venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus e politica
Hanno vinto i sovranisti?

Sembra che  il sovranismo stia per vincere. Diciamo un sovranismo di necessità.  Virale.  Ci spieghiamo subito.
In Europa, dentro e fuori  le istituzioni Ue, la tendenza prevalente sembra essere quella di muoversi politicamente in ordine sparso.
In Germania, il paese dall'economia  più forte,  si è scelto un approccio al Coronavirus più blando, ad esempio i dati epidemici non vengono comunicati giornalmente e si è delegato ai Land il potere di intervento. Stessa cosa in Gran Bretagna. Ma anche Francia e Spagna, pur non adottando la linea tedesca e britannica e pur chiudendo scuole e università (in Spagna sembra stia per chiudere  anche il Parlamento), sembrano per ora  lontane dalla durissime  scelte  italiane.  Infine,  ancora  non si giunti alla chiusura generalizzata delle frontiere intra-Ue, ma per così dire  se ne sta discutendo. 
Si rifletta.  Siamo davanti a posizioni diverse dettate non solo dal differente numero di  casi nazionali (non alti come in Italia),  ma anche dalle differenti percezioni delle gravità del Coronavirus, dietro le quale si nascondono visioni del mondo diverse.  
Ciò  conferma, che il sovranismo - o per dirla senza giri di parole il nazionalismo -  sia la norma e  l’universalismo liberale  l’eccezione?   Chi scrive  ritiene invece  che  sia proprio il contrario.  E che quanto sta avvenendo  - ci riferiamo sempre  alle differenti opinioni e decisioni politiche in materia di Coronavirus  -  sia un caso estremo di biopolitica:   di grado zero della politica.  Insomma,  di condizioni anormali.

E nella anormalità  - vera o presunta ma “reale” nella mente umana - la politica si trasforma sempre  in biopolitica: posta davanti alle questioni della  vita o della  morte, la società,  una volta tornata al grado a zero della socialità, per così dire arcaico,  mette in moto i suoi meccanismi più rudimentali ( controlli spietati, isolamento, eliminazioni dei deboli), tendendo così  a dare  il suo peggio (paura, chiusura, intolleranza).  Il che è sempre il  portato di  situazioni estreme,  quando sono in gioco la vita e la morte,  non è mai  frutto di   una  condizione  normale della politica, la fisiologia della politica, se si vuole. Fondata sul contratto, sulla discussione, sulla libertà di commercio,  sulla tolleranza,  sulla metabolizzazione del nemico tramutato in avversario. Insomma, su procedure che, nei limiti del possibile, cercano di sostituire la scheda alla pallottola. E tutto questo  è segno di civiltà e progresso rispetto all'arcaicità del grado zero, di cui nessuno nega l'esistenza, ma  non  l'assolutezza  antropologica.  La politica non è mai celebrazione della violenza o soltanto violenza.  La politica è complessa successione di quadri antropologici differenti.    
Si pensi a un personaggio come Salvini, politico da tempi di eccezione (o presunti tali), che, in situazioni del genere sembra trovarsi perfettamente a suo agio. Non fa che ripetere che si deve chiudere tutto, dentro e fuori d’Italia. Più o meno come prima: ieri gli immigrati oggi il Coronavirus.  Quale prova migliore, della natura patologica del sovranismo, che non è altro che nazionalismo dolcificato?  Incapace di distinguere tra dei, uomini e bestie? Insomma, come dicevamo, di scegliere prudentemente  tra i diversi quadri antropologici? 
Sotto questo aspetto la scelta  sovranista (o quasi dell’Italia), che vede il moltiplicarsi  (ieri addirittura Mattarella)  delle polemiche anti-Ue,  non  può che rafforzare un approccio patologico alla politica di tipo nazionalista e favorire, direttamente o indirettamente,  soluzioni  politiche  alla  Salvini.
Il problema non è tanto il fatto che in Europa ognuno vada per sé, ma che i diversi stati  vi siano costretti  dalla natura limite delle decisioni che devono essere  prese.  Di natura biopolitica. Un fatto che  non costituisce  - ripetiamo -  la condizione normale della politica. Ma eccezionale. Come per l'appunto  il nazionalismo.  
E chi si trova in full  position in una situazione del genere?  Salvini.  La cui politica  non è  patologica per caso. Anzi lo è sempre. Con o senza Coronavirus. 

