sabato 7 marzo 2020

Coronavirus, Bonafede chiude i tribunali
Populismo viral-giudiziario


Al momento non conosciamo ancora nei dettagli le misure del  Ministro della Giustizia Bonafede varate per tribunali e uffici giudiziari, ma una cosa è sicura:  si annuncia  la  "sospensione feriale" fino al 31 maggio:  insomma niente udienze, servizio con il pubblico ridotto e altre  misure cautelari da estendere o meno  in base agli sviluppi dell’epidemia. Il che, come vedremo, è tutto un programma.  
Le misure annunciate, per dirla brutalmente, rappresentano un  danno stratosferico  per la società civile, già seriamente penalizzata da una giustizia che sul piano organizzativo,  se non è allo sfascio, poco manca.
Come si può capire - cosa che ripetiamo da giorni -  la situazione  si sta avvitando. Non pensiamo solo all’epidemia in sé,  le cui cifre sono risibili, ma al progressivo e devastante stravolgimento della realtà sociale  causato da  un’epidemia psichica (questa sì reale...), un misto di  paura e irresponsabilità,  che ha il suo caso zero proprio  nel governo populista. E di questo oggi parleremo. Chiunque voglia invece approfondire gli aspetti dell'avvitamento  sociologico  dell'epidemia  troverà un nostro articolo in argomento  nel prossimo numero di “Linea” settimanale, scaricabile gratuitamente da lunedì 9  marzo (*). Che per inciso, conterrà anche un eccellente articolo, sempre in materia, di Carlo Pompei.
Dicevamo del governo populista come caso zero.  Del  Ministro   Bonafede  sono già  noti  i bizzarri ragionamenti a proposito della colpevolezza  presuntiva  davanti alla legge di tutti gli italiani. Elucubrazioni per giustificare  il suo  barbarico   provvedimento sulla  prescrizione.  Annunciato asserendo che gli innocenti non hanno nulla da temere  da misure che fanno  il bene degli italiani: puro populismo giudiziario.  Evidentemente,  anche nel caso della chiusura dei tribunali,  il Ministro  ha  fatto lo stesso ragionamento, sempre a proposito - non sia mai -   del bene degli italiani  che  Bonafede ovviamente  conosce alla perfezione.

Il populista, e veniamo al punto, agisce in base all’etica dei principi: o bianco o nero; o tutti innocenti o tutti colpevoli; o tutto malati o tutti sani. 
Di conseguenza, non esiste  terza via.  E così si assumono  decisione dal taglio netto. O di qua o di là. Anche quando non sarebbe  necessario, come nel caso di un’epidemia che esiste solo nella mente del Governo populista presieduto da Conte, professore di diritto, per giunta privato,  di cui, per inciso, Bonafede è allievo. Quindi  tutti e due conoscono  perfettamente i danni che possono causare  all'Italia. Un Paese  che aspetta  quella giustizia che Conte e Bonafede hanno sempre sulle labbra.  
E qui affiora un'altra caratteristica  contraddittoria  ma  tipica del populismo, unitamente all’etica in bianco e nero. Quale?  Il populista  teme sempre di fare poco “per il popolo”, sicché, regolarmente travolto da questa sua ansia esistenziale,   rischia, come sta accadendo, di fare  troppo:  mettere in prigione tutti, chiudere (per ora) in causa tutti. E così via. 
Pur di  fare troppo,  e di giustificare questo troppo  - ecco un' altra caratteristica del populismo -   cosa si  fa?   Si travisa, intenzionalmente o meno,  la realtà.  E come lo si "incarta"  culturalmente  il travisamento?   Semplicissimo: si attinge alla  cultura catastrofista, ansiogena e terrorista, che caratterizza, quasi antropologicamente, il populismo.  Una pseudo-cultura  che  vede  il calice sempre mezzo vuoto. Tradotto: vede il mondo sempre  sull'orlo della catastrofe.   E così  il calice lo si  colma di paure culturalmente indotte e  animate, come detto, da un'etica in bianco e nero.   
Di conseguenza,  una volta al governo, come stiamo vedendo, la "sindrome" populista da  paura spinge a decisioni a dir poco arrischiate.  Decisioni  che diventano così il caso  zero - politico - di un’epidemia psichica che contagiando i cittadini   rischia di distruggere l'economia e il vivere civile. E per giunta - ecco il circolo vizioso che si chiude -  nel silenzio totale di un Paese  isolato e serrato in casa,  convinto  che sia giusto fare così.  Insomma, che addirittura ringrazia.
Carlo Gambescia  

