A Barcellona, sotto il segno di Pedro Sánchez e di Luiz Inácio Lula da Silva, la sinistra internazionale ha messo in scena qualcosa che, a prima vista, appare familiare: una mobilitazione globale in difesa della democrazia contro un’avversità percepita come sistemica, ricondotta alle politiche e alla figura di Donald Trump.
Fin qui, nulla di sorprendente. La politica ha sempre bisogno di semplificazioni per orientarsi e mobilitare. E del resto il ruolo politico di Trump e delle reti che lo sostengono contribuisce in modo rilevante a questa dinamica, anche se per alcuni osservatori resta aperto il problema di quanto essa sia personale e quanto strutturale.
E tuttavia, fermarsi a questo livello significherebbe perdere il punto più interessante. Perché ciò che si è visto a Barcellona non è soltanto un evento politico, ma la riattivazione di una regolarità più profonda: la dinamica amico–nemico che, al di là delle intenzioni dichiarate, continua a strutturare il campo politico.
Ogni volta che si costruisce un “noi” – in questo caso, la comunità dei difensori della democrazia – si delinea inevitabilmente anche un “loro”. Non è una deviazione, è una costante. È, per così dire, la vendetta della metapolitica: le narrazioni universalistiche, nel momento in cui diventano azione organizzata, producono confini, polarizzazioni, appartenenze. Tutta la gamma delle regolarità metapolitiche.
Da qui nasce una domanda inevitabile: che cosa dovrebbe fare la sinistra? Tacere, per evitare la polarizzazione? Non organizzarsi, per non alimentare il conflitto? Sarebbe una conclusione piuttosto paradossale. Il punto, più realisticamente, è che in una fase internazionale segnata dalla distruttiva logica di potenza valorizzata dal trumpismo globale, lo spazio del riformismo si restringe drasticamente. Non per scelta deliberata, ma per effetto del contesto. Quando il conflitto si intensifica, le posizioni intermedie tendono a essere percepite come deboli, e la pressione verso una maggiore chiarezza identitaria diventa quasi inevitabile.
Per riformismo, in questa prospettiva, non si intende un generico moderatismo, ma una linea liberale precisa: più mercato come strumento di crescita e mobilità sociale, più stato di diritto come garanzia delle regole, meno statalismo redistributivo fine a se stesso. Un riformismo che punta su istituzioni solide, libero scambio e responsabilità fiscale, piuttosto che su espansioni indiscriminate della spesa e del controllo pubblico all’insegna della spirale tassa e spendi.
Barcellona, in questo senso, è un laboratorio. Tuttavia la risposta progressista non prende la forma di un riformismo aggiornato, ma di una mobilitazione più netta, a tratti identitaria. Lo si è visto nei toni di alcuni interventi, soprattutto statunitensi, come quelli del governatore Tim Walz o nei contributi di Bernie Sanders, dove la critica a Trump assume i tratti di una contrapposizione quasi esistenziale (*).
Certo, questo può scuotere i cuori. Ma per andare dove? Verso una nuova ondata di socialismo illiberale globale, che a parole parla di libertà e nei fatti tende a un’estensione crescente del controllo sociale? Su queste tematiche, per chi scrive, l’ultima parola resta quella di Orwell. Ma qui il punto non è una formula conclusiva: è il rischio che, quando la politica si assolutizza, anche le categorie morali tendano a irrigidirsi.
Infine non sono mancati richiami simbolici forti, come in Walz, perfino alla memoria delle Brigate internazionali della guerra civile spagnola: la Lincoln, ad esempio, animata da volontari americani. Segno che il lessico del conflitto tende a riemergere anche sul piano storico-immaginario. Potrebbero essere suggestivi, ma segnalano soprattutto come il linguaggio del conflitto tenda a riattivarsi anche sul piano simbolico, con effetti che non sono mai del tutto innocui quando si passa dalla memoria alla politica.
