lunedì 18 maggio 2009

L’Ocse, i salari italiani 
e la decrescita (di cui nessuno si è accorto)




Come al solito destra e sinistra faranno finta di cadere dalle nuvole. Anche se per quel che riguarda l’Italia i dati contenuti nel Rapporto 2008 dell'Ocse sulla tassazione dei salari non dicono cose del tutto nuove ( http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_962688533.html - http://www.oecd.org/home/0,2987,en_2649_201185_1_1_1_1_1,00.html ). E' una novità che la busta paga degli italiani sia tra le più leggere all’interno dei paesi industrializzati? Non crediamo proprio.
Sulle trenta nazioni che fanno parte dell'organizzazione internazionale, l'Italia, con un salario medio annuo netto di 21.374 dollari, si colloca al ventitreesimo posto, esattamente come l’anno passato. Restando dietro a Gran Bretagna, Giappone, Stati Uniti, Germania, Francia. E davanti a Portogallo e agli ex paesi comunisti, da poco entrati nell’Ue.
Il salario medio di un italiano non giunge a 16.000 euro l'anno, qualcosa più di 1.300 euro al mese. Il che significa che nel 2008 gli italiani hanno, grosso modo, intascato il 17% in meno della media Ocse. I salari restano bassi anche se confrontati con la media Ue a 15 (27.793 euro ) e con la Ue a 19 (24.552 euro).
I dati riguardano il salario netto medio di un lavoratore single senza carichi di famiglia. Inoltre viene espresso in dollari e in termini di parità di potere d'acquisto, inclusa dunque dinamica dei prezzi interna a ciascun Paese.
Che fare? Difficile dire. Non ci sono ricette miracolose. Come al solito la destra sosterrà che i bassi salari sono frutto di un mercato del lavoro ingessato, mentre la sinistra chiederà di sostenere il potere d’acquisto. E così si ritornerà a parlare della riduzione del cosiddetto cuneo fiscale, dividendosi però, come al solito, sulle diverse spettanze a datori di lavoro e dipendenti, in termini di risparmi fiscali. Acqua fresca, se ci passa l’espressione.
Il punto è che la dinamica salariale, piaccia o meno, non può non essere legata alla produttività del lavoro, che per quello che riguarda l’Italia resta - e da anni - molto bassa. Produttività che, a sua volta, è legata a quella più generale del "Sistema Economico Italia" (cui devono contribuire tutti: da Marchionne in giù, e non solo i lavoratori dipendenti) , espressa - certo, rozzamente - in valori Pil. Valori che rischiano di diminuire ulteriormente, o comunque di rimanere stazionari, se la crisi economica dovesse perdurare per tutto il 2009, cosa del resto molto probabile.
Semplificando: l'Italia non è un'isola. Il che significa che la produttività nazionale è legata a quella internazionale... Pertanto gli spazi interni di manovra economica sono limitati. E non è neppure sicuro che produrre di più nell'ambito di un sistema mondiale in recessione, possa dare immediato sollievo all'economia. Fermo restando il punto che la base salariale italiana è già bassa.
Insomma, seppure non ci troviamo in un vicolo cieco, poco ci manca...
In conclusione, piaccia o meno, ma l'unico dato sicuro, almeno per ora, è che ogni punto di Pil in meno, significa meno soldi nelle tasche degli italiani. Soprattutto in quelle di coloro che già ne hanno pochi.
In certo senso la decrescita, da alcuni auspicata, in Italia è già iniziata... 

Carlo Gambescia

venerdì 15 maggio 2009

L'immigrazione clandestina diventa reato 
Il capro espiatorio



“REATO DI CLANDESTINITA' - L'immigrazione clandestina diventa reato. L'articolo 21 del ddl introduce nell'ordinamento italiano il reato di "ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato". I clandestini, in base alla nuova disciplina, non rischiano l'arresto, ma si vedranno infliggere un'ammenda dai 5mila ai 10mila euro. La norma renderà obbligatorio denunciare i clandestini all'autorità giudiziaria tranne che per i medici e i presidi per i quali è stata prevista un'apposita deroga”. (…)
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NEI CIE FINO A 180 GIORNI - L'extracomunitario che arriva in Italia senza permesso di soggiorno potrà rimanere nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) fino a 180 giorni. Ora il periodo è di due mesi.(…)
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SI' ALLE 'RONDE' - Associazioni di cittadini potranno segnalare alle forze dell'ordine situazioni di disagio sociale o di pericolo. Saranno iscritte in elenchi e dovranno essere formate prioritariamente da ex agenti “http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_961818060.html

