L’articolo di Marcello Veneziani pubblicato su “La Verità” l’8 maggio scorso (“Ma liberali per far cosa?”) non ha alcun valore teorico (*). È la consueta “venezianata”: brillantezza polemica, accostamenti rapidi, semplificazioni aggressive, molte suggestioni e poca architettura concettuale.
Nulla a che vedere, per esempio, con la sistematicità di un Alain de Benoist, altra stoffa, che almeno prova a costruire una critica filosofica coerente del liberalismo e della modernità occidentale. Veneziani resta soprattutto un giornalista-intellettuale bravo con i calembour, abituato a trasformare intuizioni, umori culturali e provocazioni identitarie in formule cabarettistiche: un Bagaglino senza ballerine scosciate.
Eppure quell’articolo meritava una risposta. Anche perché, sorprendentemente, non ne è arrivata quasi nessuna (**). Abbiamo aspettato qualche giorno proprio perché pensavamo che qualcuno raccogliesse la sfida: un liberale, un conservatore liberale, perfino qualche editorialista “occidentalista” di professione.
Ad esempio, per quanto ne sappiamo, una risposta di Papa Panebianco – al quale, precisiamo, va tutta la nostra stima – forse sarebbe bastata. Ma replicare significa spesso porsi sullo stesso piano dell’interlocutore, legittimarlo anche solo indirettamente. E Veneziani è un giornalista, Panebianco un professore, e che professore…
Esistono regole implicite che il mondo accademico tende a imporsi e rispettare. Così vanno le cose, tra gerarchie simboliche, status, simpatie e antipatie. Però così, tra una simmetria e l’altra, il dibattito resta educatamente vuoto.
Un impegno che invece ci prendiamo noi, umilissimi cirenei della ricerca metapolitica. Portiamo la croce di Panebianco. E ovviamente Veneziani ci ricambierà con la stessa moneta. Lui è un “editorialista”, chi scrive un “blogger”, il Papa è lui… Anzi “Egli” (omaggio allo stile Martufello di Veneziani).
Va però detto che, soprattutto sui social, il suo testo continua a circolare quasi indisturbato, come sintomo di un umore culturale ormai diffuso: l’idea che il liberalismo non serva più a nulla.
Poi sono arrivati i fatti di ieri, con l’ennesima Flotilla diretta verso Gaza fermata dalla marina israeliana nel Mediterraneo orientale. Arresti spettacolari, immagini di attivisti ammanettati, provocazioni mediatiche di ministri ultranazionalisti israeliani, reazioni indignate di governi europei e immediata mobilitazione delle tifoserie ideologiche occidentali. Ancora una volta Israele come detonatore simbolico globale. E ancora una volta un dibattito pubblico incapace di distinguere tra critica politica, propaganda identitaria e riflessi ideologici automatici.
Ed è proprio qui che il discorso di Veneziani diventa interessante, ma anche profondamente insufficiente.
Perché il suo articolo intercetta un sentimento purtroppo diffuso. L’idea cioè che il liberalismo sia ormai un guscio vuoto: incapace di difendere identità, comunità, memoria storica, limiti morali; ridotto a procedura, mercato, diritti astratti e interventismo geopolitico in nome dell’Occidente. Una critica che non nasce oggi. Ha almeno due secoli di storia. Nasce nel pensiero controrivoluzionario europeo, da Joseph de Maistre a Louis de Bonald, attraversa l’Ottocento antimoderno e riemerge nel Novecento nelle grandi correnti antiliberali che hanno segnato la cultura politica europea e condotto al nazi-fascismo.
Naturalmente Veneziani, per varie ragioni non è un nuovo teorico fascista, un Gentile ad esempio. E sarebbe semplicistico sostenerlo. Ma il suo ruolo culturale è spesso quello del megafono di quel lungo filone antiliberale che considera il liberalismo incapace di produrre comunità, sacrificio, destino storico e identità collettiva. La sua critica non è nuova: è la versione giornalisticamente semplificata di un repertorio antico. Maurras, in questo, era veramente un maestro. Per la cronaca: finì come collaboratore dei nazisti.
Il punto è che Veneziani sembra sovrapporre tre piani distinti: liberalismo, occidentalismo e interventismo geopolitico americano. Così può liquidare tutto in blocco. Ma il liberalismo non coincide né con la politica estera americana né con il sostegno automatico a Israele. Anzi, storicamente nasce come limitazione del potere, pluralismo e diffidenza verso le verità assolute.
Ed è qui che il caso israeliano diventa rilevante.
Anche nella recente vicenda della Flotilla si è visto qualcosa che distingue ancora Israele dalle vere autocrazie contemporanee. Le immagini degli attivisti fermati hanno suscitato indignazione internazionale. Perfino Netanyahu ha preso le distanze da certe messinscene giudicate dannose per l’immagine del paese. Ma soprattutto si è visto il dissenso interno: opposizione politica, stampa critica, magistratura autonoma, proteste, conflitto aperto nella società israeliana.
