Sta venendo fuori il peggio. Ed è colpa di Trump. Siamo davanti a un effetto politico decisamente negativo: la recidiva — non solo in Europa — del male antiamericano.
Ci spieghiamo meglio. Se c’è un danno profondo e potenzialmente permanente che Trump sta producendo, è quello di aver riunito avversari tra loro distantissimi — dalla destra alla sinistra — in un fronte comune contro l’America, vista come un blocco unico. Esattamente secondo la vecchia vulgata antiamericana: un paese capitalista, razzista, militarista, imperialista, la schiuma della terra.
O peggio ancora “americanismo” come malattia contagiosa. Insomma il “male americano”, come recitava il titolo di un famoso libro, molto letto a destra e che non dispiaceva a sinistra.
Eppure basterebbe poco per smontare questa caricatura. Basterebbe ricordare che con Biden, o con un qualsiasi presidente americano “normale”, democratico o repubblicano, difficilmente saremmo arrivati a questo punto. Esiste — ed è maggioritaria — un’altra America: quella del cinema, dei sogni, dei diritti civili, della fiducia nella propria Costituzione liberale, la più antica scritta al mondo.
Un’America che per due volte ha soccorso l’Europa, e la seconda in modo decisivo, contro il nazifascismo. Un’America che, nella sua fisiologica alternanza tra democratici e repubblicani, ha spesso dato il meglio di sé.
Si pensi, da ultimo, al progetto di integrazione economica transatlantica promosso da Barack Obama: un disegno geopolitico ambizioso, aperto, oggi semplicemente scomparso dal dibattito. Un’occasione mancata, e non per caso.
È in questo clima che anche in Italia si stanno riattivando vecchi riflessi. Da Giuseppe Conte a Giorgia Meloni, passando per Elly Schlein, non è dispiaciuto a molti poter tornare a classificare gli Stati Uniti come il nemico principale dell’Italia e dell’Europa. Come ai tempi delle marce “pacifiste” teleguidate da Mosca, o dell’antiamericanismo fascista.
Il che non significa, sia chiaro, che Trump sia un santo. Tutt’altro. Anzi, proprio qui sta il punto: Trump e il trumpismo sono anche il prodotto di quello che Richard Hofstadter chiamava lo “stile paranoide” della politica americana. Una componente reale, ricorrente, ma storicamente contenuta e minoritaria(*).
Con Trump, però, qualcosa è cambiato. Quello stile ha preso la mano. È come se si fosse risvegliato un dinosauro: non più semplice paranoia politica, ma una sua versione amplificata, fuori scala. Ed è da questo eccesso che nasce il pericolo, non solo per l’America, ma per l’equilibrio complessivo dell’Occidente e del mondo.
Il problema, dunque, non è criticare, anche in modo radicale (come merita) Trump. Il problema è fare di tutta l’America un fascio. Come ai tempi peggiori, quando l’antiamericanismo diventava una scorciatoia ideologica.
Dentro questo quadro si colloca anche il caso di Giorgia Meloni. Che avrebbe difeso il Papa e l’Italia, e per questo sarebbe stata “oltraggiata” da Trump. Ma qui arriva la classica ciliegina sulla torta: la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele.
Per capirsi: Benjamin Netanyahu — altro personaggio inquietante, — passa. Israele, nostro alleato strategico, resta.
Militarmente è poca cosa. Ma simbolicamente no. È un segnale. E può essere letto come una forma di antisionismo che, attenzione, non è affatto un parente lontano dell’antisemitismo. Spesso ne è una delle sue forme storiche. Di più, antimericanismo e antisemitismo procedono di conserva.
Si dirà, che in questo modo si difende l’operato di Netanyahu. Assolutamente no. C’è un Israele, con alle spalle una cultura ebraica universalista, cosmopolita, democratica, liberale, laburista, che non si riconosce nelle mani sporche di sangue di un nazionalista della peggiore specie. E che, visto che Israele è un paese democratico, tornerà, prima o poi, al potere. Come dicevamo, Netanyahu passa, Israele resta. Bisogna solo tenere duro.
Tornando a Giorgia Meloni, c’è un detto dialettale che recita: “Com’è il legno, viene la scheggia”. E qual è il legno, in questo caso? Benito Mussolini, l’alleato di Hitler e il padre delle leggi razziali del 1938.
Concludendo, il punto non è difendere Trump — ci mancherebbe altro — ma evitare un errore storico: trasformare l’America in un nemico ontologico.
Perché quando l’America diventa “il male”, tutto il resto improvvisamente si assolve. E allora non si distinguono più le responsabilità, non si giudicano più i regimi, non si vedono più le differenze tra una democrazia liberale e ciò che democrazia non è.
È già successo. In Europa lo abbiamo visto: l’antiamericanismo come scorciatoia ideologica, riflesso condizionato, alibi.
E quando riemerge — a destra come a sinistra — non segnala un problema dell’America. Segnala un problema nostro.
Carlo Gambescia
(*) R. Hofstadter, Lo stile paranoide nella politica americana, Adelphi, Milano 2021.







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