La morte di Biagio De Giovanni (1931-2026) è una di quelle occasioni tristi che, se prese sul serio, obbligano a guardare non tanto a un uomo, quanto a una mancanza. In questo caso: l’assenza, lunga un secolo, di un vero riformismo di sinistra in Italia.
Per ragioni di sintesi, forziamo un po’ il pensiero – complesso e articolato – di Biagio De Giovanni. Nessuno è perfetto. Ma proprio questa forzatura aiuta a mettere a fuoco un punto più generale.
Iniziamo da un parallelo che a prima vista potrebbe apparire azzardato: con Antonio Labriola ( 1843-1904). In realtà aiuta a evidenziare un punto molto interessante.
Labriola sta all’inizio: costruisce un marxismo teoricamente sofisticato, antidogmatico, persino aperto. Ma proprio per questo politicamente inafferrabile. Non riformista, non rivoluzionario in senso operativo: più interessato alla “concezione materialistica della storia” che alla sua traduzione istituzionale. Il risultato è un pensiero alto, ma senza una sincera accettazione della tecnica politica liberale.
De Giovanni sta alla fine. E qui il gioco si fa più interessante. Perché nei suoi libri – da Hegel e il tempo storico della società borghese a Marx filosofo, passando per La nottola di Minerva e Elogio della sovranità politica – il problema non è più fondare il marxismo, ma sopravvivere alla sua crisi. Lo stato di diritto è accettato senza riserve, la dimensione europea è riconosciuta come orizzonte inevitabile, la sovranità politica viene recuperata come argine al disordine. Tutto giusto. Ma manca sempre qualcosa. O meglio: manca il sì pieno al capitalismo come struttura da governare, non solo da criticare. È qui che il riformismo si spezza. Perché il riformismo, se vuole essere tale, deve accettare il mercato come dato, non come colpa originaria.
De Giovanni resta, per così dire, a metà del guado: istituzionalmente riformista, culturalmente no. E questa scissione attraversa anche l’esperienza del “Centauro”, negli anno Ottanta del secolo scorso: rivista di cui fu promotore, con Roberto Esposito, Giacomo Marramao, Angelo Bolaffi, Umberto Curi nonché Massimo Cacciari (ma senza santificarlo). E qui si pensi a una generazione che ha pensato benissimo la crisi, un po’ meno la gestione della normalità. Se non ne termini di un mugugno continuo, come l’ultimissimo Cacciari…
Il punto, allora, è più generale e meno consolatorio. Tra Labriola e De Giovanni non c’è solo la storia del marxismo italiano. C’è la storia di una sinistra che o pensa troppo in grande per sporcarsi con le riforme, oppure, quando accetta le riforme, le pensa senza mai legittimare fino in fondo il mondo che dovrebbe riformare. Il risultato è sotto gli occhi: niente vera socialdemocrazia, niente tradizione riformista stabile, sempre un passo indietro rispetto al momento in cui bisognerebbe dire che quello è il terreno e lì si gioca la partita. Tra l’altro sono punti colti dallo stesso De Giovanni nell’ importante postfazione alle opere filosofiche di Labriola, in chiave, diremmo illuminante, però con tesi non sviluppate fino in fondo e soprattutto tradotte in sana pratica pratica politica. Ma questo, si dirà, non è compito dei filosofi. Giusto. Anzi meglio così. Forse.
Si può però aggiungere, con poca indulgenza, un altro tratto comune che illumina questo limite: una certa inclinazione al pacifismo, o almeno una diffidenza strutturale verso il conflitto come momento costitutivo della politica. In Antonio Labriola la guerra resta sullo sfondo delle grandi dinamiche storiche: spiegata, ma non assunta come problema politico autonomo.
In Biagio De Giovanni, invece, il primato del diritto e dell’Europa tende a ridurre la forza a residuo, più che a condizione permanente. È un pacifismo colto, istituzionale, ma proprio per questo esposto: senza pensare la politica come sviluppo della potenza, piaccia o meno, anche lo stato di diritto rischia di restare disarmato, in tutti i sensi. E personaggi come Donald Trump, sono liquidati come pazzi. Mentre sono il prolungamento di una politica di potenza e sanno perfettamente ciò che vogliono: sottomettere gli altri. Ovviamente, come anticipato, qui sviluppiamo, probabilmente forziamo il pensiero di De Giovanni, che non era assolutamente un filosofo che pensava per tweet.
Il primo, a parlarmene con grande equilibrio fu Costanzo Preve, nonostante l’eccesso di zuccheri nel sangue in una trattoria romana, dinanzi – però era luglio – a una carbonara fumante… Ricordo Costanzo sempre con affetto.
Quanto alla cosiddetta “teoria italiana”, De Giovanni vi partecipa da posizione laterale ma interna. Con Roberto Esposito e altri condivide la centralità di categorie come conflitto, comunità, vita; ma, a differenza loro, non abbandona mai davvero la forma-Stato.
Sulla “biopolitica”, che non sottovalutava, nutriva dubbi. Se quella stagione spinge verso una decostruzione del politico, De Giovanni prova a trattenerla entro un quadro istituzionale più classico. Ancora una volta: nel mezzo. E ancora una volta, è proprio quel “mezzo” – né rottura né piena adesione – a segnare il suo limite.
Chi è il “Croce” di De Giovanni? La tentazione è cercarlo e non trovarlo. Perché Benedetto Croce, nel caso di Labriola, fa una cosa brutale ma chiarissima: chiude i conti con Marx e apre a un liberalismo coerente. Nel secondo Novecento italiano, questa operazione non riesce a nessuno fino in fondo. Non per mancanza di intelligenza, ma per una sorta di ritegno teorico: il capitalismo si critica meglio di quanto lo si accetti. Antica malattia…
E allora sì: ognuno ha il Croce che si merita. E la sinistra italiana, più che non averlo trovato (anche perché, ripetiano, non era proprio facile da trovare), forse non ha mai davvero voluto trovarlo.
Si rifletta: il liberalismo coerente di Benedetto Croce è il primato
della libertà come principio etico-politico, non subordinato
all’economia né a fini ultimi della storia, magari solo materialistici o all'opposto trascendenti in senso metafisico-religioso.
Croce accetta il mercato come dimensione dell’utile da governare, senza demonizzarlo né sacralizzarlo. E riconosce nelle istituzioni liberali il quadro stabile del conflitto, non un passaggio provvisorio verso altro. E talvolta alla guerra come a una triste necessità. E qui sarebbe utile tornare a leggere, la sua corposa “Filosofia dello spirito", racchiusa in quattro epici volumi. Oggi quasi dimenticati. Quasi.
Probabilmente l’unico filosofo, proveniente da sinistra, capace di fare il grande salto – addirittura fino a Berlusconi, forse troppo – fu Lucio Colletti, che però aveva una buona preparazione di filosofia della scienza. Detto modernamente, da metodologo.
Ovviamente bollato, da quelli rimasti sulla riva del Pci-Pds-Pd come un volgare traditore. Colletti, nemico di dio e dei nemici di dio. Che tristezza.
Il paradosso finale è quasi ironico, se non fosse malinconico: il marxismo italiano nasce filosofico con Labriola e finisce filosofico con De Giovanni. In mezzo, la politica resta sospesa. Non perché manchi la teoria, ma perché manca la decisione di abitare fino in fondo il terreno su cui si dice di voler intervenire.
E senza quella decisione, il riformismo non è difficile: è semplicemente impossibile.
Carlo Gambescia







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