Carlo Gambescia                      

giovedì 12 marzo 2020

L’Italia al tempo del Coronavirus
La svolta  biopolitica

Mi capita spesso in questi giorni di isolamento forzato, di  conversare telefonicamente con amici e persone di famiglia sui risvolti sociali del Coronavirus: tutte le conversazioni  lasciano trasparire, da parte del 90 per cento dei miei interlocutori, il  desiderio  di conforto, di sentirsi dire che tutto andrà bene, eccetera, eccetera. Solo in pochi  sembra affiorare  uno spirito di ribellione, o comunque la necessità  usare il senso critico
Non dico nulla di nuovo, Sorokin, nei suoi studi, degli anni Quaranta del secolo scorso, sul rapporto tra calamità e società corredati di ampie  statistiche, mostrò che in queste fasi le società si polarizzano  tra individui  capaci di dare il  meglio e il peggio, esemplificando,   "eroi vs saccheggiatori".  Per contro, il resto della società, diciamo il novantacinque per cento delle persone,  reagisce  secondo il criterio dell’istinto di sopravvivenza, modulato dal carattere, dall’ambiente, dall’ età, dall’istruzione, eccetera.  
Le persone si chiudono in se stesse e quanto più il messaggio sociale che pervade la vita quotidiana  enfatizza il pericolo tanto più la società si atomizza:  nel senso che  si scompone in particelle individuali minutissime che non comunicano in alcun modo tra di esse. Per capirsi: né in termini di prezzi (mercato), né di valori (società), né di sapere  (cultura).

Il che, inevitabilmente, rafforza, dinanzi all' individuo marginalizzato, il potere biopolitico (di vita e di morte) delle istituzioni.  Per citare un esempio sociologico classico, tocquevilliano, quanto più una società si  atomizza , insomma si  priva delle sue istituzioni (da quelle di mercato all’associazionismo sociale e culturale, eccetera) tanto più diventa prigioniera di un forte potere centralizzato che decide ciò che sia bene per il singolo, anche dal punto di vista della sopravvivenza biologica.
Un’epidemia, come quella in corso,  nonostante per ovvie ragioni di ordine pubblico la retorica politica  (uso il termine  retorica in modo neutrale) debba incoraggiare i comportamenti altruistici verso lo stato e verso i concittadini,  de facto, mina le relazioni sociali, alimentando  comportamenti  egoistici  e fenomeni di  accentramento  del potere politico.
Comportamenti egoistici, che, attenzione,  dal punto di vista della pura sopravvivenza individuale, sono totalmente  comprensibili.  Non lo sono ovviamente dal punto di vista della conservazione sociale di una rete di prezzi, valori, sapere. Di ciò che si chiama società civile:  un piccolo miracolo sociologico e storico, che  ha meno di tre secoli di vita.
Quel che va sottolineato è la natura oggettiva  del processo sociale di atomizzazione, che si mette in moto ogni volta che si presenta una situazione di pericolo sociale.
Come si comportano le autorità sociali, o comunque coloro che detengono  il potere?
Innanzitutto, esistono due tipi di pericolo sociale. Quello  reale (come l’invasione  da parte di un nemico, un terremoto, un’ epidemia)  e quello irreale ( si pensi alla retorica  anti-immigrati, alle fobie complottiste, eccetera). Ora,  a dire il vero, tra i pericoli reali, quello epidemico è il più rischioso dal punto di vista della percezione della realtà effettiva. 
Il che non è mai bene. Perché quanto più la percezione della realtà è scalare ( nel senso di  una misurazione effettiva del fenomeno estremamente variabile e se valutabile, sempre in chiave prospettica) tanto più diventa difficile adottare politiche compatibili con un pericolo che non si lascia ingabbiare dal senso della realtà.
Esistono perciò due tipi di possibile  risposta politica,  o  lasciar fare, ovviamente adottando misure minime di tutela, o applicare il principio di precauzione  per  intervenire all’insegna del “come se”. Il primo  non  favorisce l’atomizzazione-centralizzazione, il secondo sì.
In Italia si è dato il secondo tipo di risposta,  per alcuni addirittura in ritardo, per alcuni come chi scrive, in modo fin troppo energico. Ora perciò ci troviamo alle prese  con un processo di atomizzazione, in basso al quale corrisponde  un processo di centralizzazione in alto.
Ci viene ripetuto  quasi ogni giorno  che le misure precauzionali sono a termine e  che sono  per il nostro bene.  In realtà,  si tratta di processi (atomizzazione e centralizzazione), come detto,  dotati di forza propria che una volta avviati  non possono essere facilmente arrestati, proprio come avviene con le epidemie psichiche di paura diffusa: la paura incide sulla decisione politica e viceversa.  E così via secondo la classica forma della spirale sociale.

