A tutt’oggi, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non è finita. Ma non è neppure in corso, almeno non nel senso classico del termine. È sospesa. Congelata. Tenuta in vita, paradossalmente, proprio dalla sua interruzione.
La tregua di due settimane non rappresenta un punto di arrivo. È, piuttosto, un passaggio: un’intercapedine tra due possibilità, la ripresa dell’escalation o la sua trasformazione in qualcosa di più ambiguo e duraturo. Non siamo di fronte a una pace mancata, ma a una guerra che cambia forma.
Il cuore della questione non è militare. È metapolitico. Tutto ruota attorno a un nodo strategico: lo Stretto di Hormuz. Da qui la domanda metapolitica decisiva: chi ne assumerà il controllo? Finché non emergerà un vincitore, un potere “ricostituito” diciamo, il problema della sua apertura o chiusura resterà sul tavolo. E se si chiude, anche solo parzialmente, il conflitto riprende automaticamente. Non è una decisione politica: è una conseguenza metapolitica che rinvia al ciclo (meta-)politico della conquista, conservazione e perdita del potere.
Su questo punto il mercato globale — energia, trasporti, assicurazioni — esercita una pressione costante per la stabilità. Ha bisogno di certezze istituzionali di fondo, ciò che i protezionisti del potere, come Trump ad esempio, poco attenti agli effetti esterni delle decisioni politiche, tendono a sottovalutare. In termini semplici: il mercato vuole un vincitore, una qualche forma di ordine attorno a Hormuz, purché sia. Per capirsi: al mercato andrebbero bene anche gli iraniani. Non tanto per ragioni di denaro, ma di stabilità politica che porta “anche” denaro.
Intorno a questo nodo si muovono attori diversi, ciascuno con una propria razionalità. Benjamin Netanyahu utilizza la pressione esterna come leva interna: il conflitto compatta e rafforza i processi centripeti interni. Donald Trump pratica una strategia di avvicinamento al limite, salvo poi arretrare all’ultimo momento: una dinamica che produce instabilità calcolata, ma anche rischio di errore. L’Iran, dal canto suo, non può permettersi di apparire cedevole: la deterrenza esterna è condizione della tenuta interna: la dinamica centrifuga esterna favorisce la dinamica centripeta interna.
Nessuno di questi attori vuole davvero una guerra totale. Ma nessuno
può permettersi una pace piena. Ne deriva un equilibrio instabile, fatto
di spinte centrifughe in attesa — sempre rinviata — di una
ricomposizione del potere.
È qui che il quadro si allarga.
La Cina ha un interesse chiaro: stabilità senza egemonia americana. Dipende dalle rotte energetiche del Golfo, ma sfrutta ogni crisi per accreditarsi come mediatore alternativo. Non vuole l’escalation, ma neppure una soluzione che rafforzi troppo Washington. Il suo obiettivo è una tensione bassa e gestita, funzionale alla propria ascesa. Un specie di punto di incontro tra dinamiche centrifughe e centripete.
La Russia gioca una partita più spregiudicata. Una crisi in Medio Oriente distrae l’Occidente, alza i prezzi dell’energia e amplia i margini geopolitici. Mosca non ha interesse a un’esplosione incontrollata, ma beneficia di un disordine prolungato.
In termini più generali, Cina e Russia sono i principali beneficiari di una dinamica centrifuga. Che Trump e Netanyahu, da protezionisti del potere, aiutano. Il che suggerisce una conclusione scomoda: un mondo multipolare (da non confondere con il multilateralismo come metodo spesso soddisfacente) non è necessariamente più pacifico. L’equilibrio tra potenze richiede un senso del limite fondato su valori condivisi – da cui ovviamente discendono interessi — come nel Settecento del dispotismo illuminato o nell’Ottocento liberale: condizioni oggi assenti. Sotto questo aspetto Trump non è un despota illuminato né un liberale.
E poi c’è l’Unione Europea, attore debole in un contesto esterno che premia la decisione. Ha molto da perdere e poco da guadagnare: dipende dall’energia, teme l’instabilità, subisce le ricadute economiche e migratorie. Ma resta divisa, priva di una politica estera unitaria. Oscilla tra allineamento e irrilevanza. In termini metapolitici, intuisce la necessità di un potere politico europeo, ma non ha la coesione per costruirlo.
Il paradosso iniziale si rafforza.
La guerra, nella sua forma estrema, è un costo per tutti. Ma la tensione centrifuga — controllata, intermittente, mai del tutto risolta — è una risorsa per molti: complessi militari-industriali, leadership sotto pressione, attori regionali, mercati energetici, potenze globali. L’instabilità cronica diventa un equilibrio funzionale. Il che però significa un panorama non illuminato, ma dettato dalla forza delle cose. Diciamo pure che l’UE è centripeta solo a parole…
A fronte di ciò la tregua, allora, non è un’eccezione. È il meccanismo attraverso cui il conflitto si riproduce senza esplodere definitivamente.
A rendere il quadro ancora più fragile è il fattore errore. Le intenzioni dichiarate di pace non bastano: le decisioni producono spesso effetti imprevisti. La storia lo dimostra, basti pensare alla crisi del 1914, dove una catena di scelte “razionali” portò alla guerra generale. Anche oggi, in contesti ad alta tensione, l’imprevisto si annida nell’incidente: un attacco mal calibrato, un attore per procura fuori controllo, una reazione sproporzionata. In un sistema saturo, l’errore non è un’eccezione. È una componente strutturale.
Si delineano così tre scenari: 1) una tregua che regge senza evolvere; 2)un’escalation limitata e intermittente; 3) una guerra aperta, innescata da un evento critico, con ogni probabilità legato proprio a Hormuz. Il secondo scenario è, al momento, il più plausibile. Non perché sia desiderato, ma perché è il più compatibile con gli interessi in gioco.
Il problema, tuttavia, è più profondo: riguarda il riassetto del potere in un’intera area — il Medio Oriente — che, dopo la fine dell’ordine coloniale, non ha trovato una stabilità duratura.
In questo senso, la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran non è destinata a risolversi, ma a ripetersi. È l’espressione di un problema irrisolto: chi comanda, e su quali basi? Un problema che riemerge ciclicamente, secondo una logica metapolitica costante fatta di competizione per il potere, spinte centrifughe e tentativi centripeti di ricomposizione.
La conclusione, per quanto scomoda, è semplice: la pace è un bene collettivo, ma la tensione può essere, per quanto pericoloso, un vantaggio distribuito.
Ed è proprio questa asimmetria metapolitica — amplificata dal gioco delle potenze globali — a rendere la guerra, oggi, così difficile da chiudere e così facile da riaprire.
Carlo Gambescia






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