mercoledì 22 aprile 2026

Mosca attacca. Italia non isolata ma irrilevante

 


Gli insulti russi fanno rumore. Ma il problema dell’Italia non è il rumore che arriva da fuori: è il vuoto che si sente dentro.

C’è un equivoco di fondo nel dibattito pubblico italiano: l’idea che il problema sia l’isolamento. Non è così. L’Italia non è isolata. È peggio: rischia di diventare irrilevante.

Gli attacchi esterni — dalle uscite di Donald Trump alle dichiarazioni provenienti da Mosca — fanno rumore, ma non spiegano il punto. Le grandi potenze parlano sempre sopra le righe. Il problema non è che ci criticano. Il problema è che noi non abbiamo una linea abbastanza chiara e credibile da rendere quelle critiche irrilevanti.

In Europa, la situazione è ancora più evidente. L’Italia non è fuori dai giochi, ma è sempre meno al centro delle decisioni che contano. Non perché esista una congiura, ma perché la politica estera non si improvvisa: si costruisce con alleanze, coerenza e capacità di proposta. Se al posto di questo si offre una postura identitaria, si finisce per contare meno proprio dove si decide di più. Si alza la voce, si suona la fanfara dei bersaglieri, ma subito dopo, dietro l’angolo, si tirano via gli scarponi e si asciuga il sudore e si massaggiano i piedi gonfi. Roba da “musicarello” anni Sessanta…



Anche i dettagli, a volte, parlano chiaro. Il rifiuto, da parte della famiglia di Enrico Mattei, pare un nipote, di legare il proprio nome al cosiddetto “Piano Mattei” non è solo una questione simbolica. È un segnale politico: la distanza fra una tradizione capace di muoversi nel mondo — con pragmatismo, ma anche con una visione liberale e non puramente oppositiva — e l’uso contemporaneo di quel nome come etichetta da scatola di pelati.

Qui sta il nodo: il nazionalismo, di per sé, non è una soluzione. Non lo è mai stato automaticamente, neppure per stati dotati di grande potenza. Nel caso italiano diventa qualcosa di più problematico: un nazionalismo senza potenza, cioè senza gli strumenti economici, militari e diplomatici per sostenerlo. E quando manca la potenza, il nazionalismo non rafforza: compensa. Diventa retorica.

La storia italiana dovrebbe insegnarlo. I governi liberali tra il 1870 e il 1914, anzi 1915, lo sapevano bene: evitarono posture guerriere (con eccezioni note, da Crispi agli interventisti antidemocratici).



Anche la stagione democristiana si mosse dentro questa consapevolezza. Più tardi, Craxi ne offrì una versione in parte mimetica. Il fascismo, invece, rappresentò esattamente il contrario: la pretesa di affermare una grandezza sproporzionata rispetto alle risorse reali del paese. Non è solo una questione morale, ma analitica: quando l’ambizione eccede la capacità, la politica di potenza scivola nella caricatura.

E qui arriviamo al punto più scomodo. Una parte della destra italiana non ha mai fatto davvero i conti con questa lezione. Non sul piano rituale delle dichiarazioni, ma su quello sostanziale: capire che senza capacità reale, la politica di potenza diventa una finzione. E che quella capacità, per un paese che l’ha perduta nel IV-V secolo dopo Cristo, non si ricostruisce nello spazio di una legislatura.

Per questo l’alternativa non è tra debolezza e nazionalismo. L’alternativa è un’altra, ed è sotto gli occhi di tutti, anche se oggi sembra passata di moda: multilateralismo, integrazione economica, cooperazione tra Stati, difesa concreta della società aperta. Non un universalismo ingenuo, ma una strategia. Non la retorica dell’Occidente, ma la sua pratica: stato di diritto, credibilità internazionale, capacità di costruire regole condivise.



Su questi terreni, il governo italiano appare in difficoltà. Sulla guerra: posizione allineata ma non incisiva. Sulla pace: nessuna proposta autonoma. Sui diritti: una credibilità indebolita da politiche interne che parlano un linguaggio diverso da quello che si pretende di difendere fuori.

Il risultato è un paradosso: si invoca la sovranità, ma si perde capacità di incidere; si cerca il riconoscimento, ma si ottiene diffidenza; si alza la voce, ma il volume non sostituisce il peso.

Il nazionalismo, in queste condizioni, non è una strategia. È un riflesso. E i riflessi possono anche rassicurare. Ma non spostano nulla.

Se c’è un rischio oggi, non è che l’Italia venga esclusa.  È che, semplicemente, smetta di contare: esserci, ma senza più essere visibile.  Qualcosa di cui si può fare  a meno.

Carlo Gambescia

Nessun commento:

Posta un commento