lunedì 2 marzo 2020

“Linea” è viva e lotta insieme a noi
(notare il femminile,  è un omaggio a tutte le principesse del giornalismo  e non...)

Buona Lettura!
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domenica 1 marzo 2020

Coronavirus e Facebook
Liberali sì,  ma con juicio


Ieri  - la cosa  può  anche sembrare comica… -   ho dovuto togliere l’ “amicizia” ad alcuni “amici” di Fb. La ragione è molto semplice: non accettavo e accetto  che sulla mia Pagina  si moltiplichi la confusione, già enorme sul Coronavirus,  accrescendo la condizione di psicosi che sta devastando  l’Italia.
Di conseguenza, mi sono beccato in privato  dell’arrogante e, seppure velatamente, del fascista che avrebbe cambiato bandiera, rimanendo  tale.  Ma quando mai sono stato fascista… E per giunta si tratta  di gente  che non mi conosce personalmente e  che  non ha letto i miei libri.  O se li ha letti ha travisato. Insomma,  Carlo Gambescia  come "nemico del popolo".  Ma non è questo il punto. Non mi devo giustificare con nessuno. Tantomeno con gli sconosciuti.
Cosa sta succedendo? Che il cosiddetto dibattito sul Coronavirus, si sta spostando dalla “gravità” del virus, che i fatti smentiscono, alla “necessarie”  misure, anch’esse strampalate,  che si dovrebbero prendere per curare bene i malati, evitando di danneggiare  chi soffra di altre patologie.  Addirittura ho letto, che  il “sistema” liberale e capitalistico (non sia mai…) tenderebbe   a sfruttare l' epidemia per liberarsi  dei più deboli, vecchi e malati. Stupidaggini catto-comuniste e complottiste, alle quali molti però credono: così al panico da nuova peste rischia di  aggiungersi  il panico da non essere curati bene.
Ovviamente, certe tesi, sulla mia pagina Fb, sotto forma di commenti o link,  non vedranno mai luce. Proprio per evitare che, anche il sottoscritto,  favorisca la diffusione di un effetto panico che, a differenza del Coronavirus,  sembra  più difficile da tenere sotto controllo. 
E qui è scattata subito nei miei riguardi, il classico mantra -  poi da parte di tradizionalisti, fascisti, comunisti, eccetera ( tutti nemici giurati  del liberalismo) -  di non essere un vero liberale, perché un vero liberale non  rifiuterebbe mai  il dibattito, eccetera, eccetera.  
Voglio replicare sul punto, e non per ragioni personali (perché non ho nulla da rimproverarmi), ma per spiegare a questi signori che il liberalismo  non è una specie di passaporto o carta di identità “discutidora” (come sosteneva un altro “amico” del liberalismo) per l’anarchismo sociale. Basterebbe aver letto autori  liberali come  Burke, Tocqueville, Pareto, Mosca, Ferrero, Croce, Weber, Ortega, De Jouvenel, Röpke, Aron, Berlin per capire che c’è il momento della discussione e quello della decisione.  E che  i due momenti presuppongono, sociologicamente parlando, l’etica weberiana della responsabilità. Come dire? Liberali sì, ma con juicio. Si potrebbe parlare di un liberalismo triste, perché politicamente realista. Archico, politico insomma.

