Ci sono articoli che parlano di ambiente. E poi ci sono articoli che usano l’ambiente come pretesto per giudicare moralmente le persone. Il testo di Elisabetta Ambrosi sulle crociere appartiene chiaramente alla seconda categoria (*). È forse un pericolo la dottoressa Ambrosi per la liberal-democrazia? No. E nessuno sorrida. Lo è però la forma di mentalità che descrive e rappresenta. Per usare una parola forse impegnativa, è paradigmatica.
Vale allora la pena parlarne. Si immagini una classe politica — e l’Italia purtroppo ne ha già conosciuta una stagione con il grillismo al governo — che tenti di trasformare simili impostazioni culturali in pratica politica. Perché, leggendo bene il testo, si scopre rapidamente che qui non si vuole soltanto ridurre l’inquinamento: si vuole educare moralmente il cittadino, orientarne i comportamenti, ridefinire ciò che è considerato legittimo desiderare. E quando una politica assume tratti pedagogici e salvifici, il rischio di trasformare la sostenibilità in disciplina sociale diventa reale.
A leggerlo bene, infatti, si capisce subito che il vero bersaglio non sono le emissioni, il carburante navale o l’inquinamento dei porti. Il bersaglio reale è antropologico: il piacere di massa, il consumo popolare, il lusso accessibile, l’intrattenimento standardizzato. In una parola: la democratizzazione del benessere.
Le crociere diventano così il simbolo perfetto di ciò che una parte dell’ecologismo contemporaneo non sopporta più: persone comuni che consumano, si divertono, viaggiano, mangiano ai buffet, fanno selfie e imitano stili di vita un tempo riservati alle élite. È qui che l’ambientalismo si trasforma in fondamentalismo morale.
La formula “evitare le crociere come la peste” è già rivelatrice. Non è il linguaggio di un’analisi razionale, ma quello della contaminazione morale. La crociera non viene descritta come una pratica discutibile o migliorabile, ma come una forma di impurità. E infatti il testo scivola rapidamente dall’ecologia alla pedagogia penitenziale: “bombe ecologiche”, “opulenza”, “menti colonizzate”, “imitazione dei ricchi”, “lusso o simil lusso”.
Qui però bisogna fare una distinzione decisiva. Criticare la società di massa non significa automaticamente aderire all’ecologismo moralista. Le due cose spesso sono opposte. Esiste infatti una critica liberale della società di massa — da Alexis de Tocqueville a José Ortega y Gasset — che teme il conformismo, l’omologazione e la perdita dell’individualità, ma non considera il desiderio di benessere un peccato morale. Il liberale può trovare la crociera kitsch, conformista o culturalmente povera; tuttavia non pensa che il cittadino debba essere rieducato alla sobrietà attraverso una pedagogia della colpa climatica.
La differenza è enorme. Per la critica liberale il problema della società di massa è la possibile riduzione dell’individuo a folla; per l’ecologismo radicale il problema diventa invece l’eccesso stesso di libertà materiale e di consumo. Nel primo caso si critica la massificazione; nel secondo si colpevolizza la prosperità.
Ed è qui che il testo della Ambrosi mostra il suo lato più elitario. Il turismo popolare organizzato viene trattato come degradazione simbolica, mentre il viaggio elitario, individualizzato e “autentico” continua implicitamente a conservare una propria legittimità estetica. Il problema non è il lusso in sé: è il lusso democratizzato. Sembra quasi che il problema non sia viaggiare, ma farlo senza aver letto Bruce Chatwin.
Del resto, perfino la nuova parola magica, “overtourism”, spesso sembra indicare non il turismo in quanto tale, ma semplicemente il fatto che troppa gente comune abbia iniziato a muoversi, viaggiare e occupare spazi un tempo più esclusivi. Una nave da crociera piena di famiglie della classe media appare insopportabile proprio perché rompe un’antica gerarchia simbolica del privilegio.