(*)  Scaricabile  qui   da lunedì 9 marzo: http://linea.altervista.org/blog/?doing_wp_cron=1583565130.1624948978424072265625  . Al momento è scaricabile gratuitamente il  numero 1  ( 2 marzo).     
       

venerdì 6 marzo 2020

Storie di liberalismo e di amicizia…
Una lettera a Teodoro Klitsche de la Grange



Caro Teodoro,

La tua recensione al  libro di Alain de Benoist sul liberalismo mi ha lasciato basito (*). E  non solo  per il silenzio su alcuni nodi  insoluti  del pensiero debenoistiano  in argomento.  Del resto, conosco bene il testo, me ne sono occupato già un anno fa, proprio di questi giorni,  quando il volume, peraltro una raccolta di testi già pubblicati separatamente, uscì in lingua originale. Mossi critiche, credo ben argomentate, alle tesi del libro (**).  Quindi ho già dato. E a quell'articolo ti rinvio.
Né, a dire il vero,  mi ha infastidito il tuo sibillino accenno a   recensioni  frutto di “usuali deprecazioni, anatemi, esorcismi”, uscite "in Italia da ultimo proprio un anno fa". Piuttosto mi ha incuriosito.  A quali recensori  ti riferivi?  Forse al mio scritto?  Strano, siamo amici, e tra amici ci  si dice tutto...
Bando ai narcisismi. Dicevo  del mio sconcerto.  Per che cosa ?   Mi ha lasciato basito, in particolare nella  seconda parte (quella delle osservazioni generali), il  tuo gaio svilimento del  liberalismo a ruota di scorta delle politiche di Orbán,  autoritarie per alcuni,  parafasciste per altre. Comunque sia, illiberali. O meglio "illiberali",  visto che tu usi le virgolette.
Al di là delle battute:  ma come si può Teodoro?    Tra i liberali italiani, citi Orlando…  Un liberale che dichiarò - uscita infelicissima -  di essere mafioso come tutti i siciliani.  E che, a proposito di "limiti al potere pubblico", si accorse  dell’ascesa  del  fascismo solo  quando gli tolsero il collegio...
Inoltre, cosa fondamentale, l’uso che fai degli altri autori che citi, liberali o meno, è completamente  strumentale, perché riduci il realismo a dottrina criminogena della politica.  In questo modo, per estensione, Franco e  Salazar, che non sono neppure tra i peggiori,  diventano  però perfetti statisti liberali…  Sul punto ti rinvio al mio Grattacielo e il formichiere  che hai ricevuto.
Purtroppo la storia come maestra di vita e politica continua ad avere tra le sue fila  pochi allievi.  E tu, come già capitato  nel Novecento,  per profonda antipatia  verso la sinistra liberale e le libertà di mercato difendi il sovranismo populista. Proprio come nel 1922  altri liberali, terrorizzati dal comunismo,  difesero il fascismo nazionalista e in seguito  l' "Impero"  e l' "Autarchia".
Ironia della storia:  quei  liberali temevano Lenin  e così si  gettarono tra le braccia di Mussolini. Ora, Macron può anche  politicamente non  piacere, ma non è Lenin, come del resto  i Commissari di Bruxelles  non sono i Commissari del Popolo di moscovita memoria. Mentre personaggi come Orbán sono veramente inquietanti. E che un liberale, poi della tua cultura,  svilisca o  rifiuti di  capire  queste cose,  è molto grave.
Non devo salire in cattedra?  Sbaglio a  giudicare? Ognuno  è libero, eccetera, eccetera? Devo farmi i fatti miei? Perfetto: liberalismo à la carte . Però lo si riconosca. Senza offrire, come panacea,  la propria versione del vero liberalismo, magari attingendo al pensiero reazionario  e dei nemici della società aperta.    
Infine, quel che si dice  per la storia dai  pochi allievi,  si potrebbe estendere all’amicizia,  ossia che  i veri amici sono pochi.   Anche perché più si parla (e scrive) franco, meno se ne trovano.  
Con i miei saluti, 

