Nel novembre del 1938 bastò il gesto di un ragazzo ebreo, Herschel Grynszpan, che a Parigi sparò al diplomatico tedesco Ernst vom Rath, perché il regime di Adolf Hitler trasformasse quell’episodio nel pretesto per scatenare la Kristallnacht: sinagoghe incendiate, negozi devastati, arresti, umiliazioni pubbliche.
Le proporzioni storiche sono incomparabili, ma la grammatica del pregiudizio conserva tratti riconoscibili. Inoltre, è essenziale dirlo con precisione: quello non fu l’effetto “naturale” di un fatto. Fu una decisione politica travestita da indignazione collettiva.
L’omicidio fu il pretesto; l’odio era già lì, organizzato, pronto, in attesa di una scintilla.
È una distinzione decisiva, perché insegna una cosa semplice: il pregiudizio non nasce dai fatti. Usa i fatti.
Oggi, per fortuna, non viviamo più nel tempo dei pogrom materiali. Non si incendiano negozi, non si devastano quartieri, non si organizzano spedizioni punitive di massa contro una minoranza per il gesto di un singolo. Eppure, come anticipato, il meccanismo mentale che rende possibile tutto questo non è scomparso. Si è solo raffinato.
Di fronte alla notizia — ammesso e non concesso che i fatti siano davvero quelli che si raccontano — che il giovane romano Eithan Bondi, appartenente alla comunità ebraica di Roma, sarebbe l’autore degli spari con una pistola ad aria compressa, il problema non è il gesto in sé, che appartiene alla responsabilità individuale e all’eventuale accertamento giudiziario.
Il problema è ciò che accade immediatamente dopo.
Sui social, il passaggio è fulmineo: dal soggetto al gruppo, dal gruppo all’identità, dall’identità alla colpa collettiva. Non è più “un ragazzo ha fatto questo”. Diventa: “ecco come sono”. Dopo di che: “sempre loro”, “li conosciamo bene”, eccetera, eccetera.
È sempre lo stesso vecchio trucco antropologico: un individuo agisce, una comunità viene giudicata.
L’antisemitismo contemporaneo raramente si presenta con il volto brutale del Novecento. Ha cambiato forma. Si è fatto più sottile, più insinuante, più presentabile. Non urla quasi mai; allude. Non accusa apertamente; suggerisce. Non proclama odio; costruisce sospetto.
Ed è proprio questo il suo vantaggio: può sempre fingersi semplice commento ai fatti. Ma il meccanismo è identico.
Si prende un episodio individuale e lo si usa come conferma di una narrazione generale già pronta. Non importa quanto il legame sia fragile, arbitrario o intellettualmente scorretto. Conta la sua efficacia emotiva.
L’odio collettivo funziona così: seleziona i fatti che gli servono e scarta tutto il resto.
Nel 1938 un attentato fornì il pretesto per liberare una violenza politica già incubata. Oggi un episodio isolato, ambiguo o persino ancora incerto può diventare il detonatore di una distruzione diversa: non materiale, ma simbolica. Un pogrom morale.
Non si rompono vetrine. Si rompono reputazioni. Si rompe la legittimità di una presenza. Si rompe l’idea stessa che l’identità ebraica sia una semplice appartenenza e non una categoria morale da sottoporre a sospetto.
Ed è qui che i social mostrano la loro natura paradossale: promettono individualità assoluta, ma producono continuamente tribalizzazione. Ogni profilo è unico, ogni opinione è personale, ogni identità è singolare — almeno in teoria.
Ma appena accade qualcosa, tutto collassa nella logica del branco. L’individuo scompare. Resta il gruppo. E il gruppo diventa imputabile.
È una dinamica che dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente da ciò che pensa di Netanyahu del conflitto mediorientale o della politica internazionale. Perché qui il principio è elementare: nessun individuo rappresenta un popolo.
Accettare il contrario significa riaprire la porta al pregiudizio. E il pregiudizio, come la storia insegna, non comincia quasi mai con la violenza. Comincia con la sua giustificazione.
Oggi, molto spesso, quella giustificazione prende la forma innocua di un commento. Un commento, poi un coro. Un coro, poi un clima.
E il clima — prima o poi — prepara sempre la tempesta.
Carlo Gambescia







Nessun commento:
Posta un commento