E qui emerge una contraddizione interessante. Una parte consistente delle élite culturali contemporanee ama presentarsi come anti-oligarchica, anti-capitalistica e ostile ai privilegi. Tuttavia, spesso finisce per accettare senza problemi forme di distinzione sociale purché siano culturalmente selettive, moralmente certificate o esteticamente raffinate. Non il consumo in quanto tale, ma il consumo delle masse diventa il vero scandalo. Il piccolo resort ecologico esclusivo, il turismo lento riservato a chi ha tempo e risorse, il viaggio “consapevole” e individualizzato continuano invece a godere di una sorta di legittimità simbolica.
In questo senso, certo ambientalismo radicale rischia paradossalmente di riprodurre proprio quella distanza oligarchica che dichiara di combattere. Cambiano i codici morali e linguistici, ma resta l’idea che il popolo consumi sempre “male”, in modo eccessivo, volgare o inconsapevole, mentre le classi culturalmente superiori conserverebbero il diritto a forme di consumo considerate più autentiche, responsabili e quindi implicitamente più legittime. E che quindi vada rieducato, magari anche con l’uso della forza.
E qui fatta una considerazione fondamentale. Noi saremo sempre dalla parte dei giacobini napoletani travolti dalla reazione borbonica. Ma tra Vincenzo Cuoco e Maximilien Robespierre resta una differenza decisiva.
Cuoco comprese che una trasformazione politica astrattamente perfetta può diventare distruttiva quando pretende di rifare integralmente la società e persino gli uomini. È la differenza tra un radicalismo politico consapevole dei limiti della realtà e un radicalismo morale che vuole purificare il mondo. Anche nelle ideologie contemporanee convivono entrambe le tendenze: una critica riflessiva della modernità e una tentazione pedagogica che sogna di rieducare le masse ai comportamenti virtuosi. Ed è qui che una parte dell’ecologismo contemporaneo rischia di scivolare dal ragionamento scientifico alla religione civile.
C’è poi un altro aspetto interessante. Questo nuovo moralismo ecologista viene spesso definito “puritano”, ma il paragone col puritanesimo classico regge solo fino a un certo punto. Il puritanesimo analizzato da Max Weber disciplinava il desiderio per accumulare, investire, produrre e rafforzare il capitalismo moderno. Era un’ascesi produttiva. Qui invece siamo davanti a qualcosa di quasi opposto: un’ascesi anti-produttiva.
L’ecologismo radicale contemporaneo non dice “rinuncia oggi per investire domani”, ma piuttosto: produci meno, viaggia meno, consuma meno, desidera meno. Non è un’etica dell’accumulazione, ma della sottrazione.
Per Weber, ma in seguito anche per Thorstein Veblen, il problema era il consumo improduttivo rispetto alla crescita economica; per l’ecologismo radicale il problema è invece la crescita stessa: troppa energia, troppa mobilità, troppa abbondanza, troppa prosperità materiale. La figura virtuosa non è più l’individuo che produce e organizza il mondo, ma quello che riduce la propria impronta e si auto-limita.
Per questo la crociera diventa il simbolo perfetto del Male contemporaneo: consumo energetico enorme, mobilità globale, spettacolarizzazione dell’abbondanza, piacere standardizzato e lusso accessibile alle masse.
Se il problema fosse davvero soltanto ambientale, il discorso si concentrerebbe soprattutto su innovazione tecnologica, combustibili alternativi, efficientamento energetico e transizione graduale del settore. Ma tutto questo nel testo resta secondario. Il centro emotivo e simbolico è la colpevolizzazione del piacere di massa.
E infatti la conclusione è quasi teologica: “Sarebbe meglio buttare un’occhiata dal ponte, invece che optare per l’ennesimo drink a bordo piscina.” La scena finale è quella tipica delle religioni penitenziali: gli inconsapevoli festeggiano mentre il profeta contempla la catastrofe imminente. Più che ambientalismo scientifico, siamo davanti a una nuova forma di ascetismo anti-capitalistico travestito da ecologia morale.
Carlo Gambescia






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