giovedì 2 aprile 2026

La Nato, Trump e le anime morte

 


Il problema non è l’energia. O meglio: se proprio vogliamo dirla tutta, è l’energia morale che manca all’Europa. 

Un tempo, quell’energia esisteva. Le piazze degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta — perfino Ottanta — erano vive. Si protestava, a destra come a sinistra.

Ogni anno la destra missina protestava, dimentica delle atrocità naziste, contro lo sbarco americano di Anzio. Ma non facciamone un mito: erano mobilitazioni spesso eterodirette o viziate all’origine. A sinistra, non di rado, teleguidate dall’Unione Sovietica; a destra, alimentate da un rancore fascista che non aveva mai davvero accettato la sconfitta del 1945.

E tuttavia, era politica. Era conflitto. Era partecipazione. Oggi, al confronto, il silenzio.



E in questo silenzio irrompe Donald Trump, che minaccia di sganciarsi dalla NATO. Si dice: bluffa. Può darsi. Ma colpisce la reazione europea: fiacca, esitante, quasi burocratica. Come se si trattasse dell’ennesimo dossier, non di una questione esistenziale.

Il punto, però, non è Trump. O non è solo lui.È che può permetterselo. Può permetterselo perché gli Stati Uniti, in versione trumpiana — diciamolo senza troppi giri di parole, in perfetto stile Lucky Luciano — trattano gli alleati come si trattano i soci minori: finché conviene si tengono, altrimenti si scaricano.

E possono farlo perché l’Europa non è un soggetto politico. È un dispositivo amministrativo. Funziona — e anche bene — sul piano economico e finanziario. Ma non decide. Non rischia. Non rappresenta. In altre parole: non ha sovranità politica.

E senza sovranità politica, tutto il resto è simulazione. Anche quando si parla di difesa comune, autonomia strategica, valori condivisi. Parole. Coordinate burocratiche. Non potenza.

I nodi, purtroppo, stanno venendo al pettine, uno dopo l’altro. Economicamente parlando l’Europa parla la lingua di un socialismo welfarista, fondato sulla spesa pubblica e ossessionato, non solo a parole, dalla transizione ecologica: l’aggressione russa all’Ucraina ci ha salvato almeno da un ulteriore giro di vite in materia. È un equilibrio fragile, che regge finché altri garantiscono sicurezza e ordine.



Ma se quella garanzia vacilla, allora il destino si fa più chiaro: il rischio è quello di trasformarsi, politicamente parlando, in grande centro commerciale o, se si preferisce, satellite ludico della Russia, della Cina, di chiunque vorrà prendersi l’Europa.

Trump questo lo sa benissimo. E per questo si permette di prenderci a calci. E le basi americane, contestate per decenni da destra e sinistra, che fine faranno? C’è da chiederlo? Parchi per la pace.

In questo quadro, anche le vecchie polemiche sulle basi appaiono quasi archeologia politica. Per decenni sono state liquidate come simbolo della dipendenza. Domani potrebbero diventare il simbolo, questa volta vero, della loro assenza.

E allora? Torna utile l’immagine delle anime morte.

Nel romanzo di Nikolaj Gogol, le “anime morte” sono servi della gleba defunti ma ancora registrati nei censimenti, comprati e venduti come se fossero vivi. Esistenze fantasma, che contano solo sulla carta.

 


È una metafora potente perché descrive una condizione: quella di chi esiste formalmente, ma non sostanzialmente. Di chi è contabilizzato, amministrato, perfino tutelato, ma non decide.

Un’Europa così rischia di diventare proprio questo: un insieme di anime morte. Non perché povera o irrilevante, ma perché politicamente assente.

Un grande inventario ben tenuto. Ma senza volontà. Senza forza. Senza destino liberale.

Carlo Gambescia


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