Ora,   se  la libertà di discussione, viene  elevata, come una specie di scudo,   fino all’ etica, sempre weberiana, dei principi,  il rischio è quello  di far prevalere la discussione sulla decisione. O peggio ancora di far  assumere decisioni politiche sull’onda di emozioni, scaturite da un dibattito dominato dall'isterismo, soprattutto se e quando  al potere si ritrovi  una classe politica capace di  governare soltanto attraverso lo strumento demagogico.
Ed è quello che sta accadendo in Italia, dove tutta l’impostazione della politica pubblica sul Coronavirus, risente di decisioni improvvide  prese  sulla scia del panico politico e sociale.  Il che implica  gravi conseguenze sociologiche (per l’impossibilità di fare marcia indietro per la forza di gravità sociale che distingue fenomeni di panico) e politiche  (per il timore di perdere consensi, in soldoni le elezioni, timore anch’esso di rilevante forza propria sociale).  
Il lettore - almeno  quello   di buona volontà -  ora finalmente avrà capito  il perché della nostra, per così dire, linea editoriale: mai contribuire alla diffusione di un approccio sociologicamente sbagliato al Coronavirus,  capace di  provocare  solo  panico e decisioni emotive. 
Che cosa si doveva fare  allora? Di sicuro, non rilanciare segnali sbagliati e isterici, come sospensioni  dei voli, zone rosse, chiusure uffici pubblici,  eccetera. Si doveva monitorare la situazione in modo soft, senza ricorrere a misure estreme, come è avvenuto,   evocando per giunta   a giustificazione, come ogni buon stato dittatoriale o semidittatoriale,  l'ineffabile  principio di precauzione, per cautelarsi esclusivamente  dalla possibile  perdita di consensi  politici…
Qui si dovrebbe aprire un capitolo sul rapporto tra liberalismo politico,  impopolarità e democrazia. La democrazia si  fonda sul consenso, il liberalismo sulla ragione. La ragione spesso è impopolare, la democrazia non può esserlo mai, purtroppo.  Più si è democratici, meno si è liberali, e viceversa.
Il che  implica inevitabilmente la fuga, per i “democratici” al governo, da qualsiasi decisione impopolare. Con un correttivo, tutto italiano però. Da noi è storicamente impopolare chiunque rifiuti la dottrina dell’interventismo statale… L’Italia è ferma da secoli, purtroppo, al  patriarcalismo politico della chiesa cattolica e dei regimi  assolutisti, talvolta  illuminati, ma assolutisti.  Con una differenza. che oggi al posto del  principe, come sovrano  c’è il “popolo”, soprattutto  dopo  la cosiddetta  "svolta populista”degli ultimi anni.   Si rifletta: Nel 2003, quando i populisti non erano ancora al potere, la  Sars, probabilmente più seria del Coronavirus,  venne affrontata in modo soft…  Quando si dice il caso…
Concludendo, lettore avvisato, mezzo salvato. Buona domenica a tutti. 

Carlo Gambescia
                                        

sabato 29 febbraio 2020

Elezioni suppletive Roma
Da Pasolini a Gualtieri e ritorno

Molti forse non sanno o ricordano,  ma domenica, qui a Roma, si vota, per una suppletiva.  Tra i sette candidati a deputato per il collegio Roma 1, non ce n'è  uno politicamente decente. 
La destra riunita presenta un tributarista già parlamentare di An e assessore con Alemanno.  Il Pd candida  il miracolatissimo Gualtieri, postcomunista, Ministro dell’Economia e prossimo deputato ( i sondaggi lo danno vincente con il quaranta per cento), tanto per non farsi mancare nulla. Seguono  una nullità  di Cinque Stelle radiocomandata dalla piattaforma Rousseau,  un panda comunista, un paneuropeista (chi scrive è semplicemente europeista), un tradizionalista cattolico  e una svitata politica  di estrema sinistra.
Candidati  non  votabili. Tutti.
Dicevamo di Gualtieri quasi sicuro vincitore della sfida. Insomma, probabilmente,  il più votato dalla sinistra  di  Roma centro. Già qui sentiamo  aleggiare  la solita accusa delle élite che hanno voltato le spalle  al popolo, eccetera, eccetera.  In realtà, bisogna  prima  intendersi sul significato della parola popolo.
Il popolo oggi non è più quello del Quarto Stato, di Pellizza da Volpedo, non è più quello del  proletario  militarizzato delle sezioni comuniste anni Cinquanta, e neppure quello nerboruto delle fabbriche dell’Autunno caldo  o quello prepotente della  università occupate,  già bocciato da Pasolini in quel di Valle Giulia…
Il popolo oggi vuole solo più stato e al tempo stesso pagare meno tasse. Vuole farsi i cazzi propri (pardon),  tenendosi però  ben stretta l’uscita di sicurezza welfarista. Si chiama individualismo protetto. E il partito dei Zingaretti e dei Gualtieri questo promette. Pertanto altro che élite che tradiscono il popolo…  Qui popolo e  élite vanno totalmente d’accordo:  il Partito democratico,  così com’ è dopo la serrata del Maggior Consiglio contro Renzi (che in parte si è serrato da solo e che alle suppletive non si è presentato per non prendere schiaffi...), grilleggia  o meglio populisteggia  ma con juicio. Tradotto: popolo + élite = spesa a pubblica a gogò.   E vissero tutti felici e contenti.

