domenica 27 novembre 2022

Ischia, sociologia delle catastrofi

 


Il sociologo non può che scuotere la testa. Ci sono pagine della Naturalis Historia di Plinio il vecchio che andrebbero rilette. L’Italia, notava l’antico dotto , è circondata dal mare e attraversata in senso longitudinale da una catena montuosa che sembra non finire mai.

Di conseguenza, visto che l’acqua scende dall’alto verso il basso, e quando piove troppo, rovinosamente, e visto che il mare, fa del suo, rosicchiando coste, l’Italia già allora era a rischio. Parliamo di duemila anni fa.

Perciò la “catastrofe annunciata” di Ischia, notizia che oggi straripa sulle prime pagine, con conseguente indignata ricerca di colpevoli da additare al popolo (*), risale almeno all’Impero romano. E in particolare alla tendenza storica della popolazione peninsulare, per ragioni che oggi vanno sotto la denominazione di miglioramento della qualità della vita, a spostarsi dall’interno verso l’esterno: dai monti e campagne in direzione della città. Di qui, una natura che inevitabilmente ha fatto il suo corso sui monti poco popolati e sulle coste sovraffollate.

Sintetizzando, dietro un bimillenario fenomeno migratorio, si scorge il mito, più che giustificato, della città. Perché, in assoluto la città ha sempre portato progresso e benessere diffuso.

La controprova, di quanto diciamo, è nello spopolamento cittadino, con diffusione di fame e miseria, e per non pochi secoli, almeno fino alla seconda metà del IX della nostra era. Spopolamento che – ecco il punto storico e sociologico – seguì la dissoluzione e caduta dell’Impero romano, che, economicamente e modernamente parlando, era autarchico all’esterno e liberale all’interno. Diciamo cittadino e commerciante. Almeno fino a quando non arrivò al potere le dinastia militari dei Severi.

Cosa avrebbero dovuto fare i governanti italiani da Augusto a Mario Draghi? Deportare intere popolazioni verso l’interno secondo l’uso asiatico? La storia geologica è quello che è: l’uomo è il luogo in cui vive, ma anche il luogo da cui vuole scappare, con tutte le conseguenze, positive e negative del caso, spesso inavvertite e impreviste. Sembra si chiami libertà.

Un grande storico francese, Fernand Braudel, ha acutamente introdotto il fenomeno storico della lunga durata, rapportandolo alle condizioni geografiche e migratorio-demografiche, condizioni che permangono per millenni, anche come risposta dell’uomo dell’ambiente, nel bene come nel male.

Secondo Braudel, alla lunga durata, dei tempi geologici (ad esempio catene montuose longitudinali e coste) e demografici ( inclusi gli spostamenti di popolazione), si affiancano la media durata dell’ economia ( sistemi chiusi, sistemi con mercato e di mercato) e infine quella breve, se non brevissima, della politica (re, presidenti, battaglie e guerre).

Ora, per tornare, ai fatti di Ischia, si crede, additando i nemici e le pratiche contro il popolo (“abusivi”, “assessori corrotti”, “sanatorie”, eccetera), di poter contrastare la lunga durata dei tempi dell’elefante geologico-migratorio con le punture di zanzara dei tempi brevi della politica. Roba da ridere. Ma anche da piangere per la superficialità del sentire: perché, ripetiamo, alla lunga durata dei tempi geologici e demografici, si suppone di poter rispondere con i regolamenti comunali e i vigili urbani.

In realtà, l’unica misura politica che potrebbe ristabilire l’equilibrio diciamo coste-monti, è quella dello spostamento coattivo delle popolazioni. Diciamo della redistribuzione sul territorio anche delle attività economiche. Insomma, servirebbe un Gengis Khan. Il che però implica – si badi bene – la cancellazione della democrazia liberale, basata sulla libertà di movimento, di concorrenza, opinione, parola, pensiero, eccetera.

A dire il vero, le correnti ecologiste, animate da forti componenti autoritarie, secondi alcuni addirittura totalitarie, non disdegnerebbero di comportarsi come l’imperatore mongolo.

Perciò, in sintesi, la vera posta in gioco è quella del prezzo da pagare per continuare a godere della nostra libertà.

Quindi che fare? Assicurarsi, rimettersi a lavorare e non piagnucolare.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/quotidiani-italiani/ .

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