lunedì 9 novembre 2015

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 9 novembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 08/11/2015, ore 02.34 antimeridiane, presso la Casa di Santa Maura, una conversazione intercorsa tra S.S. SANCHO I e PERSONA IGNOTA. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


PERSONA IGNOTA: “Psss…sveglia!”
S.S. SANCHO I: “Eh? Eh? Chi c’è?”
PERSONA IGNOTA: “Io.”
S.S. SANCHO I: “Io chi? Dove sei?”
PERSONA IGNOTA: “Qua.”
S.S. SANCHO I [tra sé]: “E’ un sogno, questo è un sogno…”
PERSONA IGNOTA: “Se preferisci…”
S.S. SANCHO I [accende la luce, tra sé]: “Qua non c’è nessuno…lo stress, dev’essere lo stress…”
PERSONA IGNOTA: “Ma sei proprio de coccio, come si dice qua! Ti mandano il fulmine sul cupolone di San Pietro, poi il gabbiano e il corvo che attaccano la colomba, e tu niente, non fai una piega. Ti vengo a parlare in camera tua, e tu nisba. Cosa vuoi, la raccomandata AR?”
S.S. SANCHO I: “Chi sei?”
PERSONA IGNOTA: “Finalmente! Facciamo un passo avanti. Sono il professor Pareto.”
S.S. SANCHO I: “Chi?!”
PERSONA IGNOTA: “Pareto, Vilfredo Pareto. Mi conosci?”
S.S. SANCHO I: “Il nome non mi è nuovo…forse, ho letto qualcosa di tuo, tanto tempo fa…sei un sociologo, no? Ma scusa, tu non sei…”
PERSONA IGNOTA: “…sono morto, sì. Ero un sociologo, adesso come adesso ho altri impegni: sai, in Purgatorio la sociologia non serve tanto.“
S.S. SANCHO I. “Ma tu non eri quello che prendeva in giro la virtù? Non dicevi che Dio, fede, religione e morale sono solo invenzioni per manipolare gli sciocchi? E non sei all’Inferno?”
PERSONA IGNOTA: “I virtuisti, prego: prendevo in giro i virtuisti, tutt’altra cosa dalla virtù. Quanto al resto, ammetto che dopo morto la verità delle cose mi ha fatto una grossa sorpresa. Ma io la verità delle cose non l’ho temuta mai, anzi: l’ho sempre cercata per guardarla bene in faccia. Ecco perché non sono all’Inferno.”
S.S. SANCHO I. “E perché sei qui?”
PERSONA IGNOTA: “Viene un angelo e mi fa: ‘Senta, prof. Pareto, ce lo fa un piacere?’ ‘Dipende,’ dico io (non si sa mai, sono furbi come diavoli quelli). ‘Qui c’è il papa che riforma, riforma, parla tanto, parla troppo, a volte senza pensare,…insomma: ha bisogno di una lezioncina. Noi non ci sta a sentire perché siamo simbolici, dice lui…’ ‘Come simbolici?!’ ribatto io. ‘Ma sì, un modo cortese per dire che non esistiamo…’ E qua ci siamo fatti una risata; spiritoso l’angelo, alla mano. Certo, era un angelo di bassa forza, gli angeli d’élite hanno tutt’altro stile, ti mettono una soggezione…insomma, gli rispondo: “Mi scontate tre secoli e ci vado.’ ‘Due’ contratta lui. ‘Mi volete sì o no?’ gli faccio io, a muso duro. E lui molla: hanno questa cosa della bontà che un po’ li frega…”
S.S. SANCHO I: “Allora esistono davvero?”
PERSONA IGNOTA: “Chi, gli angeli? Certo, proprio tu me lo domandi? Comunque, la vuoi sentire o no la lezioncina? Tanto per me è lo stesso, i tre secoli di sconto me li becco in ogni caso.”
S.S. SANCHO I [pausa]: “Sì.”
PERSONA IGNOTA: “Bene. Vado al punto, che di chiacchiere ne fai già tu parecchie. Visto che sei una persona intelligente, ti faccio una lezione in tre assiomi: tu poi unisci i puntini da solo. Sei pronto?”
S.S. SANCHO I: “E dai!”
PERSONA IGNOTA: “Così mi piaci, reattivo! Allora, assioma uno: ‘Si può porre come norma generale che una fede qualsiasi, quanto più procura di conciliarsi colla scienza, tanto più rapidamente decade.’ Assioma due: ‘Si vede ora quanto sia grande soggettivamente il valore del concetto dell'uguaglianza degli uomini, che oggettivamente è nullo. Esso è il mezzo comunemente usato, specialmente ai tempi nostri, per torre di mezzo un'aristocrazia e sostituirla con un'altra.’ Assioma tre: ‘In Europa, dal medio evo sino verso il secolo XVIII, non era lecito di discorrere delle religioni che non fossero la cristiana, se non come di funesti errori; ora è sorta una religione umanitaria-democratica, e questa sola è vera e buona; le altre, compresa la cristiana, sono false e perniciose’.  E adesso datti da fare tu. Buon lavoro e buonanotte.
S.S. SANCHO I: “Professore! Professore! [pausa] Può ripetere? Non ho capito!”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.o  Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...