Pasolini, all’epoca assai critico verso la deriva consumista  e riformista del Pci, un’ anima bella aristocratica ma di estrazione borghese,   oggi voterebbe Gualtieri, il candidato welfarista, che mette d’accordo élite e  popolo ?  Non dimentichiamo che Pasolini fece i soldi, i soldi veri, con film che incontrarono il favore, come si diceva allora,  del pubblico più largo, perché pruriginosi come  Il  "Decameron" e "Le mille e una notte".  Con   "Salò"  addirittura anticipò il sadomaso...  In particolare  la prima pellicola  diede   il via  a un grosso filone boccaccesco  di film scollacciati  che fecero cassetta:  una sorta, allora,  di welfare del sesso a prezzi popolari.
Il senso di Pasolini per il denaro e il welfare?  E pure per Gualtieri?  Chissà.

Carlo Gambescia                      

venerdì 28 febbraio 2020

Trumbo e Trump, così lontani così vicini…

L’altra sera ho visto  in tv  il  film di  Jay Roach  su Dalton Trumbo. Una bella pellicola, tecnicamente ben fatta, bravi attori, eccetera. Proprio secondo le migliori tradizioni hollywoodiane.  Le stesse tradizioni, per così dire,  che condannarono all’esilio in patria (e a un anno di prigione)  un bravissimo sceneggiatore e  scrittore  che faceva entrare nelle tasche dei grandi produttori fiumi di dollari.  
Trumbo, era iscritto al lillipuziano  partito comunista americano, e cadde vittima, con altri nove colleghi, dell'incubazione maccartista,  e più in generale del durissimo clima di scontro ideologico della Guerra Fredda (che allora era anche "Calda", perché gli Stati Uniti stavano combattendo in Corea). 
Negli anni Sessanta-Settanta, sulla scia dello spostamento a sinistra della cultura politica americana, Trumbo venne in qualche misura  "riabilitato". Attenzione, non tanto come comunista quanto come vittima di persecuzioni inconcepibili in paese che si  vantava (e vanta) di essere liberale.
Queste oscillazioni   vanno  al di là del caso Trumbo e spingono a fare  qualche  riflessione.  
La storia  degli Stati Uniti nel Novecento  non è nuova alle persecuzioni politiche.   Negli anni Venti  gli Stati Uniti si spostarono  a destra: si temevano gli effetti tentacolari della  Rivoluzione russa. E Sacco e Vanzetti, tra gli altri, pagarono per tutti il debutto ufficiale dell'isteria da "Red Scare". Negli anni Trenta e parte dei  Quaranta  con Roosevelt l'America  tornò di nuovo a sinistra,  per poi volgersi a destra fino a quasi tutti gli  anni Cinquanta.  Trumbo fu stritolato da questa svolta. In pratica, dalla seconda puntata del "dagli al rosso".  Però, come detto, negli anni Sessanta-Settanta, gli Usa si spostarono di nuovo a sinistra.  Dopo di che  negli anni Ottanta esplose il fenomeno Reagan (con l' appendice di Bush padre) e così via, passando per ricadute politiche a sinistra (Clinton), a destra (Bush figlio), ancora a sinistra (Obama),  per giungere  infine  a  Trump, che, politicamente parlando,  non è di destra né di sinistra, come ogni buon aspirante dittatore.

