sabato 16 maggio 2026

Sub, morte e libertà

 


La tragedia delle Maldive, dove cinque italiani hanno perso la vita durante un’immersione in una grotta sottomarina, ha già prodotto il consueto coro: più controlli, più verifiche, più regole, più protocolli. Indagini, allarmi meteo, limiti di profondità, responsabilità organizzative, standard internazionali. Tutto legittimo, fin qui. Ma il punto interessante è un altro.

Ogni tragedia contemporanea sembra ormai generare automaticamente una domanda di tutela pubblica. È come se la morte fosse diventata uno scandalo amministrativo. Qualcosa che, in presenza di uno stato “mediamente” efficiente si sente dire, non dovrebbe più accadere.



Ed è qui che emerge il vero nodo culturale: l’individualismo assistito.

L’individuo contemporaneo vuole essere libero nei desideri ma protetto nelle conseguenze. Vuole l’avventura senza il rischio, l’autonomia senza responsabilità, la scelta senza prezzo da pagare. E quando il prezzo arriva — incidente, fallimento, tragedia — ecco l’immediata invocazione del Padre Pubblico.

Naturalmente il dolore per le vittime è reale. E merita rispetto. Stiamo parlando di persone preparate, colte, esperte: docenti universitari, ricercatori, subacquei con esperienza internazionale. Proprio questo, però, rende il caso ancora più significativo.

Quei cinque italiani non stavano attraversando la strada sulle strisce pedonali. Stavano scegliendo liberamente un’attività estrema. E probabilmente il quadro era ancora più complesso di quanto apparso inizialmente. 

 


Le ricostruzioni parlano infatti di forti correnti, condizioni meteorologiche avverse, perfino di un’allerta meteo diramata dalle autorità locali. Si discute inoltre dell’eventuale superamento dei limiti di profondità previsti per le immersioni turistiche.

Tutti elementi che, se confermati, rendono la vicenda ancora più tragica ma anche più chiara sul piano del principio: quei subacquei non ignoravano il rischio. Lo avevano accettato. Il rischio non era un incidente collaterale: era parte integrante dell’esperienza.

Ed è qui che una società liberale dovrebbe avere il coraggio di essere coerente. Perché se ogni comportamento rischioso deve essere preventivamente neutralizzato dallo stato, allora la libertà sopravvive solo come parola retorica. 

 


Dietro il paternalismo contemporaneo si nasconde infatti una convinzione molto precisa: lo stato sa sempre meglio dell’individuo ciò che è bene per lui. E dunque deve proteggerlo non soltanto dai criminali o dalle truffe, ma anche da sé stesso.

È una logica apparentemente umanitaria, ma profondamente illiberale.

Questa mentalità non nasce dal nulla. È il prodotto di almeno tre grandi processi storici: una cultura politico-intellettuale che ha progressivamente trasformato lo stato in tutore morale della società; il trauma delle guerre mondiali novecentesche, che ha alimentato la domanda di sicurezza collettiva; e infine l’espansione del welfare state, che ha abituato gli individui a delegare sempre più responsabilità all’apparato pubblico.

Non è soltanto una derivazione della cultura politica di sinistra né una semplice deformazione paternalistica del welfare moderno. È qualcosa di più profondo: uno svuotamento progressivo delle conquiste liberali della modernità.



Oggi questa logica “a piovra” attraversa quasi interamente destra e sinistra, accomunate dalla stessa tentazione assistenzialistica e protettiva. Non a caso, persino del fascismo sopravvive ancora, nella memoria orale di molti italiani, un ricordo indulgente legato alle sue politiche sociali e alle misure “in favore dei lavoratori”. Segno che la domanda di protezione spesso prevale sulla domanda di libertà.

Il punto qual è? Ripetiamo: non esiste libertà senza possibilità di errore. E non esiste libertà senza possibilità di danno, di fallimento, perfino di morte. Chi sceglie davvero si espone sempre a qualcosa.
 

Si rifletta. Le grandi esplorazioni, l’alpinismo, il volo, la navigazione oceanica, la speleologia, le immersioni profonde: tutta la storia moderna dell’uomo è anche storia di individui che hanno accettato il rischio.

Talvolta vincendo. Talvolta perdendo.

Ora però sembra prevalere una mentalità diversa: quella di una società che pretende sicurezza assoluta. Una società che considera intollerabile qualunque evento non sterilizzabile, non regolabile, non assicurabile.

 


Così ogni tragedia diventa il pretesto per restringere ulteriormente gli spazi dell’autonomia individuale. Basta leggere i giornali di oggi: nuovi divieti, nuovi patentini, nuove autorizzazioni, nuove procedure, nuove figure di controllo. Sempre in nome del bene. Non sia mai…

Del resto, una società che considera inaccettabile perfino il rischio scelto liberamente è una società che ha ormai trasformato la sicurezza nel valore supremo. E quando la sicurezza diventa il valore supremo, la libertà sopravvive solo in forma amministrativamente autorizzata.

È il trionfo dell’individualismo assistito: individui psicologicamente narcisisti ma politicamente dipendenti.

Naturalmente, come detto, uno stato deve perseguire frodi, omissioni, truffe, irresponsabilità criminali. Se emergeranno violazioni concrete, ne risponderanno i responsabili. Ma altra cosa è trasformare ogni attività rischiosa in materia di tutela paternalistica.


Perché vivere significa esporsi. E la morte non è un errore eliminabile per decreto.

Una civiltà che vuole mettere in sicurezza tutto finirà inevitabilmente per commissariare la vita stessa.

Il problema non è che alcuni uomini scendano troppo in profondità. Il problema è una società che non tollera più la profondità del rischio.

Carlo Gambescia



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