domenica 8 novembre 2015

La riflessione
Protezione-Obbedienza:
alla ricerca  dell’endiadi perduta…
di Giuliano Borghi





 La Politica costituisce una attività autonoma che ha in se stessa, e non fuori di sé, la ragione che la giustifica e la caratterizza. L’arte della politica è essenzialmente un’arte della decisione e risponde ad una precisa necessità della vita sociale. Il suo compito è quello di impiantare le condizioni di fondo che permettano di realizzare con la migliore efficacia la salus populi. Ossia:la protezione e la prosperità (*) dei Cittadini, consentendo ad ognuno di essi di seguire la sua vocazione nel mosaico della Città, senza portare nocumento agli altri. 

***

All’aurora della Modernità, quelli che diverranno i nuovi cittadini moderni stipulano tra di loro un preciso patto sociale, dopo aver convenuto che per regolare la loro convivenza sociale e politica, non dovessero più ubbidire alla legge dell’imperatore o a quella del Papa, ma unicamente ad una legge fatta da uomini liberi per altri uomini liberi. E’ il tempo della autonomia della politica che risponde solo al suo punto cardinale di intimazione: garantire ai cittadini come condizione necessaria una sicura protezione contro i nemici interni ed esterni e come condizione sufficiente una adeguata prosperità. Per questo, gli uomini convengono nel patto con il quale si uniscono in società , di rinunciare al loro individuale diritto naturale di vendetta e di resistenza, consapevoli che conviene ad ognuno concedere il monopolio della violenza all’istituzione che “ li fa stare”, Stato, potendo questo godere di apparati, polizia, giudici, tribunali, di potenza di gran lunga superiore alla misura dell’individuo e anche all’assieme delle forze dei singoli.
Il patto politico ha termini inequivocabili: obbedienza , con la rinuncia al naturale diritto di vendetta,  quale controparte obbligante della protezione   Questa è la conditio sine qua non che stringe tra  loro gli autori del patto stesso.
Un tale patto, disteso sull’accettazione del rapporto comando-obbedienza, ha vigenza unicamente se alla prestazione d’obbedienza dei cittadini fa contraccambio la controprestazione della protezione e della prosperità da parte dei governanti, se questi ,cioè, sanno garantire con le loro decisioni la salus populi.

Pertanto, o l’organizzazione dei poteri pubblici assicura a tutti i settori sociali, compresi quelli “genuinamente” più deboli,  la protezione, con questo onorando il patto sociale che le conferisce autorità, oppure lo contraddice, ponendosi con questo al di fuori della decisione del patto sociale e perdendo a seguire ogni ragione ad essere obbedita. In questa seconda ipotesi, finirebbe per innescarsi un naturale processo di delegittimazione e la simultanea lievitazione di quel legittimo “diritto di resistenza”, che il patto sociale implica e predica come giusta azione di rivalsa e difesa contro ogni illegittimo autoritarismo. Con la ri-appropriazione da parte del singolo del suo naturale diritto di vendetta.
Se rigettato, non per sua colpa, ma per l’ignavia, l’ insipienza, o l’incapacità dei governanti in quel disordine originario pre-statale, dal quale era uscito con il patto sociale, l’individuo non potrebbe avere altra scelta se non quella di organizzare legittimamente da sé la difesa di se stesso, utilizzando tutti i mezzi che gli sarà possibile far propri.
Almeno fino a quando, con un rinnovato patto politico, gli sarà dato di rientrare in quella Città, dalla quale, suo malgrado, era stato costretto ad uscire.
                                                                                                            Giuliano Borghi

(*) Si è qui considerata solo la prima condizione del patto, quella necessaria della protezione. Per la seconda, quella della prosperità, non meno vitale della prima, non mancherà più avanti l’occasione. 