Trump e Trumbo. I due  “Trum” sicuramente non si sarebbero capiti. Troppo diversi: il primo un comunista, il secondo un criptofascista. Eppure diversi fino a un certo punto.  Forse intendo dire che sono due prodotti standard del liberalismo americano? No. La spiegazione è ancora più sottile.
Sebbene con ruoli e destini  molto diversi rappresentano invece  tutti e due  il  modo peggiore di fare politica negli Stati Uniti.  Trumbo simbolizza il momento  dell’idealismo autolesionista (ma come si può essere comunisti  negli Stati Uniti? Citofonare a Sombart), Trump, quello del materialismo basta-che-funzioni (ma come si può ridurre la politica al prato ben curato davanti casa? Citofonare a Veblen ).
Ovviamente, Trumbo era una povera rotellina, Trump invece è alla guida della macchina. Il primo era  coraggioso fino alla temerarietà, il secondo un politico per caso, che,  vigliaccamente,  scarica tutto sui collaboratori.
Eppure sono entrambi testimonial, per così dire, di un modo sbagliato di fare politica. Che cosa voglio dire? Che siamo dinanzi alla classica politica che tira fuori il peggio dalla pancia dell’ avversario, il quale  a sua volta rilancia, per poi subire il rilancio dell’altro, e così via, secondo un meccanismo a spirale, dalle grandi potenzialità autodistruttive.   
Certo,  fatte le debite proporzioni, simbolicamente, l’avversario di Trumbo era McCarthy,   un personaggio patetico e pericoloso al tempo stesso. Quello di Trump, pare sia, realmente,  Sanders, altrettanto patetico e pericoloso.
Morale della storia?  Una politica che si allunga come un elastico, tra il patetico e il pericoloso, rischia sempre di spezzarsi. Insomma, Trumbo e Trump, così lontani, eppure così vicini…   Per fare l'America più grande? No,  più piccola...



Carlo Gambescia                      

giovedì 27 febbraio 2020

Coronavirus, un  caso di  procurato allarme
Chi pagherà?    


La storia, come fenomeno macro, si compone di tante micro-storie.  Anche personali. Ad esempio, mia figlia che vive e lavora al Nord da quasi dieci anni, ha dovuto rinunciare  a  un viaggio a Roma,  per evitare, pur non avendo alcun sintomo, né provenendo da “zona rossa”,  testuale  “di  non poter più tornare indietro o di ritrovarsi bloccata, per ragioni di sicurezza su qualche treno, lungo la rete ferroviaria”…
Come mia figlia, chissà quante altre persone avranno disdetto… E con che danni per l’economia.
Si dirà che è l’ individuo che decide. Perfetto.  Mia figlia poteva venire comunque a Roma,  nessuno le aveva vietato di viaggiare… Eppure ha preferito, perché,  sempre testuale:  “Cari mamma e papà,  noto segni di squilibrio”.
Mia figlia è psicologa. Ma diciamo pure  “gabbia di matti”.  E i matti sono imprevedibili. Di qui, quell'alea crescente, che sul piano decisionale implica scelte individuali di tipo difensivo, comparando, come nel caso di mia figlia,  i costi da affrontare, attenzione, non nei riguardi dell'epidemia in sé,  ma degli effetti di ricaduta di  sempre possibili strampalate misure politiche prese da  autorità che mostrano "segni di squilibrio".      
In che senso squilibrio?  Sociologicamente parlando,  di polarizzazione  dei comportamenti politici. Fino a ieri l'Italia sembrava in ginocchio.  Oggi invece, del resto giustamente,  sta entrando nella fase: “Contrordine compagni sul Coronavirus abbiamo esagerato”.  
E qui viene il bello.  Chi ha esagerato? Sul punto prepariamoci da subito allo scaricabarile tra Governo, Ministeri ,Regioni. E come al solito non  se  ne verrà  a  capo.      
Una cosa però  è certa. L’articolo 658 del Codice Penale contempla il reato di “procurato allarme”, con esso si intende il compimento di atti che fanno scattare le procedure di emergenza senza che vi sia la presenza di un reale pericolo.  Così recita la legge:

«Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l'Autorità, o presso enti e persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l' arresto  fino a sei mesi o con l’ammenda  da euro 10 a euro 516». 



Ed è ciò che è  accaduto nei giorni scorsi  in Italia. Chi pagherà?  Riteniamo  che il Presidente del Consiglio, pur essendo Pubblica Autorità, il che a nostro avviso risulta  un' aggravante,  sia colpevole di procurato allarme.   E che quindi debba essere  perseguito. Una sua condanna avrebbe perciò  un grande valore simbolico.
Ovviamente, non è detto che sarà Conte a pagare. L’Italia è una gabbia di matti e di voltagabbana. Questa mattina, come detto,  i giornali, hanno iniziato a smorzare i toni, sperando così di salvare la faccia davanti ai lettori, magari attaccando pure i politici. Che ovviamente se lo meritano. Ma  che a loro volta se la prenderanno con i mass media, vecchi e nuovi. Poi arriveranno i comici, i talk show, le piazze pulite, i complottisti, le confessioni, le scuse, i casi umani. E così via, tutti insieme appassionatamente, populisteggiando e bombardando di fregnacce (pardon) il rintronato medio italiano...