Ora, per tornare alla situazione italiana, tutto ruota intorno alla reale consistenza del giudizio politico sulla pericolosità sociale del Coronavirus.  Politici  e medici , compatti (scienziati qualcuno di meno), sono tutti dalla parte del principio di precauzione, come del resto larghissima parte  dei cittadini attoniti.  
Il Coronavirus, secondo la retorica pubblica dominante, direttamente o indirettamente, può ucciderci tutti. Di conseguenza, si è messa in moto una “macchina sociale” di natura biopolitica che vede addirittura  nello stato (quindi non solo nel governo) il difensore del bios individuale: macchina  che non può essere fermata dall’oggi al domani e che può costituire un pericoloso precedente.
Sociologicamente parlando, piaccia o meno, così  stanno le cose.

Carlo Gambescia                  
                          

mercoledì 11 marzo 2020

Storie di liberalismo e di amicizia...
La mia risposta a Teodoro Klitsche de la Grange

Caro Teodoro,
Grazie della tua gentile riposta (*). Come replicare?
Innanzitutto,  mi sembra surreale la tua difesa  non solo di Orbán ma addirittura della nuova Costituzione ungherese ( tranquillo, avevo già  letto a suo tempo l’ articolo che mi segnali), dove argomenti in punto di diritto.   

Non  usi quindi ( o comunque dolcifichi)   quel concetto, a te così caro,  di costituzione sostanziale,  concetto che però usi come una lama quando tratti ad esempio della Costituzione italiana, per indicare  il suo anacronismo  rispetto ai successivi schieramenti sociali.  Due pesi due misure.  Anche perché avresti dovuto ammettere che la Costituzione ungherese riflette l’involuzione sociale e politica dell’Ungheria. Di qui la tua sottolineatura,  autentico  salvataggio in corner (se mi permetti il termine),  dei   valori eterni - semplifico - incarnati da Santo Stefano.  Pertanto  alcune costituzioni “sostanziali” sono più uguali di altre?  Infine, sulla  retorica  sovranista e securitaria  di  Orbán, che di liberale, ribadisco,  non ha proprio nulla,  mi limito a rinviarti al suo intervento del  6 marzo scorso  in occasione della celebrazione dei cento anni della polizia ungherese (**).

