sabato 11 aprile 2026

Due Occidenti? No, Sansonetti: uno solo. E pieno di contraddizioni

 


Che c’è di più facile di una visione del genere: un Occidente che somiglia a un Vangelo civile — egualitario, solidale, attraversato da una vocazione morale che affonda le radici nel cristianesimo — e un altro, cinico e armato, dominato dal profitto, pronto a piegare anche la religione a strumento di potere.

Così Piero Sansonetti, oggi su “l’Unità”, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che il fascismo chiuse in carcere. Il problema è che entrambi questi Occidenti esistono soprattutto nella testa di chi li romanzeggia.

Nel suo editoriale, Sansonetti costruisce una contrapposizione netta: da una parte un Occidente “cristiano” coerente con il messaggio evangelico; dall’altra quello incarnato da Donald Trump, visto come una deviazione aggressiva e materialista, sostanzialmente anticristiana.

È una lettura suggestiva, anche efficace, ma troppo chiara per essere vera.



Il primo problema è l’Occidente “buono”. L’idea di una civiltà naturalmente egualitaria, quasi spontaneamente evangelica, è più una costruzione retrospettiva che un dato storico: si chiamano razionalizzazioni.

L’Occidente, fin dalle sue origini greche, romane e cristiane, è stato anche gerarchia, dominio, conflitto, esclusione. Non è mai stato un blocco morale coerente, ma un campo di tensioni in cui principi universalistici e pratiche di potere hanno convissuto, spesso in modo contraddittorio.

La semplificazione più evidente riguarda però l’altro polo: l’Occidente “cattivo”, ipercapitalistico e guerresco. Anche qui Sansonetti prende elementi reali — il peso del mercato, il ruolo dell’industria militare, il linguaggio della forza — e li trasforma in una totalità compatta. Classica fallacia logica: scambiare una parte per il tutto.
Si dirà che a un editoriale non si può chiedere troppo. Ma quell’Occidente monolitico non esiste.



Esistono democrazie pluraliste, sistemi di welfare, culture politiche divergenti — tra cui anche quella di Gramsci e Sansonetti — e conflitti interni profondi. Esistono, insomma, più Occidenti dentro lo stesso Occidente. Ed è proprio questa pluralità che la cultura liberale ha valorizzato. Ridurre tutto a profitto e armi significa cancellare questa complessità. È una scorciatoia polemica, non un’analisi.

Il liberalismo, a differenza delle ideologie totalizzanti — fascismo, nazismo, comunismo — è attraversato da contraddizioni e tensioni. Ed è proprio questa la sua forza. E secondo alcuni anche la sua debolezza. Perché le contraddizioni fanno il gioco del nemico esterno.

E tuttavia liquidare Sansonetti sarebbe troppo semplice.

Perché nel suo ragionamento c’è un’intuizione che merita attenzione: il conflitto che attraversa oggi l’Occidente non è solo politico o economico, ma anche simbolico e culturale. Riguarda, in modo specifico, il modo in cui il cristianesimo viene interpretato e utilizzato.

Una parte del mondo legato a Trump — e a figure come J. D. Vance — tende a leggere il cristianesimo in chiave identitaria: come marcatore di appartenenza, strumento di definizione di un “noi” contrapposto a un “loro”. È un cristianesimo meno universalistico e più politico, meno morale e più culturale, che guarda alla fissità dei costumi  e gerarchie.

 


Qui la tensione con una visione più sociale e inclusiva della tradizione cristiana è reale. Ma non si tratta di uno scontro tra cristiani e anticristiani, come suggerisce Sansonetti. Piuttosto, è uno scontro tra diverse interpretazioni del cristianesimo stesso.

Ed è proprio questo il punto che il suo schema finisce per oscurare.

Trasformare una frattura interna, quella che potenzialmente può essere un tensione interna, in un conflitto assoluto tra bene e male, quindi qualcosa d esterno all’universo liberale, può essere rassicurante, ma semplifica la realtà. Non aiuta a capire: aiuta a schierarsi. In un conflitto in atto che nessuno nega

Però l’Occidente reale è meno lineare e meno consolante. Non è diviso, da sempre, in due blocchi morali contrapposti. È lo stesso spazio che produce universalismo e interessi, solidarietà e competizione, diritti e potere. Questo spazio si chiama liberalismo.

