I limiti prospettici, tra i tanti, del dibattito pubblico italiano sulla politica estera sono evidenti. Parleremmo addirittura, per dirla con Monnerot, di limiti dell'intelligenza politica, ciò di sapere cogliere l'essenza dei fatti e di agire di conseguenza.
Il caso Cingolani — amministratore delegato di Leonardo — è esemplare: è finito al centro di polemiche, si dice, anche per il progetto di scudo antimissile, non ben visto a Washington. Da qui, l’interpretazione immediata: il sovranismo è servo degli Stati Uniti.
E la destra? Silenzio. O qualcosa di indistinto, che non incide.
Il punto, però, è un altro, e più scomodo. Gli Stati Uniti di Trump (ed è decisivo sottolinearlo) non puntano a rafforzare l’Europa, ma a dividerla, separando i paesi gli uni dagli altri. In questo quadro, il sovranismo può diventare un utile grimaldello: non per emanciparsi dall’ombrello americano, ma per rendere impossibile, all’origine, qualsiasi progetto europeo autonomo.
Da questo punto di vista, la sinistra coglie un aspetto reale. Ma solo un aspetto.
Perché qui si apre la vera domanda: che cosa significa, oggi, essere
europeisti? E fino a che punto si vuole — davvero — un’Europa
militarmente indipendente dagli Stati Uniti?
Esiste un progetto concreto, a breve termine, di integrazione militare europea? No.
Esiste una strategia credibile di difesa comune? No.
Esiste, semmai, un atteggiamento che potremmo chiamare “modello Sánchez”: prendere le distanze dall’alleato americano, evocare un ombrello internazionale che non esiste, e confidare che gli equilibri globali si ricompongano da soli. Non il dio degli eserciti, ma quello — assai più consolante — della pace.
Il risultato è una doppia illusione. A destra, un sovranismo che rischia di rafforzare proprio quella dipendenza che dice di voler combattere.A sinistra, un europeismo senza strumenti, che scambia i desideri per strategia.
E così il vero problema emerge con chiarezza: non la subalternità dell’una o dell’altra parte, ma la passività europea, condivisa. Una passività che diventa, col tempo, incapacità di pensarsi come soggetto politico. E soprattutto, come scriviamo da sempre, di “pensare la guerra”.
Un esempio di questa radicalizzazione dell’impotenza? O se si preferisce di stupidità politica?
Come spesso accade, l’Italia fa da apripista. L’idea di evocare il nome di Silvia Salis, sindaco di Genova, come possibile figura da proiettare a Palazzo Chigi alle politiche del 2027 — qualcuno, a sinistra, l’avrà pur tirata fuori dal cilindro — appartiene alla stessa logica simbolica.
In realtà, per alcuni, la Salis è più chic che radical, però si diceva la stessa cosa della Schlein... Presto tramutatasi in capopopolo. Si comincia pompieri si finisce piromani.
Per capirsi: è come se, dall’altra parte, si proponesse il nome di Vannacci, magari ripulito un po'. Si chiama anche radicalizzazione oggettiva della lotta politica. Tradotto: avversario trasformato in nemico assoluto. Fine della liberal-democrazia. Come del resto mostra, sul fronte opposto, la presidenza Trump.
Non politica, ma segnalazione identitaria. Non governo, ma gesto. Non argomentazioni, ma cori da stadio.
Una boutade politica? Probabile. Ma anche solo pensarla — e la legge, certo, non lo vieta — rivela qualcosa di più serio: la deriva di una sinistra che, invece di costruire politica, torna a rifugiarsi nel frontismo e nelle scorciatoie simboliche.
Che dire? Come era il titolo di un vecchio film di successo, “Il silenzio degli innocenti”?
Ecco: qui abbiamo “Il clamore degli imbecilli”.
E la domanda resta, ostinata: si può andare avanti così?
Carlo Gambescia





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