Due altre cose.
Parli di “liberalismo forte”:  per me è un concetto vuoto, privo di valore epistemologico.  Forte rispetto a che cosa?  Dov’è  quella consapevolezza  dei  limiti cognitivi e decisionali che caratterizza il liberalismo, dal  momento che la forza  - per non parlare della violenza -  evoca proprio l’esatto contrario di ciò che  il liberalismo si propone di circoscrivere. Altra cosa invece  è un liberalismo politico, triste, archico, malinconicamente consapevole delle costanti o regolarità  della politica, tra le quali c’è l’uso ricorrente della forza nell’agone politico:  ma una cosa è la constatazione, un’altra la celebrazione ( e qui ti rinvio di nuovo al Grattacielo e il formichiere).   
Cosa voglio dire?  Che il termine “liberalismo forte”  va in quest’ultima direzione. Il che spiega  la tua simpatia per i sovranisti, che tutto sono meno che liberali...   Anche tu non lo sei? Ti risponderò  nella chiusa.  
Intanto per completare la mia argomentazione sul rapporto tra politica, forza e liberalismo,  non posso non ribadire che tra Cavour e Salvini, o se vuoi  tra   spirito di nazione e nazionalismo, tra Risorgimento e Lega,   tra il tronfio generale Radetzky e  il povero Ahmed che affoga nel Mediterraneo, c'è  una bella differenza.
Infine, quanto a  Gaetano Mosca,  Vittorio Emanuele Orlando e Santi Romano, il clan del siciliani,  ti ricordo che Mosca,  scrisse un piccolo aureo libro sulla mafia, assolutamente non indulgente, anzi il contrario,  ancora ristampato e commentato.   Mosca era un liberale triste,  archico. Orlando e Santi Romano, probabilmente, come dici tu,  liberali forti.
Come concludere? Evidentemente,  ognuno  ha i liberali che si merita.

Ti abbraccio,

Carlo 

P.S. Ho letto un commento al tuo post di una finezza intellettuale abbagliante.  Certo, come scrivere di Cesare se non si è vissuti al tempo di Cesare? Come scrivere di Mussolini, se non si vissuti sotto il Duce ? E così via...   Gli storici ringraziano. 


martedì 10 marzo 2020

Coronavirus
Golpe Arancione


Per quale ragione golpe arancione?  Perché è il colore usato, più soft rispetto al rosso, dal Governo populista di Conte  nel  Dpcm di ieri, per indicare sulla carta un’Italia murata in casa e consegnata, ancora viva,  alle autorità mediche e di polizia.  Che, ovviamente, non possono non usare strumenti di contenimento e repressione sociale, inevitabilmente rozzi, come  in tutte le dinamiche sociali, soprattutto quanto più ci  si avvicina  al grado zero della socialità (come nel caso di guerre, rivoluzioni, epidemie).   Spesso molti -   il che fa sorridere amaramente il sociologo  - non distinguono tra la raffinatezza del pensiero umano e  la natura rudimentale, addirittura rozza  delle azioni sociali. Non esiste né mai esisterà  una  rispondenza tra teoria e pratica:  in ogni  percorso sociale  c’è sempre il pericolo del  soldato con la baionetta innestata davanti al forno del pane.  Quindi prima di pigiare  sul pedale  del panico sociale si dovrebbe sempre riflettere.

Inoltre, la rivolta in atto  delle prigioni conferma una volta di più, che la libertà è apprezzata solo da coloro che l’hanno perduta (al momento non importa come).  Per contro,  la passività degli italiani, per ora a piede libero, ma agli arresti domiciliari, fa veramente paura.
Ma angoscia  ancora di più, chiunque ami la libertà, e preferisca morire da filosofo piuttosto che da servo, il rapidissimo  processo di involuzione politica, che non ha precedenti nella storia della Repubblica: in pochi giorni sono state varate, senza alcun voto del Parlamento,  misure gravemente lesive della libertà.  Non accadeva  dalle "leggi fascistissime" del 1925-1926.  E cosa ancora più avvilente nel silenzio totale  di liberali e libertari. Il silenzio dei Radicali italiani al riguardo  è una pietra tombale su una tradizione di pensiero e lotte politiche  che  questa mattina sembra sparita nel nulla.
Molti  penseranno  che sono un pazzo, un incosciente, un egoista che non si preoccupa della salute dei cittadini... Due osservazioni
La prima. Non ritengo, come  ho scritto più volte,  che si sia di fronte a una epidemia, anzi pandemia, così pericolosa da richiedere misure politiche di una tale gravità, dannosissime, tra l’altro, per l’economia, già gravemente compromessa da due governi populisti,  l’uno peggiore dell’altro, segnati entrambi  da gravissime pulsioni autoritarie (per inciso la destra avrebbe imposto misure ancora più dure). E di conseguenza mi oppongo. Anche perché, come ho accennato, nello sventurato caso, preferisco  morire da filosofo, non da servo. Attenzione,  non  nego come  il Don Ferrante manzoniano l’ esistenza  dell’epidemia,   temo invece le conseguenze politiche e sociali per la nostra libertà di decisioni prese sull'onda dell'emotività.       

