martedì 22 novembre 2022

Il vicolo cieco iraniano

 


Non siamo riusciti a leggere un’analisi decente della crisi iraniana, persino su riviste specializzate. Per non parlare di certi servizi giornalistici, specialmente sulle reti Rai, di un’assoluta povertà di contenuti.

Il mantra mediatico più diffuso è quello del femminismo-hom-femminismo-hom, che pure ha una sua importante ragion d’essere. Al quale si affianca, fino alla stucchevolezza, il peana sull’eroico ruolo dei giovani nella protesta.

In realtà, manca totalmente un’ eziologia sociologica ed economica della società iraniana. Il conflitto è ridotto allo scontro tra le piazze giovanili, per così dire, e il potere religioso assecondato dal temibile braccio armato rappresentato dal corpo dei guardiani della rivoluzione.

Un imbecille, alcune sere fa, parlava in tv, tutto giulivo, ignorando la cattiva sorte toccata alle acefale “primavere arabe”, di una rivoluzione senza capi. Non compredendo  che, se fosse veramente così, “i ragazzi e le ragazze” di Teheran non avrebbero scampo. Insomma, stupidaggini buoniste.

La storia dell’ Iran novecentesco – e più in generale della Persia moderna – rivela un contrasto di fondo tra una modernizzazione modello Atatürk mai però del tutto completata dai due Pahlavi, come prova, da una parte, l’inevitabile ritorno del medioevo sciita nel 1979, e dall’altra ciò che resta di un paese impoverito, impaurito, perciò socialmente rassegnato, nelle sue varie espressioni sociali, a subire una visione teocratica del rapporti sociali e politici.

La riprova di questa amara rassegnazione è rappresentata nella fase attuale dal silenzio delle forze armate, dell’alta burocrazia, e di ciò che resta di una struttura economica, anche a livello imprenditoriale, quasi del tutto nelle mani dello stato. Lo stesso silenzio degli intellettuali, favorevoli all’Occidente o meno, oramai ridotti a subire ogni tipo di prepotenza, è un’altra prova del pesante clima di intimidazione e rassegnazione diffusa che alimenta in alto come in basso  l’ obbedienza passiva al regime teocratico.

Di questa grave stasi sociali non si fa cenno in alcun servizio o reportage dall’Iran. Si alimenta in Occidente l’idea che sia possibile una specie di rivoluzione femminista, che in realtà, dispiace dirlo, non ha solide radici sociali ed economiche nel paese. Il che spiega, tra l’altro, perché si parla, giulivamente o meno, una “rivoluzione” senza capi.

Purtroppo il problema è lo stesso delle “primavere arabe”: rinvia alla condizione di passività in cui vegetano le società islamiche, arabe o meno, come in quest’ultimo caso l’Iran, sul quale per quattro decenni, bloccando qualsiasi processo di modernizzazione sociale, si è abbattuta la spada della teocrazia religiosa khomeinista. Certo, ogni tanto, possono verificarsi delle eruzioni. Ma poi tutto torna come prima.

Non si dimentichi mai che in particolare la tradizione sciita, rispetto a quella sunnita (semplifichiamo), ricorda il contrasto tra il fascismo movimento e il fascismo regime. Il che non significa che i sunniti siano dei moderati, ma soltanto che l’impatto della tradizione sciita sulla società iraniana si è nutrito di una mobilitazione e controllo delle masse, anche indiretto, che ricorda, per fare un altro esempio, forse improprio, il peronismo argentino.

Ciò spiega il ruolo, tuttora determinante, dei descamisados iraniani, i cosiddetti pasdaran o corpo delle guardie della rivoluzione islamica. In realtà, una vera e propria forza armata con propaggini in mare, cielo e terra – qui la differenza con i descamisados argentini – al servizio del potere teocratico.

In un contesto del genere, che ricorda il classico vicolo cieco, è molto difficile fare previsioni. Il nostro cuore si augura la vittoria totale dei ragazzi e delle ragazze iraniane. L’analisi dei fatti, quindi la ragione, indica invece il contrario, almeno per il momento.

Il tutto accade, ovviamente, sotto gli occhi di un Occidente che sembra avere paura persino della propria ombra.

Carlo Gambescia

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