***
Giuliano Borghi, docente di filosofia politica nelle università di Roma e Teramo. Ha pubblicato studi su Evola, Platone, Nietzsche, il pensiero tragico e la filosofia della crisi.  Si occupa in particolare dei rapporti tra pensiero politico ed economico dal punto di vista dell'antropologia filosofica.



venerdì 6 novembre 2015

Papa Francesco divide i tradizionalisti
Non è una notizia…



Non vorremo stancare gli amici lettori con un terzo articolo,  seppure "tangenziale" (fino a un certo punto però),  sulla questione di Papa Francesco.  Tuttavia, il confronto  tra Gianfranco de Turris (*), serissimo intellettuale di destra, brillante giornalista, e Aldo La Fata (**),  forbitissimo cultore delle grandi problematiche metapolitiche,  meritava un commento,  per sottolineare almeno due punti. Diremmo, metodologici.
In primo luogo,  de Turris e La Fata,  nonostante le comuni e  salde radici tradizionaliste (si dice così?), sembrano fatti per non intendersi. Il primo, con Evola nel cuore ( e nella mente, ovviamente), quindi  non tenero verso certo cattolicesimo  modernista, il secondo, fedele continuatore di Silvano Panunzio, quindi portato più al ragionamento, certo tagliente, che alla scomunica.
In secondo luogo,  i presupposti  stessi  delle due argomentazioni, sono differenti. De Turris sembra non avere a  cuore la salvezza dell’unità della Chiesa Cattolica ( o comunque, solo  a certe condizioni), mentre La Fata, sì-a-prescindere, crediamo.  Inciso:  nessuno si illuda o faccia finta di non capire,  perché  in ultima istanza,  la posta in gioco dell’attuale crisi  è proprio questa.  
Insomma, per venire al nocciolo della contesa e  per dirla con Weber:   de Turris ragiona in termini di etica dei princìpi  (giustizia, costi quel che costi),  Aldo la Fata di etica della responsabilità (il fine - talvolta - può giustificare i mezzi). Perciò, se ci si perdona la metafora facile  facile,  da un lato (de Turris), Papa Francesco è bocciato, come uno studente somaro; dall’altro (La Fata), lo si rimanda a settembre e  comunque  si continua a credere nell’intelligenza e nella buona volontà del “ragazzo”.
Sicché - senza entrare nelle questioni di “stile argomentativo” (simbologia tenebrosa vs solare buon senso )  - dove  de Turris  vede nero, La Fata  vede bianco, o se si preferisce grigio.  E così via…
Ripetiamo, dal punto di vista dei presupposti argomentativi, se ci si passa la battuta (chiedendo simpaticamente perdono agli amici Gianfranco e Aldo), i due contendenti ricordano  “The odd couple” di Neil Simon. Lascio all’immaginazione dei lettori scoprire chi sia  Oscar  e chi sia  Felix…
Pertanto, per chi legge, quale può essere, per parlare come quelli della Borsa, il valore aggiunto del confronto ? Che la figura di  Papa Francesco divide, anche fra i cultori della Tradizione (quella con la maiuscola).  Il che - de Turris gradirà -  non è una notizia.