La seconda, non sono un complottista: non credo alle fantasiose ricostruzioni in circolazione sulle origini “occulte”   del Coronavirus, che qui non riassumo, ma che ritengo  prive di qualsiasi fondamento cognitivo e realistico. Quindi i complottisti sono avvisati. Stiano alla larga dal sottoscritto.
Da sociologo ho invece evidenziato i pericoli di un’epidemia psichica da panico collettivo, la cui crescente diffusione, come regolarmente avvenuto, ha comportato un giro di vite politico, reso ancora più grave  dalle imprudenze di un governo populista, totalmente impolitico. Ben rappresentato dalla figura di Giuseppe Conte, un anonimo professore universitario, incapace di andare oltre il paternalismo prefettizio e il positivismo giuridico.
L’ora è buia.


Carlo Gambescia


                  

lunedì 9 marzo 2020

Coronavirus
L’Italia che litiga


Se non fosse per la pandemia psichica, alimentata dalle misure delGoverno populista,    che rischia di fare ben più danni del Coronavirus, ci  sarebbe da ridere. Per quale ragione?  Perché l’Italia si azzuffa sulle regole, invece di preoccuparsi, come  da giorni andiamo ripetendo, del diffondersi sempre più pervasivo di una specie di leggenda metropolitana, quella dell’epidemia,   a colpi di Gazzetta Ufficiale. Si discute dell'inessenziale. E ciò è quanto meno tragicomico. 

Un giorno sarà interessante studiare, la  “prima epidemia al tempo del populismo”.  Chi scrive non capisce nulla di virologia ma i dati nudi e crudi  ( non i tassi frutto di algoritmi) su  sessanta milioni di abitanti, fanno semplicemente ridere.  Eppure il Governo populista va avanti come un treno o quasi.
Quasi, perché non tutti sono soddisfatti delle misure prese. Come dicevamo si litiga. Ma sulle regole.  
La destra vorrebbe misure ancora più dure. La sinistra, in particolare il Pd, al governo con Conte, tace, quindi acconsentendo alle sue disordinate follie. Da “avvocato del Popolo”.
Regioni e Comuni nel resto dell’Italia, in preda al timor panico impongono divieti a chi proviene dalle Regioni del Nord. E viceversa.  Due giorni fa  alla stazione di Milano  alcune migliaia di persone, aggredite della pandemia psichica,  hanno assaltato i treni diretti  al  Sud  per non finire nella ragnatela dell’annunciato Dpcm . All’arrivo, ma sembra anche durante il viaggio (lunghissimo),  sono stati, accolti dalle forze di polizia, pare in Campania e Puglia.  