Ed è precisamente questo che continua a rendere Israele una democrazia liberale, pur dentro una crisi profonda e dentro evidenti derive nazionalistiche. Non perché sia moralmente innocente — una democrazia liberale può sbagliare, usare violenza sproporzionata e degradarsi — ma perché il potere non è ancora diventato monolitico.
La Russia di Vladimir Putin neutralizza, anche fisicamente, il dissenso. La Cina di Xi Jinping lo assorbe o lo elimina preventivamente, sottotraccia, come il famoso Conte Zio del Manzoni: troncare, sopire, sopire e troncare. Altro che il fantomatico “totalitarismo liberale” dei francofortesi e degli ultimi epigoni biopolitici con affaccio sul Golfo di Napoli… In Israele, invece, il conflitto politico resta pubblico, aperto, permanente. E questa, piaccia o no, è una caratteristica liberale.
Paradossalmente, come detto, proprio Israele smentisce una parte della critica di Veneziani. Perché è una società fortemente identitaria, nazionale, storica, religiosa, comunitaria: tutto ciò che il liberalismo viene accusato di aver dissolto. E tuttavia resta, almeno finché conserva pluralismo interno e separazione dei poteri, una democrazia liberale. Dunque identità e liberalismo non sono incompatibili. Lo diventano solo quando un’identità pretende di essere assoluta e di non riconoscere limiti al proprio potere. Ciò a cui sembra agognare Veneziani.
Il problema vero è che il liberalismo occidentale appare oggi culturalmente indebolito. Negli Stati Uniti, ma anche in Europa, il conflitto politico tende sempre più a trasformarsi in guerra morale assoluta. L’avversario non è più qualcuno con cui convivere dentro regole comuni: è un nemico da delegittimare eticamente.
Trumpismo, progressismo radicale, nazionalismi identitari e certo anti-israelismo ossessivo condividono spesso lo stesso schema mentale: la politica come scomunica morale.
L’Italia, da questo punto di vista, è un caso quasi esemplare. Qui il liberalismo è sempre stato più fragile come cultura che come architettura istituzionale. Tutti si dichiarano liberali; pochissimi accettano davvero il pluralismo quando l’avversario appare moralmente intollerabile. Così il dibattito su Israele diventa rapidamente una guerra simbolica. Una parte della destra difende Israele come bastione identitario anti-islamico; una parte della sinistra lo trasforma nel simbolo assoluto dell’Occidente colpevole.
Ed emerge anche qualcosa di più ambiguo: Israele viene spesso caricato di un significato simbolico sproporzionato rispetto ad altri stati infinitamente più repressivi o sanguinari. Questo non significa che ogni critica a Israele sia antisemitismo — sarebbe una sciocchezza propagandistica — ma che talvolta Israele diventa una sorta di “ebreo collettivo” della politica internazionale: il luogo su cui l’Occidente scarica le proprie colpe storiche e identitarie.
Esiste però anche il rischio opposto: trasformare l’accusa di antisemitismo in uno strumento per neutralizzare qualsiasi critica. E quando entrambe le parti si percepiscono come moralmente intoccabili, il dibattito liberale muore. Restano soltanto tifoserie etiche contrapposte.
Alla fine, forse, è qui che Veneziani sbaglia davvero bersaglio. Il liberalismo non promette società perfette né armonie morali. Non offre salvezza storica. Serve a qualcosa di più modesto e insieme più difficile: impedire che il conflitto degeneri nella soppressione dell’avversario. È una tecnica imperfetta di convivenza dentro società inevitabilmente plurali.
Ed è per questo che il liberalismo, pur fragile, contraddittorio e spesso ridotto a retorica, resta ancora qualcosa da difendere. Non solo contro le autocrazie esterne, ma anche contro le sue deformazioni interne: nazionalismi identitari, moralismi assoluti e la tentazione crescente, visibile perfino nell’America di Trump, di delegittimare chi dissente.
Ovviamente si tratta di un equilibrio difficile: come conciliare il pluralismo interno con la difesa esterna del pluralismo contro le derive del monismo politico?
A nostro avviso si tratta di una tensione strutturalmente non risolvibile, che il liberalismo può solo gestire senza mai superare del tutto, La perfezione non è questo mondo. Altrimenti non saremmo qui a scrivere un articolo al posto di altri molto più bravi di noi.
Resta perciò il fatto che in questo clima prosperano anche i polemisti, come Veneziani, che trasformano la crisi del liberalismo in una sua liquidazione sommaria.
Ma il problema del liberalismo non è di essere inutile: è di essere rimasto quasi solo a difendere il pluralismo in un’epoca che riscopre volentieri verità assolute.
Carlo Gambescia
(*) Che recuperiamo dal suo sito. Qui: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ma-liberali-per-far-cosa/ .
(**) La replica di Giovanni Perazzoli su "Critica Liberale" è, finora, la più articolata risposta a Veneziani. Rimane però interna a una difesa del liberalismo soprattutto morale e genealogica. Snobismo liberale? Forse. Qui: https://criticaliberale.it/2026/05/19/il-liberalismo-e-i-nostalgici-della-totalita-perduta-polemica-con-marcello-veneziani/ .









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