Carlo Gambescia                 






giovedì 5 novembre 2015

Chiesa Cattolica  in crisi
Da Francesco a Francesco


Ieri, per ragioni di lavoro,   ho  conversato a lungo  con alcuni cattolici, persone semplici, né di destra né di sinistra,  praticanti, alcuni di più, altri meno, ma tutti concordi nell’asserire che “se la Chiesa Cattolica fosse rimasta  povera dando retta a San Francesco, oggi  non si troverebbe nei guai”.
Il sentire comune del “cattolico medio”  può sorprendere - non il sociologo però -  per la sua ingenuità.  Ma le persone -  la famigerata “gente”  -  sono fatte così: o credono a tutto:  “una Chiesa di santi” o credono a niente: “una Chiesa di demoni”; si va da un eccesso di ingenuità all’altro. Pareto docet.
La sociologia invece insegna che se la Chiesa di Roma si fosse concretamente ispirata a San Francesco, non esisterebbe più da secoli: priva di risorse economiche e spogliata di ogni proprietà dal  potere laico, in alto si sarebbe asservita ai nascenti poteri statali,  in basso  avrebbe dato vita a sette, dai riti molto diversi,  più superstiziose che religiose, e animato  gruppi dediti a una povera carità, condannati a  finire  nell'orbita - se non del tutto fagocitati -   della nascente  assistenza statale.
Le risorse economiche sono fondamentali. Di una Chiesa economicamente debole, i nemici avrebbero fatto (e possono sempre)  fare un solo boccone. Ecco la lezione politologica. Però il cristianesimo predica la povertà.  E qui affiora la contraddizione che ha prodotto per secoli lotte e fratture. Contraddizione che, all’interno del cattolicesimo, alcuni papi hanno gestito con realismo politico, altri meno (soprattutto nella seconda metà Novecento), conciliando accorto uso delle risorse e retorica della povertà (*).
Papa Francesco potrebbe avere spezzato questo equilibrio in favore dell’altro Francesco. Sicché, anche se prematuro parlare di catastrofiche crisi finali, la Chiesa rischia di pagarne le conseguenze in termini di ulteriori fratture e divisioni, favorendo il vero  nemico (**) che, sociologicamente parlando, non è rappresentato dai ricchi ma dal potere laico.  


Carlo Gambescia  

(*) Al riguardo si veda, come dire, per le linee guida, che vanno oltre il periodo indicato nel titolo:  J.F. Pollard, L'Obolo di San Pietro. le finanze del papato moderno: 1850-1950, Il Corbaccio 2006.
(**) Dal punto di vista della Chiesa, ovviamente,  in quanto potere religioso, istituzionalizzato, e quindi opposto a quello laico, altrettanto istituzionalizzato.

mercoledì 4 novembre 2015

Dove va  Papa Francesco?
Sociologia della Chiesa Cattolica ai tempi di Vatileaks 2