giovedì 5 marzo 2020

Coronavirus e Welfare State
Lo Stato della Ragion Sociale


Invitiamo gli amici lettori a riflettere su questa dichiarazione riconducibile a Giuseppe Conte o comunque all' entourage dell' "Avvocato del Popolo":

"Si tratta di un virus nuovo, per questo il governo ha deciso di agire adottando il principio della massima precauzione". Così fonti di palazzo Chigi commentano la posizione del Comitato scientifico."E' evidente che ora non ci siano evidenze scientifiche ma la politica - si spiega - deve puntare a qualsiasi iniziativa che contribuisca a rallentare la diffusione del virus".


“Massima precauzione”. Questa espressione coglie benissimo  il succo sociale del welfarismo. In pratica, si tratta dell’ eliminazione del rischio sociale a qualunque costo.  Una scelta di  valore che accomuna i vari sostenitori del Welfare State, dalla destra alla sinistra e in particolare i populisti, da  Salvini a Grillo.   
Gli effetti possono quindi essere devastanti: siamo dinanzi alla credenza totemica  in un meccanismo di protezione sociale che riduce l’individuo a un percettore di beni pubblici, tra i quali  il principale è quello della sicurezza sociale. Beni pubblici - attenzione  -  che sono considerati come un diritto sociale, al quale si affianca  come unico dovere quello di adempiere ai versamenti fiscali di sostegno alla spesa pubblica. Un do ut des  che in pratica  sfocia sempre nella famosa dialettica hegeliana signore-servo, con lo stato ovviamente nel ruolo del primo.

Come anticipato, il meccanismo della protezione sociale  è collegato al principio di precauzione che rimanda a sua volta all’eliminazione del rischio sociale. Ad esempio di perdere il lavoro, di ammalarsi, di impoverirsi.  
Il principio di precauzione, fin quando ci si muove all’interno di ipotesi concrete, ad esempio, una fabbrica può chiudere, può avvelenare l’aria, ha un suo fondamento reale, seppure oneroso sul piano delle misure pratiche. Ma quando il principio di precauzione si estende alla lotta contro un virus, come sta avvenendo in Italia,  del quale come si ammette non si sa  nulla, ecco che  tale  principio si tramuta  nella vecchia Ragion di Stato,  rappresentata però  più modernamente come  nuova Ragion di Welfare, dove il fine (pubblico) giustifica i mezzi (persino dittatoriali).  Anche  quando ci si  muove - ecco il punto inquietante -   sullo scivoloso terreno della  caccia alle streghe  che viaggiano  sulla scopa del  Coronavirus…
Certo, di qualcosa che non si conosce si deve diffidare. Di qui, come molti sostengono, la necessità, per così dire, di vedere il famigerato calice riempito a metà  sempre vuoto, per così  agire di conseguenza. Il che però è socialmente pericoloso. Perché? 
Per rispondere dobbiamo ritornare sulla questione dell’eliminazione del rischio.  Se tale eliminazione  sul piano sociale rimanda  al Welfare State, su quello politico rinvia al politico perfettista che  ritiene che attraverso l’eliminazione del rischio si possa costruire una società perfetta sotto il profilo della protezione sociale:  dalla culla alla tomba, come recita  un classico “adagio” welfarista.
Inutile qui sottolineare le conseguenze negative per la spesa pubblica, per l’economia, per la vita sociale, dell’applicazione estensiva di un  principio  donchisciottesco che  vuole eliminare il rischio dalla vita sociale. Un tentativo che, sia detto  per inciso,  come nel caso della chiusura di scuole e università decisa ieri dal Governo Conte, non si fa però scrupolo di  ignorare,  mostrando così di seguire una inesorabile e tremenda logica  interna di tipo  welfaristico-securitario,  le stesse indicazioni, se di senso contrario, della scienza medica...  
Inutile infine evidenziare il ruolo positivo del rischio in tutte le attività dell’uomo: un essere  non per nulla definito da numerosi  filosofi e antropologi  Homo ludens, proprio perché  non teme  e  sfida il rischio.