Per fare un esempio, dentro questo clima, temi come l’ecologia, la lotta alle disuguaglianze, la regolazione delle piattaforme digitali o la tassazione dei grandi patrimoni vengono progressivamente ricondotti a una cornice più ampia, meno riformista e più oppositiva. La critica alle “oligarchie” economiche si intreccia con una diffidenza crescente verso il mercato, mentre riaffiorano accenti statalisti e, talvolta, una polemica ambigua contro la meritocrazia.
Anche sul piano europeo e italiano, la dinamica non è molto diversa: la presenza di figure come Elly Schlein segnala una sinistra impegnata a ridefinirsi, ma dentro un contesto che la spinge verso una maggiore radicalità discorsiva. Non è soltanto una scelta ideologica: è una risposta a un ambiente competitivo, ma in chiave di delegittimazione reciproca, che premia la nettezza più della mediazione.
In questo quadro rientra anche il tema ambientale.
Il cambiamento climatico è un problema reale, non negoziabile sul piano scientifico; ma una parte dell’ecologismo di sinistra tende a trasformarlo in una piattaforma totalizzante, quasi moralistica, che finisce per irrigidire il dibattito e produrre risposte più simboliche che efficaci. È una postura che, paradossalmente, si specchia nell’antiecologismo altrettanto ideologico di una parte della destra: due estremi che si alimentano a vicenda. Un approccio riformista dovrebbe invece riportare la questione dentro logiche di innovazione, incentivi e regolazione intelligente, evitando sia la negazione sia la radicalizzazione.
Ed è qui che il nodo diventa politico. Una transizione ecologica efficace richiede mercato, investimenti, concorrenza, capacità di mobilitare capitale e tecnologia. In altre parole, richiede capitalismo, non la sua demonizzazione. Una sinistra che si colloca su posizioni apertamente anticapitaliste rischia di trovarsi disarmata proprio sul terreno su cui vorrebbe essere più incisiva.
Il risultato complessivo è un effetto di radicalizzazione reciproca: il trumpismo globale comprime lo spazio del riformismo, e la risposta progressista tende a spostarsi su posizioni più marcate, alimentando ulteriormente la polarizzazione.
E invece servirebbe un passo indietro: la “ritrasformazione” del nemico in avversario. Cioè di dovrebbe tornare alla logica politica del confronto tra avversari che si riconoscono come legittimi.
Sarà difficile. Perché, purtroppo, in questo gioco di azioni e reazioni, entrano in scena anche gli effetti compositivi: iniziative nate per difendere la democrazia possono finire per accentuare le divisioni; discorsi fondati sull’inclusione possono irrigidire le appartenenze; mobilitazioni contro il conflitto possono rilanciarlo in forme più nette.
Da qui anche un timore che non può essere liquidato con leggerezza: che la sconfitta di Trump o delle destre radicali, qualora si verificasse, non produca automaticamente una fase di stabilizzazione, ma apra nuove linee di frattura. Non necessariamente una “guerra civile mondiale”, espressione che resta eccessiva, ma certamente un aumento delle tensioni interne alle democrazie, dove blocchi politici sempre più distanti faticano a riconoscersi come interlocutori legittimi. Per capirsi, siamo sicuri che Trump – come molto leader europei suoi seguaci – accetti una sconfitta elettorale.
Barcellona, dunque, non segna tanto la nascita compiuta di una nuova internazionale progressista, quanto il ritorno, anche a sinistra, di una politica che accetta – magari senza dirlo apertamente – la logica del conflitto delegittimante come elemento costitutivo.
Mentre si proclama la difesa della democrazia e della pace, riaffiora una verità meno rassicurante: che la politica, anche nelle sue forme più universalistiche, continua a essere attraversata da regolarità profonde, difficili da eludere. E tra queste, una delle più persistenti resta la tensione tra logiche di amico–nemico e tentativi, sempre instabili, di ricondurre il conflitto dentro forme riconoscibili di competizione politica.
Eppure, è proprio qui che la politica riaffiora nella sua struttura più dura, difficile da addomesticare con le buone intenzioni.
Carlo Gambescia
(*) Su questi aspetti si veda l’interessante intervento di Anthony M. Quattrone: https://www.youtube.com/watch?v=O_d0PCXEUkI&t=78s .







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