domenica 31 maggio 2026

Dopo Morin: oltre la complessità, gli effetti inattesi dell’azione sociale

 


Con la morte di Edgar Morin si chiude una delle ultime grandi biografie intellettuali del Novecento europeo. Sociologo, filosofo e teorico della complessità, Morin ha attraversato quasi un secolo di storia lasciando un’opera vastissima, difficilmente riconducibile a una singola disciplina.

Si fa prima a elencare gli ambiti che non ha esplorato che quelli ai quali ha dedicato le sue ricerche. È stato, nel senso più alto del termine, un intellettuale enciclopedico: un erede dell’Illuminismo che ha attraversato i confini del sapere con curiosità inesauribile, consegnando ai lettori circa un centinaio di volumi.

Sotto questo aspetto c’è forse soltanto un altro intellettuale francese contemporaneo, però con fama di maudit e collocato all’estremo opposto dello spettro politico, che possa competere con lui per ampiezza e prolificità: Alain de Benoist. La prolificità, quando alla base c’è una grande volontà di sapere, non fa rima con la politicità di un pensiero. Almeno così crediamo.

Non vorremmo però ricordarlo attraverso le formule, spesso trite, che inevitabilmente torneranno in questi giorni: il “pensiero complesso”, l'”intellettuale planetario”, il “maestro della transdisciplinarità”. C’è un aspetto della sua riflessione che ci ha sempre colpito più di altri e che, da sociologo e studioso di metapolitica, continuiamo a considerare il suo contributo più interessante, quantomeno pieno di sorprese.

Pensiamo all’idea che gli uomini producano effetti che sfuggono alle loro intenzioni e che finiscano per retroagire su di essi.

Gli individui costruiscono istituzioni, organizzazioni, idee, credenze collettive. Ma queste ultime, una volta create, acquistano una loro autonomia relativa e cominciano a influenzare gli stessi individui che le hanno generate. La società produce gli uomini e gli uomini producono la società in un processo circolare che non conosce un punto di partenza assoluto. Sembra una banalità, ma non tutti, a cominciare dai protagonisti della controversia tra olisti e individualisti, sono d’accordo. E poi è davvero un punto di partenza? Per andare dove?



Qui sta il problema. Perché siamo davanti a una delle grandi questioni della sociologia, all’epoca intuita da Simmel, quando parlò di distinzione tra forma (ciò che permane nelle società, le forme relazionali) e contenuto (ciò che cambia, i contenuti storici), con l’individuo, al centro, come parte agente essenziale. In sintesi, titolo di un suo famoso studio ( o quasi): la cultura come conflitto tra forma e contenuto, tra vita e più che vita (qui fa capolino anche Nietzsche).

Per questa ragione, leggendo Morin, ci è capitato spesso di pensare, non tanto e non solo a Simmel quanto a Raymond Boudon, che ai giorni nostri ha magnificamente approfondito queste tematiche. A prima vista i due sembrano appartenere a universi teorici lontanissimi. Morin è il teorico delle interdipendenze, delle emergenze, dei sistemi complessi. Boudon è il sociologo dell’individualismo metodologico e dell’analisi dei meccanismi sociali.

Eppure entrambi si confrontano con lo stesso problema, che è alla base della visione interattiva del sociale appena ricordata: come spiegare il fatto che l’aggregazione di milioni di comportamenti individuali produca risultati che nessuno aveva previsto o desiderato?

La differenza è nel modo di affrontare la questione.



Morin insiste sulla complessità dei sistemi sociali. Le azioni individuali si intrecciano, si combinano, generano effetti emergenti che sfuggono al controllo degli attori. Cause ed effetti si rincorrono continuamente. Il sistema retroagisce sugli individui e li trasforma.

Boudon, invece, prova a ricostruire il percorso che conduce dalle azioni individuali agli esiti collettivi. Nel suo celebre Effets pervers et ordre social mostra come comportamenti perfettamente ragionevoli possano produrre conseguenze indesiderate. Ad esempio, ogni famiglia investe nell’istruzione dei figli per migliorarne le opportunità. Ma se tutti fanno la stessa cosa, il vantaggio relativo si riduce e il titolo di studio perde parte del suo valore distintivo. Nessuno lo voleva, eppure accade.

Sono quelli che Boudon chiama “effetti perversi” o “effetti compositivi”: risultati collettivi che emergono dall’interazione di comportamenti individualmente sensati.



Se dovessimo scegliere tra i due approcci, restiamo dalla parte di Boudon. Non perché la società sia meno complessa di quanto pensasse Morin. Sarebbe difficile sostenerlo. Ma perché una teoria sociologica non dovrebbe limitarsi a ricordarci che il mondo è complesso. Dovrebbe anche aiutarci a spiegare come e perché determinati fenomeni si producono.

Da questo punto di vista, gli strumenti analitici di Boudon ci sembrano ancora oggi più robusti. La nozione di complessità rischia talvolta di trasformarsi in una descrizione generale del reale: vera, ma difficile da verificare e da tradurre in ricerca empirica. Gli effetti compositivi, invece, obbligano il sociologo a individuare passaggi, meccanismi, concatenazioni causali.

Se ci si passa la battuta, gli effetti compositivi vivono e lottano insieme a noi, e probabilmente continueranno a farlo ancora per molto tempo. Per questo rappresentano anche un fattore metapolitico.


In altre parole, una regolarità della vita sociale della quale lo studioso deve tenere conto se vuole evitare l’errore costruttivista. 

 


Un errore che Pareto e Mosca avevano già individuato quando assegnavano alle scienze sociali, tra gli altri compiti, quello di smascherare le illusioni dell’ingegneria sociale e le promesse delle utopie politiche. Forme di utopia applicata che il Novecento avrebbe successivamente mostrato in tutta la loro pericolosità e che ancora oggi non possono essere considerate definitivamente sconfitte.

Quindi attenzione a non trasformare la complessità in feticcio ideologico. Come per ogni grande pensiero, Morin va distinto dai moriniani. Il che non diminuisce l’importanza di Morin. Al contrario.

In un’epoca dominata dalla ricerca ossessiva dei colpevoli, delle regie occulte e delle intenzioni nascoste, Morin ci ricorda una verità elementare: molte delle realtà sociali che ci circondano non sono state progettate da nessuno. Nascono dall’intreccio di azioni individuali, di adattamenti reciproci, di conseguenze inattese.



Forse il modo migliore per ricordarlo non è ripetere che tutto è complesso. È riprendere una delle sue intuizioni più interessanti, discuterla criticamente e svilupparla attraverso le intuizioni di Boudon. Il che rientra pienamente nelle competenze della metapolitica.

Concludendo, le idee vive servono a questo. Non a essere commemorate, ma a essere messe alla prova. E su questo punto Morin sarebbe probabilmente d’accordo. E anche Boudon.

Carlo Gambescia

 

Letture

Edgar Morin , Sociologie, Fayard, Paris 1984;
–  La Méthode. 3. La Connaissance de la connaissance, Éditions du Seuil, Paris 1986;
– Introduction à la pensée complexe, Éditions Sociales Françaises, Paris 1990.

Raymond Boudon, L’Inégalité des chances. La mobilité sociale dans les sociétés industrielles, Armand Colin, Paris 1973;
Effets pervers et ordre social, Presses Universitaires de France, Paris 1977;
– La Logique du social. Introduction à l’analyse sociologique, Hachette, Paris 1979.

Le opere di Morin e Boudon sono reperibili sul mercato italiano nei cataloghi, tra gli altri, di Raffaello Cortina Editore e del Mulino.

Nessun commento:

Posta un commento