Pertanto il progetto welfarista  si rivolge pericolosamente contro la stessa natura umana, o se si preferisce  contro  l’essenza stessa della cultura umana.  Naturalmente l'idea di  welfare e il principio di precauzione hanno svolto un ruolo importante, come trama di uno spontaneo contro-movimento sociale (il termine è di Karl Polanyi), tra Ottocento e Novecento, che influì  giustamente sulla legislazione del lavoro. Dopo di che però  l’istituzionalizzazione del contro-movimento, come di regola accade nelle dinamiche sociali movimento-istituzione,  si è minacciosamente tradotta,  attraverso l’edificazione del Welfare State,  nella pura e semplice  estensione del principio di precauzione all’intera vita sociale ed economica.  In sintesi: dal contenimento spontaneo dal basso del rischio si è passati all’eliminazione totale del rischio imposta in senso costruttivista dall'alto. Il che  è umanamente impossibile.
Concludendo, dietro le decisioni governative di questi giorni -  frutto  di una vera e propria caccia alle streghe -   si  scorge addirittura   una pericolosa accentuazione  dell’aspetto  donchisciottesco  del Welfare State.
Tutto ciò  indica  che si  annuncia   una nuova fase nella sua storia, la terza (la prima è quella del contro-movimento, la seconda del welfare istituzionale come lo abbiamo conosciuto). Quale fase, più precisamente? Quella dello Stato della Ragion Sociale. Uno "stato totale"  che come del resto in questi giorni  si legge, con il semplice schiocco delle dita  pretende di cambiare per legge “lo stile di vita” degli italiani.
E  allora perché non dell'intera umanità?  
Carlo Gambescia
                    
                      

mercoledì 4 marzo 2020

Coronavirus e stato di polizia
Chi tace, acconsente…


Quel che sta accadendo a proposito del Coronavirus  rappresenta  una specie di  prova generale del graduale  slittamento  dell’Italia verso lo stato di polizia. O forse addirittura qualcosa di più. 
Si pensi  al comune e  inquietante atteggiamento autoritario di Governo e Opposizione,  nonché   al comportamento compiacente se non proprio servile  dei mass media  che spargono allarmismo a piene mani. Mentre sui social, infine,  dove si potrebbe tentare il ragionamento, almeno un inizio di ragionamento,  prevalgono le mitologie anticapitaliste e complottiste.    
Esageriamo? No.
Le misure annunciate, sebbene come raccomandazione (per ora), dalla distanza di un metro tra  persone alla cancellazione della stretta di mano fino all’autoreclusione in casa per gli over 75 o 65 se malati, provano ancora una volta che la paura  -  filone ideologico antico reiventato dai populisti … -  resta strumento potentissimo per ridurre il cittadino, nella sua singolarità, diremmo magnifica unicità, a servo  impotente del potere. 
Si rifletta: in questi giorni  il vero vincitore della secolare sfida  tra individuo e potere, valorizzata dal liberalismo moderno, non è certamente il cittadino-suddito ridotto all’impotenza,  ma  lo Stato Grande Fratello che limita le libertà dei singoli  evocando la necessità di  fare il   bene comune.
Si pensi ad esempio  al piano di finanziamento economico che il Governo sta perfezionando  (che l’Opposizione vorrebbe addirittura economicamente più congruo...),  sempre, come si legge,  per “aiutare” cittadini in nome del "bene pubblico"...    Parolone da volpi,  dietro le quali si nascondono le fauci  della  leonina logica  securitaria del  welfarismo.   