La Chiesa, abituata a benedire - diremmo quasi da sempre -  gagliardetti, labari  e bandiere (quindi, caro professor Cardini non è questione di secolarizzazione, ma di  scampoli di potere temporale…),  andando  addirittura oltre i provvedimenti varati dal Governo populista, ha  vietato messe e altre cerimonie religiose. Con buona pace dei fedeli, quelli  veri,  alle prese con parroci trasformati in ufficiali della pubblica igiene e a tempo di record  dall' episcopato stesso.  Sarebbe proprio il caso di dire Amen…
Un altro gruppo  - come dire? -  di dottori  Stranamore  della medicina  ha  proposto di salvare i giovani e lasciar morire vecchi. Il che rientra perfettamente nella logica utilitaristica del welfare state, che ipocritamente  si finge attento, e in modo disinteressato,  al bene di tutti cittadini… Il punto è che il welfare, di suo e da sempre,   promette due medici per italiano, cosa assolutamente impossibile. Di conseguenza  dinanzi alle inevitabili  aspettative crescenti (massime in questo momento), quando si deve scegliere,  visto che le risorse sociali non possono non essere scarse, si ragiona in chiave di  minor male. E come? Burocraticamente, sulla base del criterio utilitaristico, l’unico possibile nella pratica sociale che deve andare per le spicce. Quale?  Quello dell’aspettativa di vita.  "Requisito" misurabile, quantificabile e  che, ovviamente, per l’anziano è ridotta…  Di qui, polemiche a non finire tra Welfare laico e Welfare religioso.  Che però.  come si è visto,  sembra aver  girato le spalle ai fedeli  vietando le messe. Lo Stato Sociale Cattolico dell’Anima non funziona meglio di quello Laico. Il lettore prenda appunto:  lo stato, profano o sacro che sia, non è mai la soluzione. Anzi è il problema.

Ultima ora, anche i carcerati protestano...
Come in una specie di   gigantesco talk show populista,  si litiga sulle regole,  dando per scontato, pur non essendo affatto così, che l’Italia  sia  prigioniera della  nuova peste del 2020.  E così si  parla di mascherine  e altre  questioni organizzative,  dando la stura alle proteste dei vari gruppi pressione, perdendo di vista le grandi questioni delle  libertà  e dell’agire razionale. Che  di regola   sono nel cuore di pochi eletti,  figurarsi quando impazza la pandemia psichica… Controprova?  Chiunque in queste ore  dichiari  di voler continuare a vivere in modo normale viene giudicato - e da tutti i contendenti -   un nemico  del  popolo privo di senso civico...   
Possiamo  dire una cosa liberale?  Ma non sarebbe stato meglio Laissez faire, Laissez passer anche questa “epidemia” come le altre?

Carlo Gambescia                  
"Eh già,  sono ancora qua..."

Linea  (settimanale)  numero 2 – 9 marzo 2020


“Eh già...
Sembrava la fine del mondo
Ma sono ancora qua
Ci vuole abilità
 Eh già…
Con l'aria, col sole
Con la rabbia nel cuore
Con l'odio, l'amore

In quattro parole  
Io sono ancora qua.”






