Diala Kante esplode così: un uomo di origine africana immobilizzato da più agenti davanti ai figli in lacrime. Non sappiamo ancora tutto. Non conosciamo ogni dettaglio della sequenza precedente. Ma sappiamo abbastanza per cogliere qualcosa di più profondo del singolo episodio: il mutamento del clima politico e morale del Paese.

Perché le istituzioni non agiscono mai nel vuoto. Agiscono dentro un’atmosfera culturale. E dopo quattro anni di governo della destra quell’atmosfera è cambiata.

Ecco il punto essenziale. Con l’arrivo a Palazzo Chigi di una destra che continua a mantenere con il proprio passato postfascista un rapporto ambiguo — talvolta rimosso, talvolta rivendicato simbolicamente — il linguaggio pubblico si è progressivamente irrigidito. Sicurezza, controllo, ordine, identità nazionale, difesa dei confini: tutto questo non è soltanto propaganda elettorale. Produce effetti concreti nella percezione collettiva del potere e nella legittimazione sociale della forza.



Il punto non è sostenere banalmente che “siamo tornati al fascismo”. Le analogie storiche meccaniche servono soprattutto a evitare di capire il presente. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che il fascismo appartenga a un museo morto e disinnescato. In Italia esiste ancora una continuità culturale profonda: diffidenza verso il pluralismo, culto dell’autorità, insofferenza verso il dissenso, bisogno di ordine, retorica identitaria, sospetto verso il diverso. Non servono manganelli e olio di ricino perché riaffiori una mentalità autoritaria. Basta un lento slittamento della sensibilità collettiva.

È qui che le immagini di Milano diventano politicamente rilevanti. Non perché dimostrino automaticamente una colpa penale degli agenti — quello spetta ai magistrati — ma perché mostrano una forza pubblica che appare sicura della propria legittimazione culturale. Ed è questo il punto decisivo: la forza non viene soltanto esercitata, viene esibita.

 


Che magnifico trofeo!  Tre  agenti sopra un uomo davanti ai figli terrorizzati. È impossibile non vedere in quella scena qualcosa che va oltre il semplice fermo. E infatti il dibattito è esploso immediatamente attorno al tema del razzismo, della stigmatizzazione sociale, dell’abuso di potere.

Massimo Wertmuller, intervenendo sui social, ha scritto una frase molto bella: “L’indignazione dovrebbe essere un tratto naturale dell’essere umano, soprattutto quando costui/ei è perbene, come un braccio o uno starnuto” (*).

Giustissimo. Al netto dell’ironia ruvida della formula, il punto è vero. Una società che non prova più indignazione davanti alla sproporzione della forza pubblica è una società che lentamente si abitua all’umiliazione come normalità.

Ma, ricordiamo a Wertmuller, che l’indignazione è soltanto l’inizio, non il punto d’arrivo. Da sola rischia persino di diventare una forma di consumo morale: ci si scandalizza, si condivide, si prende posizione, e tutto finisce lì. La politica liberal-democratica dovrebbe invece trasformare l’emozione in analisi, l’empatia in cultura delle garanzie, la reazione istintiva in controllo razionale del potere.

Perché il problema non è soltanto indignarsi davanti all’abuso. Il problema è non perdere quell’abitudine liberale a diffidare spontaneamente della forza quando supera il limite: la sola ricetta capace di impedire che l’abuso diventi normale. Solo in un contesto del genere può avere senso il bellissimo rilievo di Wertmuller.



Qui, allora, il problema non è solo la destra. Il problema è anche la reazione automatica della sinistra.

Una parte della sinistra contemporanea sembra incapace di fare altro che oscillare fra l’indignazione morale e la richiesta pubblica di scuse. Come se il compito principale fosse dimostrare continuamente la propria purezza etica.

Il lungo post di Marco Pacciotti, della Direzione nazionale del Pd, ripreso oggi da Wertmuller, è sincero, civile, perfino generoso. Contiene osservazioni corrette sul contributo economico e sociale degli immigrati in Italia (**). Ma rivela anche un riflesso tipico del progressismo contemporaneo: la necessità di trasformare immediatamente ogni vittima in simbolo pedagogico positivo.

Kante allora non è più semplicemente un cittadino che forse ha subito un abuso; deve diventare il “buon immigrato”, l’imprenditore virtuoso, l’artigiano integrato, quasi che la sua dignità dipendesse dal curriculum morale.



Ed è qui che qualcosa non funziona.

In uno stato liberale una persona non dovrebbe meritare rispetto perché produce ricchezza, crea gioielli interculturali o rappresenta un esempio riuscito d’integrazione. O comunque non solo. Dovrebbe meritarlo e basta. Anche se fosse disoccupato, antipatico, arrabbiato o politicamente scorretto. I diritti non si concedono per merito.

La sinistra moralistica finisce invece spesso per muoversi dentro una logica paternalistica: chiede scusa, si commuove, certifica virtù civili, trasforma la politica in terapia pubblica. Ma così facendo rischia di depoliticizzare il problema reale, che non è la bontà individuale di Kante bensì il rapporto sempre più squilibrato tra cittadino e autorità.



Ed è qui che il liberalismo dovrebbe tornare a fare il suo mestiere storico: diffidare del potere. Sempre. Soprattutto quando il potere si ammanta di sicurezza, emergenza e protezione identitaria.

Perché la differenza tra una democrazia liberale e una società che scivola lentamente verso forme illiberali non si misura dall’assenza della forza. Si misura dal limite che quella forza è costretta a riconoscere  in se stessa.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.facebook.com/massimowertmuller

(**) Il post di Marco Pacciotti, ripreso da Wertmuller, è qui: https://www.facebook.com/mpacciotti .

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