Bene comune, bene pubblico, sono parole che non hanno senso, se non quello di nascondere una mostruosa volontà di potenza - costante metapolitica -  che, di regola,  si fa sempre più forte e vorace man a mano che cadono ad una ad una  le resistenze sociali dell'individuo.  E dinanzi a che cosa?  Alla cosiddetta inevitabilità del male per difendere, come si ripete con la vocina flautata dell'Omino di Burro di Pinocchio, il bene comune. Mentre in realtà si tratta della difesa di puri e semplici  interessi predatori, a prescindere dal regime politico.  Come purtroppo sta accadendo.
Dicevamo  delle misure restrittive. Certo potremmo riderne (come  per la raccomandazione  di stare a un metro). Tuttavia le risate non potranno mai seppellire, come invece ripetono oramai stancamente vecchi e nuovi comici,  quella macchina complicata che si chiama potere: dove  si obbedisce  tacitamente al rispettivo superiore, e così via, dall’alto  verso il basso e viceversa, senza che nessuno si interroghi più sul contenuto degli ordini stessi.Chi tace  acconsente.  E quanto più la paura cresce e si diffonde tanto più si tace "perché è così", "perché tutti fanno così", "perché è giusto fare quello che fanno gli altri"… Si chiama dinamica totalitaria.
Dicevamo perciò di una prova politica generale per l’instaurazione di una dittatura.  Più precisamente, in che senso?  Prima una domanda: la "bolla" Coronavirus  si gonfierà? Si sgonfierà? Dal punto di vista di una sociologia del potere il  vero punto della questione non è questo.  E qual è allora? Che ormai potrebbe essere già troppo tardi,  perché improvvidamente si è messa in moto la macchina dell’autoritarismo politico e sociale. Pertanto, se la bolla si sgonfierà,  il fatto verrà presentato  come  un successo del Governo e dell'Opposizione,  tutti uniti,   nella condivisione (semplificando)  della  linea politica Grande Fratello: linea quindi "vincente" da replicare in futuro, alla prossima "emergenza".  Se invece non si sgonfierà,  la realtà che ci aspetta  potrebbe superare perfino quella descritta da Orwell  nel suo capolavoro. 

Come si può capire, comunque la si metta, la libertà di ogni singolo cittadino  rimane  a rischio.
Un'ultima domanda: una classe politica liberale, non liberalsocialista, idee queste ultime che molti spacciano per liberali, avrebbe  approfittato della paura da "emergenza" per  estendere il suo potere?  Forse sì, forse no. Diciamo che il liberale, il vero liberale,  tende sempre a mettere una bella distanza tra sé e il potere.  È anche vero però,  che il potere, per l'uomo politico di ogni colore,   è sempre  un potente afrodisiaco sociale.  Un potere che, come abbiamo  mostrato, risponde a leggi  proprie. Un potere  che tende ad assumere forza indipendente attraverso il  meccanismo sociale, tremendamente avviluppante,  dell’obbedienza, della deferenza e dell’emulazione.     
Insomma, il potere,  tende sempre  a concentrarsi  in poche mani, vuoi per una specie di sua inclinazione naturale, vuoi per i meccanismi psico-sociali della subordinazione collettiva. Sicché anche per un liberale non è mai facile opporsi a una delle regolarità metapolitiche più spietate e puntuali della storia e della sociologia: quella, ripetiamo, della  concentrazione del potere.  
Difficile però non significa impossibile.  Però il compito diventa tale  quando si è privi di una sincera cultura liberale,  come nel caso di  Conte, Di Maio e Zingaretti,  Salvini e Meloni.  
E purtroppo si vede.


