sabato 12 novembre 2022

Un superbonus che si chiama Pasquale…

 


Che il superbonus abbia “favorito i ricchi” – l’ultima di Giorgia Meloni – è un’ asserzione a dir poco impropria. Al massimo potrebbe essere una dichiarazione né vera né falsa. Una mezza verità o una mezza falsità.Dipende dal punto di osservazione. Ci spieghiamo meglio.

Come ogni sociologo ben sa le misure dello stato sociale favoriscono coloro che hanno la capacità per districarsi tra le norme e che quindi hanno un’istruzione media con un reddito conseguente. Ricordiamo un celebre studio di Paci sull’ l’assistenza medica, l’ineguaglianza e i ceti sociali, in cui si evidenziava che certi servizi, specialistici o meno, erano utilizzati soprattutto dal ceto medio, addirittura con punte verso l’alto. Di qui, l’idea socialistoide di introdurre ticket in base al reddito per scoraggiare l’uso dei servizi pubblici da parte dei ceti medio-alti e così favorire, come spesso si legge, i “meno fortunati”.

Ora ci si chiederà che legame vi sia tra il superbonus e gli effetti distorsivi – comprovati dalla scienza sociale – della spesa pubblica e assistenziale.

In realtà, la spesa pubblica – ed è questo il mito da sfatare – non grava sulle spalle dei ricchi, ma del ceto medio. Dal momento che nelle società welfariste il ceto medio costituisce la spina dorsale del sistema fiscale. Per capirsi: chi gode di redditi elevati è in rapporto di uno contro sette rispetto a chi fruisce di redditi medi. Perciò è inevitabile che il carico fiscale ricada sulle spalle del ceto medio, che ha varie stratificazioni, ma che resta, come dicevamo, la spina dorsale del sistema.

Per inciso, le mitologie sulla patrimoniale lasciamole alla sinistra: per essere effettiva – ma attenzione una tantum – la patrimoniale dovrebbe essere estesa a tutto o quasi il ceto medio. Una specie di apocalisse economica che ridurrebbe l’Italia in miseria, recidendo le fonti stesse della produzione del reddito.

Pertanto per tornare all’idea demagogica del superbonus che avrebbe “favorito” i ricchi, si deve invece dire che si tratta di una partita di giro interna al ceto medio, che, in poche parole, riceve dallo stato e dalle banche che però devono ancora ricevere dallo stato (il che spiega la lentezza dei finanziamenti), più o meno quel che di regola paga in termini di tributi (diretti e indiretti),  insomma  di carico fiscale generale.

Sono calcoli che, a proposito del superbonus, di preciso, nessuno ha ancora fatto, ma il concetto è più che giusto.

Insomma, per dirla tutta, asserire che il superbonus abbia favorito i ricchi è per un verso disinformazione sociologica con forti accenti demagogici, e per l’altro si rivela come un attacco al ceto medio, che paga le tasse per tutti, ricchi e poveri. E non potrebbe non essere così. E’ un problema insormontabile di capienza tributaria.

Si dirà ma perché il ceto medio italiano accetta tutto questo? Perché è così stupido? Al punto di votare per le destre? Che, sostengono la tesi, incolta, demagogica, e in fondo idiota, del superbonus a uso e consumo dei ricchi?

Per quale ragione? Perché il ceto medio italiano, nelle sue varie sfumature, non crede nel valore di promozione sociale della ricchezza, e quindi non si sente offeso quando Giorgia Meloni attacca “i ricchi”. Si ricordi la celebre risposta-battuta di Totò, sul tizio preso a schiaffi da uno sconosciuto che erroneamente lo scambiava per un certo Pasquale: “E che, so’ Pasquale io. Che m’importa”.

Sicché il ceto medio continua a ritenere, con Balzac, che dietro ogni grande fortuna vi sia un delitto. Perciò si accontenta di sopravvivere e “rosicare”. Insomma, prende schiaffi sul superbonus e tace. Tanto non si chiama Pasquale.

Il che spiega il proliferare di piccole imprese, micro partite Iva e di una larga fetta di ceto medio che vive di impieghi pubblici e parapubblici. Come di tanti piccoli professionisti (avvocati, commercialisti ad esempio) che vivacchiano grazie a un caos legislativo che in Italia si chiama stato. Una tragedia sociologica dell’antimodernità economica. Di cui Giorgia Meloni è il purissimo distillato politico.

Del resto la classe politica non può che adeguarsi, anzi sfruttare la situazione, diremmo la stupida miopia umana.

Infatti, si parla, non di cancellare il superbonus, che tra l’altro non ha favorito alcuna ripresa nel grande settore edilizio (quello che conta, ma questa è un’altra storia…), ma  di trasformarlo in bounus e introdurre  limiti di  reddito per fruirne. Sembra a quindicimila euro. Lo scopo è quello di favorire, come sempre “ i meno fortunati”. Che però, stando alle statistiche, a quel livello, sembra che i “poverini” neppure abbiano una casa di proprietà.

No comment.

Carlo Gambescia

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