Al di là del fuoco mediatico,  che non va oltre il pettegolezzo, il complottismo e l’anticlericalismo vecchio stile, che cosa c’è sotto Vatileaks 2,  di sociologico, ? O meglio,  quali riflessioni può suggerire al sociologo? 
Intanto, che i processi di  riforma delle strutture istituzionali, a maggior ragione quelle con  valori legittimanti forti da estendere e difendere,  sono sempre  pericolosi per la  stabilità  dell'istituzione stessa. Soprattutto, quando la rete decisionale e dei controlli, inevitabilmente, come ogni struttura, presenti a livello di élites dirigenti (non è mai uno solo a governare, anche nelle monarchie assolute),  fisiologiche (figurarsi se patologiche)  aree di vulnerabilità, rispetto al modo di interpretare necessità e natura delle riforme stesse.
Insomma, tutto, diventa più difficile.  Allora, le riforme vanno sempre  evitate? No. Il vero punto della questione è che un processo riformistico può essere inteso in due modi: come riforma della classe dirigente e come revisione dei contenuti ideologici.  Il primo tipo di riforma si scontra  con la necessità di sostituire dirigenti meno validi, con altri più validi, sulla base di caratteristiche legate all’età, alla qualifica, alla rettitudine, capacità organizzative. Il secondo tipo riforma, oltre alle caratteristiche precedenti, implica la fedeltà al processo di revisione dei contenuti ideologici della riforma. Ora, quanto più  i due percorsi riformisti si intersecano tanto più diventa difficile condurli a termine con successo. Ci dovrà accontentare di mezze misure, retromarce, compromessi, eccetera.  Insomma, prudenza politica imporrebbe di affrontare un processo di riforma alla volta. E con cautela.  Anche perché una struttura istituzionale, non vive sospesa nel vuoto, ha amici e nemici esterni, che possono condizionare, i processi di riforma interni. Ciò significa che ogni struttura deve sempre operare su due fronti.
Ora, la Chiesa Cattolica, in quanto struttura fondata su valori forti, a ogni processo di riforma dei propri contenuti ideologici, rischia fratture interne, ossia  il dividersi, come tutti i sistemi politici e non, in conservatori e innovatori.  Come sta accadendo.  Inoltre, i rischi crescono, quando  si tenta di saldare insieme i due processi di riforma (contenuti e dirigenti). Come sta accadendo.  Infine, tutto diviene più difficile quando il numero dei nemici esterni sia  superiore a quello degli amici esterni. Come sta accadendo.  Superiorità dei nemici che rischia di aumentare le frizioni interne, perché, i nemici (tanti) come gli amici (pochi) influiscono sui posizionamenti interni puntando, in primis, sulle divisioni esistenti. Come sta accadendo.
Ovviamente, chi scrive non è nelle condizioni di dare consigli a Papa Francesco. Ma se fossimo in Lui, per ora punteremmo sulla riforma  delle élites dirigenti, frenando su quella dei contenuti ideologici. Che potrà essere affrontata dopo,  con un classe dirigente nuova e compatta, stretta  intorno al Papa.
Infine,  il Papa dovrebbe  guardarsi bene  dal favorire i caudillismi del genere “Francesco vai avanti, il Popolo di Dio è con Te”,  perché di fatto “il Popolo di Dio” sul piano politico, per non parlare di quello legato agli apparati legittimi ( o meno) del monopolio della  forza,  è  semplicemente inesistente. Quindi il Papa corre il rischio di ritrovarsi solo.  Del resto,  sotto tale aspetto,  Francesco sembra aver dimenticato un sano principio di prudenza politica, rivendicato dall'Illuminismo  più conservatore, ma esercitato informalmente per secoli dalla Chiesa-Istituzione: tutto per il popolo ma nulla attraverso il popolo. 
Carlo Gambescia
                        

martedì 3 novembre 2015

 La celebrazione  di Pasolini come simbolo della nostra arretratezza culturale
Eroe non per caso



In questi giorni di celebrazioni,   non si parla d'altro, magnificandola,  che dell'eredità intellettuale di Pasolini. Ora, sul piano dei contenuti, se pure  ne esiste una,  si tratta di un'eredità negativa: il suo  odio  verso la modernità.  Perciò, dal punto di vista sociologico, non sarebbe  così  difficile inquadrarlo: Pasolini  rientra nello stereotipo di quel  romanticismo politico ed economico portato a idealizzare la società pre-moderna.  Di qui, il suo comunismo critico, verso un’ideologia politica fondata per eccellenza sul concetto di  progresso. Di qui, il suo essere gradito a quelle correnti politiche di destra e sinistra contrarie alla libertà economica, sia dal lato dei produttori che dei consumatori.
Il nocciolo del suo pensiero è questo. Che poi  Pasolini lo  abbia espresso ricorrendo alle più diverse forme artistiche, con più o meno successo, è materia che riguarda la critica specializzata, quindi la forma non il contenuto  del suo pensiero.    
Del resto, la pubblica opinione di  una  società, votata al progresso e alla crescita economica, e intelligentemente consapevole di queste due necessità, che cosa potrebbe apprendere da Pasolini? Nulla.
Negli Stati Uniti,  culla della modernità, a parte alcuni circoli radicali, Pasolini è poco conosciuto o comunque viene giudicato alla stregua di   uno dei tanti intellettuali politicamente eccentrici, che popolano, da sempre, il sottobosco della scena culturale americana.  Roba da cervellotiche lunatic fringe. Tutto qui. 
 In Italia, dove la modernità, non è mai stata apprezzata e in particolare  l’economia di mercato  è vista ancora come un diabolico nemico da smascherare,  Pasolini viene celebrato come un eroe.    
Che dire?  Due cose. Che  Pasolini, in Italia, paese culturalmente arretrato,  non  è quindi eroe per caso. E che ognuno ha gli eroi che si merita.
Carlo Gambescia