Carlo Gambescia          

                     

martedì 3 marzo 2020

Il  titolo di "Avvenire"
Giusto,  serve un vaccino per  il virus, ben più grave, del razzismo… Ma quale? 

Non  condividiamo  la linea editoriale  di  “Avvenire”, viziata da certo antiliberalismo ottocentesco, ma la prima pagina odierna merita tutta la nostra attenzione.  Per quale ragione?
In primo luogo, perché  differisce, e per lodevoli motivi, dal resto delle altre aperture. Infatti anche oggi tutti i quotidiani continuano a martellare i lettori, spargendo allarmismo in quantità industriali, sull'epidemia di Coronavirus. 
In secondo luogo, perché  il vero problema europeo, nell’anno di  grazia 2020, non è il virus COVID-19, fortemente "mediatizzato", ma l’atteggiamento virale, come vedremo,  che  larga parte dei partiti politici europei non di destra, perfino democristiani, sembra avere assunto  nei riguardi - si faccia attenzione -  non solo della questione migratoria in quanto tale, ma addirittura delle più elementari regole di accoglienza umanitaria.  Le bastonate  inferte a chi fugge da una guerra, come mostrano le foto, indicano, che non c’è più pietà, ne ragione umanitaria, neppure per coloro che chiedono, e giustamente, asilo politico.
Perché accade questo? Per una triste ragione. La grande scelta welfarista del dopoguerra, di matrice cattolica, socialista e liberal-socialista,  ha tradotto le politiche economiche governative in costose fabbriche del consenso politico.  Il welfare come strumento di consenso, ecco il punto fondamentale della questione.  Quindi la risposta è semplicissima. I rifugiati siriani non votano e quindi non hanno diritto ad alcun aiuto.  A questo utilitarismo welfarista (altro che sincera compassione...),   fondato sul peloso  do ut des  governo-cittadino ( che include massicciamente l'uso ad hoc delle istituzioni statali),  si affianca la recezione da parte della classe politica (semplificando) catto-socialista,  sempre a scopi elettorali, delle tesi razziste delle destre europee.  Una politica - si ritiene -  capace di assorbire le tesi dell'avversario populista e sovranista.  Che però  si traduce, per fare solo alcuni esempi,  nel dichiarato appoggio dell’Ue alla  Grecia  a proposito del  contenimento dei “nemici” alle frontiere e  nella costosa cambiale in bianco firmata a Erdogan,  promosso  sul campo, a fior di euro, in  poco affidabile secondino del welfarismo europeo.

Curiosamente, l’utilitarismo catto-socialista mostra anche una certa coerenza politica  quando si batte per il  cosiddetto voto agli immigrati regolari.  Nel senso  che il voto rientra nel grande gioco del do ut des welfarista. Quindi dal punto di vista del consenso il cerchio si chiude.
Di qui però,  la ovvia e triviale opposizione delle destre razziste che, come noto,  non vogliono condividere il welfare con chiunque abbia sangue straniero nelle vene. Una posizione politica, quella delle destre,  che riconduce direttamente al Terzo Reich, che come è noto,  resta  un esempio classico   di stato sociale  -  quasi  a livello di Dna culturale  - che si protrae fino alle ultime inevitabili  e terribili conseguenze.  
Probabilmente la radice del male - insomma, delle bastonate nella foto -   è nel welfare  che ottunde il senso di responsabilità degli individui  e ne alimenta gli egoismi, favorendo il razzismo delle destre e il welfarismo peloso delle sinistre.
Di qui però, la contraddizione  del mondo cattolico, politico e giornalistico, che giustamente, come oggi  su “Avvenire”, richiama la necessità, anzi diremmo il dovere,  di accogliere i rifugiati politici. Ma che al tempo stesso, premendo, quasi ogni giorno, sull’acceleratore sociale del welfare, moltiplica le tendenze egoistiche del cittadino welfarizzato, favorendo per reazione  le campagne politiche della destra che invece evoca un welfare per i soli italiani, welfare  da difendere anche a bastonate.