Naturalmente chi ci legge, sa benissimo che fin dall’inizio, “noi”   abbiamo consigliato un atteggiamento di grande prudenza.  I dati italiani sull’epidemia,  che ora le facce di bronzo della politica  e del giornalismo, iniziano a mettere in discussione, facendo finta di nulla, anzi fischiettando come Pippo per la città,  erano semplicemente  ridicoli.  Altro che pandemia… Era pura questione di buonsenso. E invece dagli all'untore...  Ma questa  è un’altra storia.  


Carlo Gambescia 

mercoledì 26 febbraio 2020

Populismo virale


Si legga l’intervista di Conte  al “Corriere della Sera”, ne viene fuori l’immagine di un avvocato di provincia che si comporta come un ingenuo  allievo ufficiale di complemento. Crede che la politica sia applicazione delle leggi, e non importa quanto queste leggi siano distanti dalla realtà,  l’importante è applicare norme e regolamenti Ovviamente quanto più una situazione si presenta come seria  - attenzione, si “presenta”,  nel senso che “appare”… -   tanto più non sono ammesse violazioni. 
A un atteggiamento del genere  di rigido  positivismo giuridico, Conte unisce  alcune furbizie da avvocato, come il gusto del cavillo e del nascondersi dietro espressioni fumose per impressionare  gli  assistiti.  Lasciamo agli esegeti di Montecitorio le chiose alle sue  strampalate risposte. Qui interessa la foresta, molto  meno gli alberi, anzi gli alberelli (*) .
Non è un mistero come un personaggio del genere, che con  misure assolutamente improvvide sul Coronavirus rischia di far precipitare l’Italia nell’isolamento economico internazionale,  sia  arrivato al potere e soprattutto lo gestisca dal 2018.
Ovviamente il terremoto populista ha la sua grossa parte di responsabilità nell’aver  portato in Parlamento un branco di incapaci,  reclute  immature, prossimi ufficiali,   totalmente impreparate  a un uso prudente della politica.  Un approccio  che, a dire il vero, aveva già ceduto il passo al giustizialismo del “Meglio onesti che capaci”  degli anni di Tangentopoli. 
Ecco, Conte,  probabilmente sarà pure onesto,  però è politicamente  incapace.  E l’incapacità in politica  la pagano i cittadini. Perché la verità si vendica sempre dell’isteria, soprattutto quando si scambia un' influenza stagionale  per una specie di peste del 2000.  
Però in questi giorni  la cosa più grave  è   rappresentata  dal silenzio del Partito Democratico (Renzi compreso), che pensando furbescamente ai propri interessi,  tace e lascia fare, ritenendo di poter scaricare “dopo”  sulle spalle di Conte, la colpa delle quarantene e delle altre misure cervellotiche. Ma chi tace, acconsente. E il Partito  Democratico è altrettanto  responsabile del prossimo venturo affossamento economico dell’Italia. Chissà se gli elettori italiani, se ne ricorderanno al momento del voto… Mah… Il populismo soffre  anche di smemoratezza. 
Il che apre la questione dell’atteggiamento delle destre durante questa crisi, da Salvini a Fratelli d’Italia, passando per Forza Italia. Oggi  attaccano  Conte,  non in nome della libertà e della prudenza,  ma perché lo si ritiene troppo morbido.  Se  Salvini  fosse stato  al posto di Conte avrebbe  chiuso i confini interni ed esterni, introdotto il coprifuoco nazionale e scatenato la caccia ai cinesi.  Naturalmente,  quando  - speriamo presto, soprattutto per l’economia  - la bolla d’aria del Coronavirus si sarà sgonfiata,   Salvini accuserà  Conte di aver usato la mano pesante senza alcun motivo.
Per capire  il clima politico che  “oggi”  si respira, dal quale  “dopo” tutti prenderanno le distanze, da destra a sinistra,  basti pensare che quando i partiti polemizzano,  non si mette in discussione, come invece  si dovrebbe  la natura liberticida e antieconomica  delle misure prese dal Governo Conte, ma si spazia, dividendosi sulla necessità   di   distribuire o meno  mascherine  senza far pagare il ticket…  Capito?  Populismo virale…

Carlo Gambescia

martedì 25 febbraio 2020

Virus Corona o Virus Populista?

