lunedì 14 novembre 2022

Il “caso” Montesano: meglio schiavi che morti

 


Augurarsi che tutti si convincano che fascismo e nazismo furono due dittature spietate e che quindi si possa oggi mettere su quel periodo tremendo una pietra tombale è impossibile.

Storia e sociologia insegnano che il culto di Cesare e il bisogno sociale e politico di tiranni demagogici e carismatici ha attraversato la storia dell’Occidente e investito la mentalità collettiva. Una terra, l’Occidente, si badi, dove rispetto al resto delle altre civiltà, tra l’altro marcate dal dispotismo orientale, si è sviluppata la pratica del governo delle leggi sugli uomini, l’esatto contrario del governo tirannico, illuminato o meno. Insomma dell’autocrazia.

A questo pensavamo a proposito del “caso” Montesano. Un attore che si esibito in televisione con una maglietta della X Mas di Junio Valerio Borghese. Cioè di un corpo armato che lottò a fianco del nazifascismo per difendere, così diceva il suo “condottiero”, l’onore dell’Italia. Che non poteva non finire la guerra accanto a Hitler.

Il che, per inciso, non è che la riprova di un fatto: che il concetto di onore è una scatola vuota dentro cui si può mettere di tutto, dal portachiavi dorato di Hitler ai quarantamila dollari bisunti di Tony Soprano.

Il gesto di Montesano ha perciò due spiegazioni. O non conosce la storia d’Italia contemporanea, quindi è un ignorante e un superficiale, o la conosce e perciò è un nostalgico di quei tempi. Gli manca la guerra civile, evidentemente.

A dire il vero, esiste anche una terza spiegazione, che, non essendo più giovane, il cervello di Montesano stia cedendo a una minacciosa forma di demenza senile. Può capitare. Anche se speriamo sinceramente che non sia il suo caso.

Ora ammesso e non concesso che Montesano sia un nostalgico, concentriamoci però sulla nostalgia del capo carismatico come caso generale. Molti, increduli, non riescono a spiegarsi questa simpatia verso il fascismo e il nazismo. La spiegazione è molto semplice: la maggior parte degli esseri umani, dal punto di vista dell’antropologia culturale, alla libertà preferisce la sicurezza. E a ogni costo. L’uomo è un animale subordinato.

L’esperimento liberale ha pochi secoli di vita (forse, due pieni, ma neppure) e molti nemici. Come abbiamo anticipato, il modello del capo carismatico, che vede e provvede, ha migliaia di anni, quello del primo ministro liberale, che consiglia agli uomini di studiare, maturare, arricchirsi, un secolo, un secolo e mezzo, non di più.

Il liberalismo è un ideale per uomini forti che amano il rischio, che vogliono intraprendere in tutti i campi, dal sapere all’economia. Quanti uomini sono disposti a rischiare? Di regola, la maggior parte degli esseri umani preferisce non fare qualcosa per paura di fallire. La maggior parte, ripetiamo, preferisce rimettersi alla volontà di un capo per proiettare il proprio odio sociale verso chiunque desideri migliorarsi.

Nei secoli XVII e XVIII, in Occidente, seppure si trattò comunque  di minoranze, si ebbe la massima concentrazione storica, diremmo saturazione, di uomini che erano liberali senza saperlo: scrittori, scienziati, finanzieri, imprenditori, artigiani di genio, perfino corsari e avventurieri. Fu l’epoca d’oro del liberalismo.

Nel secolo successivo, il XIX, di rimbalzo, emersero non pochi grandi uomini politici, di stampo liberale, per poi gradualmente ridursi in quello successivo: il XX, che invece fu il secolo di una violentissima reazione antiliberale, che ancora perdura, purtroppo. Come spiegano piccoli e spiacevoli episodi come quello di Montesano, e  gravi eventi, come l’attuale ripresa politica dei movimenti neofascisti e populisti, nemici del liberalismo e dell’economia di mercato.

Purtroppo, il liberalismo, qualsiasi cosa sostengano i suoi nemici, può essere figurativamente rappresentato, nella storia umana, come una ridente isoletta che però rischia sempre di essere sommersa dal maremoto autocratico.

Uno tsunami non sempre imposto, anzi quasi sempre voluto dagli stessi uomini. Una scelta, autolesionistica dal punto di vista liberale, ma anche più generale, che tuttavia oggi sembra molto apprezzata dalla gente comune, che continua a chiedere sicurezza non libertà.

E qui si pensi solo al clima di simpatia che sembra circondare personaggi come Trump e Putin. Per non parlare dei recenti successi politici in Italia di politici fascio-populisti – per usare un termine giornalistico – come Meloni e Salvini.

In conclusione, Montesano (sempre ammesso e non concesso, eccetera) non è che la punta d’iceberg di un tratto antropologico che distingue la specie umana sul piano culturale. Quello di privilegiare la sicurezza alla libertà. Meglio schiavi che morti, insomma.

Così ragionano gli esseri umani.

Carlo Gambescia

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