Si avvedono i cattolici della contraddizione?  Riteniamo di no.  Purtroppo la visione paternalista, se  non patriarcale, dello stato da parte del cattolicesimo, impedisce un ripensamento  radicale del welfare.  Ecco il vero vaccino.
La cosa curiosa è che  si attacca il mercato, che invece è per la  libera  circolazione degli uomini a prescindere dal colore del pelle,  per difendere  una visione puramente economicista dello stato, e per ricaduta, della famiglia, ridotta al rango di impresa a partecipazione statale. 
Pertanto, fa bene “Avvenire”  a mettere in prima pagina le foto di  quelle povere persone malmenate che fuggono dalla guerra.  Ma fa male a incoraggiare il welfarismo che non è assolutamente un buon vaccino per curare razzismo e intolleranza.      
Il welfarismo, piaccia o meno,   non è  che il proseguimento dell'egoismo umano con altri mezzi. Quelli, purtroppo potentissimi,dello Stato.       
                  
Carlo Gambescia             

lunedì 2 marzo 2020

“Linea” è viva e lotta insieme a noi
(notare il femminile,  è un omaggio a tutte le principesse del giornalismo  e non...)

Buona Lettura!
Cliccare sotto per scaricare gratuitamente il primo  numero della nuova serie: 

domenica 1 marzo 2020

Coronavirus e Facebook
Liberali sì,  ma con juicio


Ieri  - la cosa  può  anche sembrare comica… -   ho dovuto togliere l’ “amicizia” ad alcuni “amici” di Fb. La ragione è molto semplice: non accettavo e accetto  che sulla mia Pagina  si moltiplichi la confusione, già enorme sul Coronavirus,  accrescendo la condizione di psicosi che sta devastando  l’Italia.
Di conseguenza, mi sono beccato in privato  dell’arrogante e, seppure velatamente, del fascista che avrebbe cambiato bandiera, rimanendo  tale.  Ma quando mai sono stato fascista… E per giunta si tratta  di gente  che non mi conosce personalmente e  che  non ha letto i miei libri.  O se li ha letti ha travisato. Insomma,  Carlo Gambescia  come "nemico del popolo".  Ma non è questo il punto. Non mi devo giustificare con nessuno. Tantomeno con gli sconosciuti.
Cosa sta succedendo? Che il cosiddetto dibattito sul Coronavirus, si sta spostando dalla “gravità” del virus, che i fatti smentiscono, alla “necessarie”  misure, anch’esse strampalate,  che si dovrebbero prendere per curare bene i malati, evitando di danneggiare  chi soffra di altre patologie.  Addirittura ho letto, che  il “sistema” liberale e capitalistico (non sia mai…) tenderebbe   a sfruttare l' epidemia per liberarsi  dei più deboli, vecchi e malati. Stupidaggini catto-comuniste e complottiste, alle quali molti però credono: così al panico da nuova peste rischia di  aggiungersi  il panico da non essere curati bene.
Ovviamente, certe tesi, sulla mia pagina Fb, sotto forma di commenti o link,  non vedranno mai luce. Proprio per evitare che, anche il sottoscritto,  favorisca la diffusione di un effetto panico che, a differenza del Coronavirus,  sembra  più difficile da tenere sotto controllo. 
E qui è scattata subito nei miei riguardi, il classico mantra -  poi da parte di tradizionalisti, fascisti, comunisti, eccetera ( tutti nemici giurati  del liberalismo) -  di non essere un vero liberale, perché un vero liberale non  rifiuterebbe mai  il dibattito, eccetera, eccetera.  
Voglio replicare sul punto, e non per ragioni personali (perché non ho nulla da rimproverarmi), ma per spiegare a questi signori che il liberalismo  non è una specie di passaporto o carta di identità “discutidora” (come sosteneva un altro “amico” del liberalismo) per l’anarchismo sociale. Basterebbe aver letto autori  liberali come  Burke, Tocqueville, Pareto, Mosca, Ferrero, Croce, Weber, Ortega, De Jouvenel, Röpke, Aron, Berlin per capire che c’è il momento della discussione e quello della decisione.  E che  i due momenti presuppongono, sociologicamente parlando, l’etica weberiana della responsabilità. Come dire? Liberali sì, ma con juicio. Si potrebbe parlare di un liberalismo triste, perché politicamente realista. Archico, politico insomma.

