lunedì 28 novembre 2022

Un nemico del popolo

 


Ieri, in privato, un amico, mi ha rimproverato per aver scritto un articolo “impietoso” sulla frana di Ischia (*).

Ovviamente, non l’ho scritto a cuor leggero. E senza alcuna intenzione di offendere i poveri scomparsi e le loro famiglie. Il riferimento al “piagnucolare” non riguardava il più che giusto dolore per la scomparsa di persone care. Come il lettore capirà seguendo il mio ragionamento fino in fondo.

In realtà, come ho cercato di spiegare all’amico, la questione è un’altra e rimanda a due fondamentali domande: a) qual è il ruolo dell’intellettuale (seppure ne esiste uno, di ruolo)?; b) Dolore e pietà fanno parte del bagaglio di uno studioso? Dell’analista che si imponga, come scienza vuole, di esaminare freddamente i fatti per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere sotto il profilo morale?

Per rispondere alla prima domanda, diciamo subito che il ruolo dell’intellettuale è quello di individuare (proprio perché lavora con le idee) i migliori strumenti concettuali per studiare i fenomeni. Fermo restando che il concetto è una rappresentazione della realtà conoscibile.Pertanto, i concetti storici e sociologici di lunga, media e breve durata impiegati ieri, non rinviano alla realtà in senso metafisico, morale e religioso, ma a una rappresentazione della realtà conoscibile per capirla e spiegarla meglio. Un fenomeno rappresenta ciò che è conoscibile, ciò che è suscettibile di indagine. Invece un concetto teologico, morale, metafisico rimanda all’inconoscibile. O se si preferisce a qualcosa che è conoscibile ma non con gli strumenti delle scienze sociali. Nel caso dell’articolo di ieri, ripetiamo, i concetti di lunga, media e breve durata.

Quando alla seconda domanda, la consapevolezza di dover usare concetti “rappresentativi” deve essere pura o purificata dalle emozioni, altrimenti i concetti da rappresentativi si trasformano in evocativi: non spiegano evocano. Per capirsi, a Ischia sono morte delle persone: se però si sovrappone o mescola il concetto “metafisico” di persona a quelli storico-sociologici di lunga, media e breve durata, si rischia di confondere il momento della cognizione che risponde alla domanda "perché?", momento rivolto a individuare le cause di un fenomeno storico e sociologico (anche le più lontane) con il momento normativo che invece introduce un "imperativo":  si sosituisce all'interrogazione un'asserzione, come ad esempio “mai più morti per frane”. Asserzione che rinvia, piaccia o meno, a un’idea “metafisica” di perfezione, sovrumana, che non fa i conti con l’imperfezione, idea “fisica”, molto umana, che invece segna, e spesso duramente, la realtà che circonda noi tutti.

Un concetto, quello di imperfezione, che una volta interiorizzato, contribuisce a spiegare laicamente la presenza del male del mondo. Consapevolezza che aiuta a non frignare, a rimboccarsi le maniche, eccetera, eccetera. Il che non significa che non si devono piangere le persone care. Vuol dire solo non trasformare le vittime, e di riflesso noi stessi, in miti incapacitanti.

Max Weber, che a forza di indagare il rapporto tra conoscenza e morale si ammalò di nervi ( dico questo per sottolineare la serietà, se non tragicità della questione conoscitiva), sosteneva che un professore, uno studioso, un intellettuale insomma, è tenuto a spiegare il vincolo di coerenza logica tra idee socialiste e pratica socialista o   tra idee conservatrici e pratica conservatrice. Ma non quello, evocativo, che si muove sul terreno non logico, di come essere socialisti senza essere socialisti o conservatori senza essere conservatori, oppure conservatori e socialisti al tempo stesso. O addirittura di come eliminare a un tempo dalla faccia della terra le idee socialiste e conservatrici.

Per tornare all’articolo di ieri, un intellettuale non può essere al tempo stesso professore e vigile del fuoco, oppure studioso e magistrato, o ancora, per essere più chiari, scienziato nel silenzio del suo studio e politico “acchiappa voti” nelle piazze. In sintesi: non si può studiare freddamente la realtà e atteggiarsi a prefica. O si studia o si piange.

Pertanto, se quel che è accaduto a Ischia deve essere spiegato in termini di lunga, media e breve durata, e non di caccia al capro espiatorio da parte di piazze frignanti ma vendicative, un autentico intellettuale non può esimersi dal farlo.

Anche rendendosi, impopolare, antipatico, addirittura odioso. O per dirla con Ibsen un “nemico del popolo”.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/ischia-sociologia-delle-catastrofi/ .

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