Si può scaricare gratuitamente qui:  http://linea.altervista.org/blog/   

domenica 8 marzo 2020

Coronavirus,
un appello per la  libertà

Segnali preoccupanti per la nostra libertà. Ne comunico ai lettori uno piccolo, ma  credo significativo:  ieri sera sulla mia Pagina Fb  ho postato sotto un commento  molto duro  nei riguardi delle ultime misure  prese dal Governo populista presieduto da Giuseppe Conte , un grafico della Protezione  civile dal quale mi auguravo si potesse  evincere ( tipo, "Il re è nudo") la ridotta consistenza, come numero di casi, della cosiddetta “pandemia Covid-19 (foto a destra).  Ripeto, grafico della Protezione Civile,  non tratto  da un sito complottista.
Bene, anzi male,  questa mattina ho trovato il link interno cancellato,  unitamente  all’impossibilità tecnica di accedere al sito della Protezione  Civile  se non iscrivendomi…  Ieri  sera, tanto per la cronaca,  vi  ero arrivato, pubblicamente,   attraverso un link  sul  sito Ansa.  Esagero?  Giudichi il lettore.
Sia chiaro: non voglio assolutamente atteggiarmi a perseguitato politico.   Riferisco semplicemente un  microfatto,  perché nel contesto generale di quel che sta accadendo in Italia, anche i piccoli segnali  acquistano un significato inquietante per l’esercizio, non della “mia” libertà, ma per la libertà di “tutti”.
Non amo particolarmente la biopolitica, perché  quel suo ridurre la politica, o meglio il politico, al  potere di vita e di morte sugli uomini  è  deterministico. Semplificando, quella che segue  è  la tesi di Foucault, Agamben Esposito, Preve:  “Se ubbidirai cittadino, la tua vita sarà salva". Per inciso Foucault e Preve, sono mancati.  Ma Esposito e Agamben  sono vivi e vegeti.  Ma tacciono. E proprio in questi giorni così difficili...
La politica invece  è  un  fenomeno  complesso dalle numerose variabili, che non possono non  essere tenute in considerazione. Le stesse osservazioni possono essere estese alla dicotomia amico-nemico, che avrebbe un senso, come la  tesi biopolitica,  ma solo se contestualizzata alla gravità crescente degli eventi storici.  Insomma le scienze sociali impongono un approccio cognitivo scalare. 
Detto questo,  non posso però non notare come il Governo Conte, chiamandosi  fuori da ogni logica del discorso pubblico liberale, stia pesantemente  facendo uso del  potere di vita e di morte come minaccioso spauracchio per imporre misure liberticide.
Ovviamente, come andiamo spiegando da settimane, e dalla scorsa anche su “Linea” (*) siamo davanti a una visione isterica, populista-catastrofista,  della politica, e per ricaduta, della “realtà epidemia”. Un visione, questa sì malata,  che  ha  avviato un processo  di costruzione di una  “realtà altra”, però funzionale all’assunzione di misure politicamente devastanti  che -   per qualche migliaio di positivi e  malati, un pugno di morti e quote crescenti di guariti -  rischiano di privarci tutti della libertà, e chissà fino quando (perché questa è la logica "diluita" delle emergenze),  a cominciare da quella più elementare di movimento e circolazione. 

Inutile indagare, sulle convenienze personali di questo o quello, il punto è che si è avviato  un processo  che  in nome del potere di vita o di morte  ha assunto forza propria,  e  a causa di esso  si va  conculcando, giorno dopo giorno, la libertà. 
Giuseppe  Conte ( e non è un assoluzione),  a questo punto è prigioniero di stesso, in fondo mente anche a se stesso,  perché  non può tornare indietro dal  momento che sociologicamente parlando  perderebbe la faccia (primum mobile del concetto di deferenza alla base di ogni gerarchia sociale), e perciò deve continuare  “come se”.  Magari accampando giustificazioni organizzative,  tipo,  “gli ospedali rischiano di  non farcela", oppure "già siamo sul punto, eccetera".  Vero e proprio terrorismo psicologico   che esula  da qualsiasi  giudizio  sulla pericolosità o meno dell’epidemia. O peggio ancora si tenta di scaricare vigliaccamente  la responsabilità delle misure liberticide sulle spalle di cittadini "irresponsabili",  perché rifiutano  di barricarsi in casa...
Si dà, insomma,  la pericolosità come per scontata e si va avanti  come  carri armati.   
Purtroppo, si è determinato un pericoloso garbuglio di ambizioni personali, catastrofismo populista, forza propria racchiusa in ogni fenomeno sociale.  Un imbroglio di uomini, cose  ed eventi,  che ogni uomo libero deve imporsi di districare. E al quale prima ancora, deve  opporsi. 
Dove sono le forze liberali della nostra società? Penso ai Radicali, ai Libertari di varia provenienza, a destra come a sinistra,  Dove sono?  Qui si rischia veramente grosso. 

Carlo Gambescia

(*)  Si veda in particolare il numero in uscita domani lunedì 9 marzo, scaricabile gratuitamente qui: http://linea.altervista.org/blog/?doing_wp_cron=1583565130.1624948978424072265625  . Al momento è scaricabile, sempre gratis,   il  numero 1  ( 2 marzo).