Qui però nasce un problema. E’vero che Donald Trump e il mondo Maga rivendicano una loro idea di Occidente. Contraria ma complementare a quella di Sansonetti. Ma proprio per questo motivo è una visione che guarda altrove — alla forza, all’obbedienza, al primato del comando — e che fatica a riconoscersi nelle regole del costituzionalismo liberale. Non è un caso che mostri più di una simpatia per regimi poco interessati a diritti e pluralismo. Si potrebbe parlare di “AntiOccidente”.

 


C’è un punto interessante – qui Piero Sansonetti non ha tutti i torti — l’idea di piegare anche l’autorità religiosa al potere politico non è affatto nuova. Persino J. D. Vance ha evocato polemicamente la “cattività avignonese” (1309–1377), quando i papi risiedevano ad Avignone sotto la forte influenza della monarchia francese: ma si tratta ancora di un mondo pre-moderno, in cui la distinzione tra potere spirituale e temporale non ha la forma che conosciamo oggi.

Più tardi, la modernità politica produce figure ambigue: Napoleone Bonaparte, che arriva a sottomettere il papato al potere imperiale e deportare Pio VII, è già dentro la grammatica della Rivoluzione e dell’ordine moderno, non fuori da essa. Diverso è il caso dei totalitarismi del Novecento — da Adolf Hitler ai regimi comunisti — che non si limitano a condizionare la Chiesa, ma tendono a neutralizzarne l’autonomia quando non a sopprimerla.



Da qui nasce l’obiezione: anche la modernità liberale avrebbe perseguitato i papi o limitato la Chiesa. È vero, ma è proprio qui il punto: il liberalismo non è mai stato un sistema di purezza morale, bensì un assetto istituzionale che nasce per contenere e regolare conflitti tra sfere di potere. La sua forza non sta nell’assenza di contraddizioni, ma nella loro gestione pubblica e reversibile, senza annullare la pluralità degli attori.

In questo senso, il liberalismo non elimina il potere: impedisce che diventi assoluto. Cosa che un fascista o un comunista, ubriachi di potere, non potranno mai comprendere. Odiano la lentezza delle procedure, vanno per le spicce, seminando morti per il mondo.

Ed è proprio nel rapporto con questi vincoli che si misura la differenza tra chi accetta la politica come gestione del limite e chi, invece, la interpreta come scorciatoia dell’eccezione permanente. Una dinamica che, in forme e contesti molto diversi, si ritrova anche in figure come Benjamin Netanyahu, dove la logica della sicurezza tende a comprimere lo spazio delle mediazioni istituzionali.

La questione, allora, non è scegliere tra un Occidente buono e uno cattivo, perché quell’alternativa è un’invenzione polemica e anche se ora risponde a una logica di schieramento amico-nemico in atto.  Quindi non più tra semplici avversari.

 


Il punto è riconoscere che l’Occidente reale è conflitto, tensione, contraddizione permanente. È proprio questa instabilità — non la sua presunta purezza — ad aver prodotto libertà, diritti, pluralismo. Anche Sansonetti, assolutizzando il conflitto, fuoriesce dal liberalismo. Proprio come Trump.

Per questo Donald Trump non rappresenta “un altro Occidente”, né una sua degenerazione interna. È qualcosa di diverso: come dicevamo l'”AntiOccidente”, un nemico che si nutre delle contraddizioni dell’Occidente liberale per rovesciarne le regole. Non sta dentro quel perimetro, lo usa.

Ed è proprio per questo  motivo che Trump va preso sul serio: non è un pagliaccio o un demente. Trump rinvia a una sfida politica e culturale che viene da fuori e che proprio per questo trova, dentro, terreno fertile.

Per farla breve: Trump è un fascista.

Carlo Gambescia

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