In teoria, dopo ottantun anni, il 25 aprile dovrebbe essere una festa civile pacificata. Attenzione: pacificata non significa neutralizzata, né tantomeno riconciliata col fascismo. Alla La Russa & Co., per capirsi.
Non significa indulgenza verso la dittatura, né pietà politica per i suoi protagonisti, molti dei quali finirono come spesso finiscono i dittatori: travolti dalla violenza che avevano alimentato. Significa qualcosa di più semplice e più profondo: che una democrazia matura dovrebbe aver interiorizzato senza residui il giorno della propria liberazione.
Una festa comune, insomma, non perché tutti abbiano ragione, ma perché su alcune cose — la libertà meglio della dittatura, lo Stato di diritto meglio dell’arbitrio — non si dovrebbe più discutere.
In Italia, la Festa della Liberazione continua invece a essere percepita da una parte non piccola degli italiani come una ricorrenza divisiva.
Il dato è interessante proprio perché appare contraddittorio. Secondo un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera, solo il 58% degli italiani dichiara di sentirsi davvero coinvolto dalle festività civili come il 25 aprile e il 2 giugno: il restante 42% si colloca in una zona di tiepidezza, distanza o disinteresse. E un’altra rilevazione di YouTrend mostra che, se il 60% degli italiani respinge l’idea che il 25 aprile sia una festa divisiva, resta pur sempre un 30% che la considera tale, una quota troppo ampia per essere liquidata come marginale.
Il paradosso è tutto qui: la maggioranza riconosce il valore storico della Liberazione, ma una minoranza robusta continua a viverla come una data politicamente marcata, quasi “di parte” (*).
Del resto il Censis descrive da anni una società italiana sempre più frammentata, individualizzata in senso familistico, sfiduciata, meno capace di riconoscersi in simboli comuni. Una società che vive nel presente “corto”, nel qui e ora, nella fatica di trasformare il passato in memoria condivisa. In un paese così, anche le feste civili si raffreddano. Restano nel calendario, ma perdono temperatura morale. Non vengono negate. Vengono svuotate (**).
Qui il problema non è storico. È antropologico.
Pertanto c’è un primo fattore più generale, però quasi universale: la memoria corta degli uomini. Il passato è duro da coltivare.
La memoria è un lavoro; l’oblio, invece, è spontaneo. Le società dimenticano perfino i propri traumi maggiori, e spesso lo fanno con sorprendente rapidità.
Dopo le Rivoluzioni inglesi del Seicento, che avevano decapitato un re, pensionato un altro e ridefinito i rapporti tra sovranità e legge, l’Inghilterra ritrovò presto la via della normalizzazione monarchica: il trauma si fece istituzione, poi abitudine. Dopo la Rivoluzione francese, che aveva abbattuto troni, aristocrazie e certezze secolari, la Francia si consegnò in pochi anni al mito di Napoleone Bonaparte: la rivoluzione divorata dalla gloria imperiale, la libertà trasfigurata in potenza.
Perfino il Terrore fu rapidamente assorbito nel grande romanzo (per alcuni criminale) napoleonico. E lo stesso vale per il Novecento: dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa ricostruì e dimenticò quasi alla stessa velocità; le guerre balcaniche, che negli anni Novanta sembravano il ritorno della guerra civile nel cuore del continente, sono già oggi archeologia emotiva (Ucraina a parte). La stessa pandemia del 2020 è stata archiviata con una rapidità quasi brutale. La memoria costa fatica. L’oblio, al contrario, è sempre a buon mercato.
Ma in Italia questo processo si intreccia con una storia politica specifica.
L’Italia non è soltanto un paese che ha conosciuto il fascismo. È il paese che lo ha inventato. Benito Mussolini non è stato una parentesi aliena: non è venuto da Marte, ma un prodotto politico nazionale, nato dentro la nostra storia, la nostra cultura politica, le nostre classi dirigenti, perfino dentro le nostre paure collettive. Questo conta. Perché significa che il fascismo, per l’Italia, non è mai stato solo il male dell’altro: è stato anche, per molti anni, il male di casa.
Ed è qui che il 25 aprile si complica: celebra una liberazione dalla dittatura, certo, ma celebra anche una sconfitta interna. Non solo la fine di un regime, ma la sconfitta di una parte del paese che in quel regime, sbagliando, aveva creduto, per paura, abitudine, opportunismo, convinzione. Gli uomini sono fatti così.
Dentro questa lunga ombra si colloca anche il presente. Fratelli d’Italia non nasce nel vuoto pneumatico, ma dentro una genealogia politica che passa attraverso il Movimento Sociale Italiano. Questa continuità non implica identità piena col fascismo storico, ma implica una eredità simbolica mai recisa del tutto. Ed è significativo che proprio questa area politica governi oggi il paese: non perché abbia restaurato il fascismo, anche se la venatura autoritaria del governo Meloni non può assolutamente essere presa sottogamba, ma perché testimonia che una parte rilevante dell’Italia non sente più quel passato come una frattura morale assoluta.
O più probabilmente non l’ha mai sentita. E nel tempo questa eredità si è ingrossata.
Ma c’è anche una responsabilità opposta, e riguarda la sinistra. Per anni ha difeso giustamente la nostra Costituzione come Carta antifascista. Verissimo. Ma una costituzione non sta in piedi solo perché è antifascista. Una costituzione vive perché istituisce un ordine politico e giuridico: limita il potere, separa i poteri, garantisce diritti, costruisce lo Stato di diritto. La nostra regge anche per questo. Le costituzioni moderne non nascono dall’antifascismo, ma da una lunga tradizione liberale europea, poi integrata e trasformata dalle culture democratiche del Novecento. Se si racconta la libertà solo come liberazione dal fascismo, e non anche come edificazione storica di un ordine liberale, si lascia scoperto il fondamento. E in questo senso la Costituzione è prima di tutto un concetto. Liberale. Ovviamente non astratto, perché si incarna in precise istituzioni.
E allora nasce la domanda più scomoda: perché in Italia il fascismo è ricordato come male assoluto, ma il liberalismo fatica ancora a essere riconosciuto come bene necessario?
Forse è qui il nodo dell’antropologia italiana. Una memoria corta, una genealogia nazionale irrisolta, una pedagogia politica incompleta. Il risultato è che il 25 aprile continua a essere sentito come divisivo, quando non dovrebbe esserlo affatto. Perché liberarsi da una dittatura non divide: libera. Ma gli uomini, e gli italiani forse un po’ più degli altri, hanno uno strano talento per dimenticare perfino ciò che li ha salvati.
Carlo Gambescia
(*) Qui (2023):
https://www.corriere.it/politica/23_maggio_07/sondaggio-25-aprile-2-giugno-dividono-italiani-solo-58percento-si-sente-coinvolto-705316aa-ecf9-11ed-ba41-36c5c16312cc.shtml ; https://www.tpi.it/sondaggi/sondaggi-politici-elettorali-oggi-25-aprile-2023-202304251004715/ .
(**) Da ultimo, si veda il Rapporto 2025: https://www.censis.it/evento/59-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese-2025/






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