 Il mondo  è molto più complesso di quanto credano i nazionalisti, pardon  sovranisti e populisti.  Una riprova? Si pensi all’effetto sull’economia mondiale che sta avendo la pandemia psichica da Coronavirus. Gli indici borsistici  hanno perduto  parecchi punti,  alcuni governi come il nostro, parlano già di finanziamenti pubblici straordinari, il che implicherà nuovi tributi e  ulteriori rallentamenti economici  Il Pil di molte nazioni,  a partire da quello cinese, il più importante di tutti, per l’effetto traino, rischia di precipitare in picchiata.
Eppure niente. Si continua a macinare chilometri per  “andare verso il popolo”,  alimentando paure inutili con provvedimenti cervellotici e liberticidi.

Diciamo che  viviamo  nel   tempo  tempo segnato dalla  “democrazia  emotiva” mondiale. Una specie di ideologia e pratica della svalutazione politica ed emozionale  delle competenze, impregnata  di caramelloso  romanticismo nazionalista,   incentrato a sua  volta   sul vellicamento  del popolo e sul timore di perdere consenso contraddicendo  le stupidità diffuse.  In Italia, ad esempio, in base a questo timore sono stati presi provvedimenti assolutamente sproporzionati, e con una serietà che è veramente preoccupante. I nuovi governi populisti  non hanno veramente il senso del ridicolo. La differenza tra le politiche soft  implementate  all'epoca della Sars (2003) e  le misure esagerate  adottate oggi  è data dal  fatto che i populisti ora sono al comando.   

I populisti  sono animati da una specie di   mix tra mancanza di autoironia e totale ignoranza della complessità del mondo.  In sintesi, siamo dinanzi a una stupida faciloneria, che si lascia trascinare qui e là  da minacciosi venti di un’isteria sociale, cavalcata dai vecchi e nuovi media.  Tutto ciò, riprendendo di nuovo l'eccellente intuizione politologica di Theodor Geiger, si chiama “democrazia emotiva”. O populismo, per tornare all’attualità.
Ora che  i “popoli” siano “emotivi”,  dopo la grande lezione paretiana, è pressoché scontato, meno accettabile è che le élite politiche   inseguano il popolo, lasciandosi trascinare, anch'esse,  dalle emozioni,  pur di non perdere consenso.
Si tratta di una deriva inarrestabile? Oppure si può fare qualcosa?  
Quel che sta succedendo addirittura negli Stati Uniti, cantiere politico del mondo,  dove, in piena campagna per le Presidenziali,  al populismo gridato di Trump, squisitamente  di destra,   sembra  opporsi  il populismo urlato  di Sanders, chiaramente di sinistra,  non depone a favore del ritorno alla  “democrazia razionale”, per giocare sul contrasto con “democrazia emotiva”. Insomma, destra e sinistra sembrano   assomigliarsi sempre di più. Paiono  condividere lo stesso approccio populista. Emotivo, superficiale ma autoritario, e soprattutto  privo di qualsiasi autoironia: i populisti si prendono sul serio. Troppo. Insomma,  non conoscono il senso del ridicolo.  
In Italia, per usare una battuta giornalistica, il Partito democratico, sembra vada “grillizzandosi”, come del resto la destra, a cominciare dalla Lega, che in Salvini, ha trovato  il suo Beppe Grillo. Le misure di questi giorni, ripetiamo, discendono dalla natura populista, quindi emotiva ed emozionale del  governo  giallo-rosso. Detto altrimenti:  se al potere, oggi,  fossero ancora i giallo-verdi farebbe esattamente le stesse cose.
Non sarà facile venirne fuori. Dal Virus Corona? No,  dal Virus Populista

Carlo Gambescia