Nel confronto al Senato di ieri, Giorgia Meloni ha rivendicato risultati positivi su salari, occupazione, debito e tasse. L’opposizione ha risposto evocando salari insufficienti, pressione fiscale elevata, sanità in difficoltà e impoverimento del ceto medio.
Chi aveva ragione? Entrambi. E proprio questo è il problema.
La politica contemporanea — non soltanto italiana — vive sempre più dentro una selezione accurata dei dati. Non necessariamente nella falsificazione. Sarebbe persino troppo facile. Il punto è più sofisticato: si scelgono i numeri migliori per sostenere un romanzo politico deciso in partenza.
Il governo ricorda che l’occupazione è aumentata. Ed è vero. L’opposizione replica che i salari reali italiani restano tra i più deboli d’Europa. Ed è altrettanto vero.
Il governo sottolinea che non vi è stato alcun tracollo dei conti pubblici, nonostante le profezie catastrofiche degli ultimi anni. Vero anche questo. L’opposizione osserva che il debito rimane gigantesco e che la pressione fiscale continua a essere elevata. Di nuovo: vero.
È il trionfo della verità ritagliata. Una politica ridotta a montaggio statistico: ciascuno prende il dato compatibile con il proprio elettorato, lo illumina, lo ripete, lo trasforma in identità.
Naturalmente, tutto questo non significa affatto sostenere che “sono tutti uguali”. È la scorciatoia preferita dell’antipolitica, e spesso anche dei fascisti, oltre che il rifugio mentale di chi non vuole distinguere più nulla. Le differenze tra governi esistono, eccome. Le idee contano. Le culture politiche pure. E perfino gli stili di leadership producono conseguenze concrete.
E infatti una differenza va riconosciuta: negli ultimi anni la destra italiana ha mostrato una certa capacità di intervento soprattutto sul terreno della sicurezza, dell’ordine pubblico e del controllo. Non è necessariamente un merito, né una colpa in sé (fermo però restando che “questa” destra, per i suoi natali ideologici, resta pericolosa). È però l’unico ambito nel quale si è vista una direzione politica relativamente coerente e una disponibilità concreta a esercitare il potere senza troppe esitazioni.
Direzione politica: il lettore prenda appunto. Al contrario, sulle grandi riforme economiche e liberali — concorrenza, privatizzazioni, semplificazione — il coraggio è rimasto assai più limitato, se non del tutto assente.
Ma proprio per questo occorre pretendere di più. E qui parliamo, pur sapendo che molti considereranno queste parole prediche inutili (questa l’abbiamo già sentita…), tanto alla destra quanto alla sinistra.
Un governo liberale serio — e in Italia la parola “liberale” viene spesso usata, da Buttafuoco a Landini, come furba decorazione retorica o peggio ancora come insulto — dovrebbe avere il coraggio della realtà prima ancora che della propaganda. Dovrebbe dire che l’occupazione cresce ma resta fragile; che i salari recuperano qualcosa dopo anni difficili ma rimangono bassi; che il debito pubblico continua a rappresentare un problema storico; che la produttività italiana ristagna da decenni; che uno Stato lento e corporativo soffoca energie economiche e civili.
E soprattutto dovrebbe comportarsi di conseguenza.
Invece, da molti anni, destra e sinistra sembrano accomunate da una medesima prudenza conservatrice.
La destra parla di mercato ma raramente affronta davvero rendite,
corporazioni, burocrazie e monopoli sgraditi ai consumatori. Solo per
fare esempi persino banali, ma assai significativi: la difesa quasi
sacrale di tassisti e gestori degli stabilimenti balneari da parte di
una coalizione che ama definirsi liberale è diventata comica, anzi
tragicomica. Siamo molto lontani dall’immagine dell’imprenditore
manchesteriano disposto a competere senza protezioni: qui, al contrario,
si difendono spesso categorie economicamente garantite e scarsamente
contendibili.
Per contro, la sinistra denuncia le disuguaglianze ma spesso difende apparati inefficienti soltanto perché pubblici o parapubblici. Si oppone ai privilegi, salvo poi considerare intoccabile qualunque struttura statale esistente, anche quando produce sprechi, immobilismo o servizi mediocri. Come se il semplice fatto di essere “pubblico” bastasse automaticamente a renderlo equo ed efficiente.
Così il dibattito resta inchiodato a una guerra di cifre, mentre le grandi riforme vengono continuamente rinviate.
L’Italia avrebbe bisogno, al contrario, di una stagione autenticamente liberale: liberalizzazioni nei servizi, concorrenza reale, semplificazione amministrativa, privatizzazioni intelligenti dove lo Stato gestisce male, tutela delle libertà economiche ma anche di quelle civili. Meno protezione delle rendite, più mobilità sociale. Meno paternalismo politico, più responsabilità individuale.
Certo, i tempi non sono favorevoli. In tutta Europa cresce la domanda di protezione, controllo, intervento statale: la paura produce consenso più facilmente della libertà. È comprensibile
Esiste poi, assai diffuso, il fenomeno dell’individualismo protetto. Cioè di una richiesta di libertà economica e sociale, accompagnata però dall’aspettativa costante che sia lo stato — o le corporazioni — a ridurre i rischi e assorbire i costi delle scelte individuali.
Insomma non è momento facile ma una classe politica dovrebbe servire anche a indicare una direzione, non soltanto a inseguire gli umori del momento.
Ecco, come dicevamo, serve una direzione politica capace di tenere insieme sicurezza e libertà, responsabilità e mobilità sociale. Non una politica costruita sulla ricerca permanente di un nemico o sulla distribuzione infinita di protezioni corporative, ma un’idea di società aperta, dinamica e adulta.
Prima o poi, da qualche parte, bisognerà pur ricominciare a dirlo: una società aperta non si costruisce selezionando statistiche favorevoli. Si costruisce accettando la complessità della realtà e assumendosene il costo politico.
Carlo Gambescia








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