    

lunedì 2 novembre 2015

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 2 novembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stato effettuata in data 01/11/2015, ore 16.41, l’intercettazione di una conversazione telefonica intercorsa tra le utenze di Stato 333***, in dotazione a S.E. FINZI MATTIA, Presidente del Consiglio dei Ministri, e 347***, in dotazione a SENSINI FABIO, consulente per la comunicazione della Presidenza del Consiglio.  Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


S.E. FINZI MATTIA: “Ma chi ce l’ha portato ‘sto deficiente, chi?!”
SENSINI FABIO: “D’Alema, nel 2006. Voleva farlo Ministro della Sanità.”
S.E. FINZI MATTIA:  “D’Alema, capirai. E adesso?”
SENSINI FABIO: “La situazione è fluida, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “Cioè non sappiamo che cazzo fare.”
SENSINI FABIO: “Questo ha detto che parla, Mattia. Nomi e cognomi dei dirigenti PD che gli hanno raccomandato gli indagati di Mafia Capitale. Con tanto di prove. E chi lo sa se finisce lì? E’ scemo finché vuoi, ma ha fatto il sindaco, sai quanta roba può aver visto?”
S.E. FINZI MATTIA: “E la magistratura? No, dico, cosa ci stanno a fare questi, che gli ho appena aumentato lo stipendio?”
SENSINI FABIO: “Forse abbiamo sbagliato parlando di ridurre le ferie, di metterli un po’ al passo…forse era troppo presto.”
S.E. FINZI MATTIA: “Sì, a quelli non gli basta mai. [Pausa] Possibile che non ha mai fatto niente? Solo gli scontrini delle pizze, i rimborsi spese, queste cretinate? Ma dai! Ha più di cinquant’anni, ha girato il mondo, gestito fondi negli ospedali…cos’è, Madre Teresa di Calcutta?”
SENSINI FABIO: “Ci stiamo lavorando.”
S.E. FINZI MATTIA: “ ‘Ci stiamo lavorando’. E ci state lavorando male! Mai stato a battone? Mai andato a trans, con la sua Pandina rossa? Con una minorenne, dimmi che è stato con una minorenne…”
SENSINI FABIO: “Finora non risulta.”
S.E. FINZI MATTIA: “E se fosse frocio? Un po’ l’aria ce l’ha, con quella vocina, il polso molle…”
SENSINI FABIO: “Per l’amor di Dio, se è frocio siamo rovinati. Quello fa outing, e dopo chi lo tocca più?”
[Lunga pausa]
S.E. FINZI MATTIA: “Sai qual è il problema?”
SENSINI FABIO: “Quale?”
S.E. FINZI MATTIA: “Il problema è che quello, se vuole, si prende su a torna all’estero a fare il medico, i soldi a casa li porta comunque.”
SENSINI FABIO: “E poi quando è lì fa il martire della politica corrotta e ci sputtana tutti.”
S.E. FINZI MATTIA: “Come abbiamo fatto a ridurci così, me lo spieghi? Che stiamo appesi ai capricci di un cretino?”
SENSINI FABIO: “Backlash, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “Eh?”
SENSINI FABIO: “Contraccolpo, boomerang. Su cosa siamo andati al governo, Mattia? Come lo abbiamo conquistato, il PD? Sulla corruzione. Noi, i giovani, i puri, i rottamatori…”
S.E. FINZI MATTIA: “…la società civile…”
SENSINI FABIO: “Eccola qua la società civile. E’ Marinaretto, la società civile.”
S.E. FINZI MATTIA: “Un cretino che non sa fare l’O col bicchiere.”
SENSINI FABIO: “I trapianti li sa fare, l’O col bicchiere no. E’ un dilettante, Mattia, come dicevi tu: mica ci campa col nostro lavoro.”
S.E. FINZI MATTIA: “Dice che una volta ha trapiantato il fegato di una scimmia su un uomo. Non è che gli animalisti…”
SENSINI FABIO: “E’ debole, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “Omicidio politico, ti rendi conto?! Sono il mandante di un omicidio politico, secondo lui!”
SENSINI FABIO: “Mah, cosa vuoi che ti dica, parole in libertà… Mica sei Francis Underwood... Uno che, tra l'altro, faceva tutto da solo..." 
[Lunga pausa]
S.E. FINZI MATTIA:  "Francis Underwood?   Però..."

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.o  Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

***
 Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...