Ora,   se  la libertà di discussione, viene  elevata, come una specie di scudo,   fino all’ etica, sempre weberiana, dei principi,  il rischio è quello  di far prevalere la discussione sulla decisione. O peggio ancora di far  assumere decisioni politiche sull’onda di emozioni, scaturite da un dibattito dominato dall'isterismo, soprattutto se e quando  al potere si ritrovi  una classe politica capace di  governare soltanto attraverso lo strumento demagogico.
Ed è quello che sta accadendo in Italia, dove tutta l’impostazione della politica pubblica sul Coronavirus, risente di decisioni improvvide  prese  sulla scia del panico politico e sociale.  Il che implica  gravi conseguenze sociologiche (per l’impossibilità di fare marcia indietro per la forza di gravità sociale che distingue fenomeni di panico) e politiche  (per il timore di perdere consensi, in soldoni le elezioni, timore anch’esso di rilevante forza propria sociale).  
Il lettore - almeno  quello   di buona volontà -  ora finalmente avrà capito  il perché della nostra, per così dire, linea editoriale: mai contribuire alla diffusione di un approccio sociologicamente sbagliato al Coronavirus,  capace di  provocare  solo  panico e decisioni emotive. 
Che cosa si doveva fare  allora? Di sicuro, non rilanciare segnali sbagliati e isterici, come sospensioni  dei voli, zone rosse, chiusure uffici pubblici,  eccetera. Si doveva monitorare la situazione in modo soft, senza ricorrere a misure estreme, come è avvenuto,   evocando per giunta   a giustificazione, come ogni buon stato dittatoriale o semidittatoriale,  l'ineffabile  principio di precauzione, per cautelarsi esclusivamente  dalla possibile  perdita di consensi  politici…
Qui si dovrebbe aprire un capitolo sul rapporto tra liberalismo politico,  impopolarità e democrazia. La democrazia si  fonda sul consenso, il liberalismo sulla ragione. La ragione spesso è impopolare, la democrazia non può esserlo mai, purtroppo.  Più si è democratici, meno si è liberali, e viceversa.
Il che  implica inevitabilmente la fuga, per i “democratici” al governo, da qualsiasi decisione impopolare. Con un correttivo, tutto italiano però. Da noi è storicamente impopolare chiunque rifiuti la dottrina dell’interventismo statale… L’Italia è ferma da secoli, purtroppo, al  patriarcalismo politico della chiesa cattolica e dei regimi  assolutisti, talvolta  illuminati, ma assolutisti.  Con una differenza. che oggi al posto del  principe, come sovrano  c’è il “popolo”, soprattutto  dopo  la cosiddetta  "svolta populista”degli ultimi anni.   Si rifletta: Nel 2003, quando i populisti non erano ancora al potere, la  Sars, probabilmente più seria del Coronavirus,  venne affrontata in modo soft…  Quando si dice il caso…
Concludendo, lettore avvisato, mezzo salvato. Buona domenica a tutti. 

Carlo Gambescia