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Oggi per protesta avremmo voluto tacere. Ma non ci siamo riusciti. Ed eccoci qui.
Dobbiamo subito osservare che l’introduzione del reato di immigrazione clandestina è per noi fonte di grande amarezza, perché ci fa sentire inutili. Dopo una vita segnata dalla fatica di studiare i fenomeni sociali per arricchire la qualità della vita di tutti. A partire dalla giusta necessità di migliorare i rapporti fra le persone di cultura diversa. Che tristezza.
Ma entriamo in argomento.
Il ddl prevede non l’arresto ma una multa. Il che però sul piano sociologico ha lo stesso valore. E spieghiamo perché.
L’introduzione del reato di immigrazione clandestina (a prescindere dall’arresto o meno) indica soltanto una cosa. Che ha vinto la falsa necessità di indicare un capro sociale espiatorio: il migrante. Da immolare sull’altare della pubblica sicurezza degli italiani: una vergogna.
Perché si rischia - ecco il punto - di trasformare l’Italia in uno “Stato di polizia”. E sotto questo aspetto l’istituzione delle ronde è sintomatico : le ronde sono utili solo per tenere vivo uno stato di allarme sociale che si autoalimenta grazie alla diffusione della paura sociale. E che non può non risolversi nel progressivo trattamento delle persone - tutte le persone a cominciare dagli immigrati - come puri e semplici ostacoli, al normale “andamento” della vita sociale… E qui si pensi, come esempio di svilimento della persona, al prolungamento fino a 180 giorni della permanenza nei Cie, dove si vive in condizioni sub-umane, dell’extracomunitario senza permesso di soggiorno.
Riteniamo perciò che il Governo Berlusconi stia giocando tutte le sue carte proprio sulla creazione del “Capro Sociale Espiatorio Immigrato Clandestino”. Dipingendo il migrante come nemico interno, per ricompattare collettivamente gli italiani, intorno alla figura “bonapartista" di Berlusconi, "primo comandante" e salvatore del “popolo” dall’ “invasione straniera”.
Creare un “capro sociale espiatorio” e soprattutto tenerlo costantemente vivo, istituzionalizzando una situazione di allarme, introduce un elemento di controllo sociale molto forte. E di semplificazione delle attività di polizia (preventive e repressive). In prospettiva il rischio più grosso per il cittadino è quello di perdere la propria libertà, magari in quanto “non denunciante” o “amico” di " immigrati clandestini pericolosi"...
Il pericolo principale è quello della definitiva istituzionalizzazione di un clima da barbara “guerra civile” nei riguardi dello “straniero”, rappresentato come potenzialmente pericoloso.
Di qui la nostra stanchezza ricordata all’ inizio del post. Nessuno ti ascolta. Compreso lo schieramento di centrosinistra, che in due anni di governo non ha aperto né chiuso ai migranti: ha semplicemente guardato dall’altra parte… E ora grida al fascismo…
Sotto questo aspetto la “destra nuova” di Fini che si vanta di essere libertaria, perché non ha votato contro un ddl che libertario non è? Tuttavia se volesse, potrebbe farlo cadere al Senato...
Infatti che c’è di meno libertario di un ddl che trasforma in reato la libertà di movimento, vero presupposto di ogni altra libertà ?
Carlo Gambescia

giovedì 14 maggio 2009

Il libro della settimana: Marzio Barbagli, Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente, il Mulino, Bologna 2009, pp. 526, euro 32,00.


https://www.mulino.it/edizioni/primopiano/testi/barbagli.htm


Che cos’è il suicidio? Un atto di libertà? O un atto contro se stessi e/o contro Dio? E oggi dal punto di vista sociale il suicida come viene giudicato? Quanto è mutato storicamente e sociologicamente, il metro di giudizio nei riguardi di quello che, dal punto di vista individuale, resta l’ atto anticonservativo per eccellenza?
A queste domande, e allargando l’analisi all’universo non occidentale, prova a rispondere Marzio Barbagli, professore di sociologia presso l’Università di Bologna (Facoltà di Scienze dell’Educazione), nonché membro eminente dell’establishment sociologico italiano e internazionale, in Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente (il Mulino, Bologna 2009, pp. 526, euro 32, 00).
Barbagli si propone soprattutto, se ci si passa l’espressione, di fare le bucce a quella che da oltre un secolo è la “Bibbia Sociologica” in argomento: Le suicide: étude de sociologie di Emile Durkheim.
In particolare Barbagli si propone di dimostrare l’infondatezza delle due principali tesi durkhemiane. Quali? Quella che con “l’avanzare della storia” il divieto di togliersi la vita sarebbe divenuto “sempre più rigido”. E quella che la riprovazione del suicidio sarebbe cresciuta grazie all’affermazione di una sacralità laica della persona umana, protetta dai poteri pubblici.
Vi riesce? Difficile dire. E non è questa sede per una analisi approfondita. Ci sembra però che il libro abbia una sua debolezza teorica di fondo. Pur rifiutando le tre principali categorie concettuali durkhemiane (suicidio altruistico, egoistico, anomico), Barbagli non riesce a costruire concetti analitici altrettanto efficaci, in particolare sotto l'aspetto socioculturale. E soprattutto commette un errore metodologico di fondo, gravissimo per un sociologo. Esamina il suicidio dal punto di vista delle intenzioni dell’attore sociale, e non da quello delle cause sociali, o se si preferisce, per dirla con Durkheim, dei “fatti sociali” . Ma anche culturali: omettendo, ad esempio, di ricorrere alle tipologie di mentalità socioculturale, coniate da un altro autore classico della sociologia, Pitirim A. Sorokin: ideazionale ascetica e attiva, sensistica attiva, passiva e cinica; pseudo-ideazionale, idealistica.
Si veda lo schema in P.A. Sorokin, Social and Cultural Dynamics (Bedminster Press, New York 1962, vol. I, pp. 97-99). Tipologie utilissime per studiare il suicidio, come mostra, sempre Sorokin, ne La crisi del nostro tempo (Arianna Editrice, Bologna 2000, pp. 191-196).
Ma per combattere ad armi pari Durkheim e per riscoprire Sorokin, Barbagli avrebbe dovuto prima riflettere sui limiti teorici dell’individualismo metodologico. O comunque sulla necessità di temperarlo, in alcuni ambiti di studio come quello del suicidio, ricorrendo - certo, senza cadere nell’eccesso opposto - agli strumenti dell’olismo metodologico: dove sono appunto privilegiati i significati sociali e culturali. O se si vuole “il pensiero” delle istituzioni sociali.
E invece no. Scrive Barbagli: “Nelle pagine che seguono mi servirò di una tipologia (…) basata sui propositi degli individui e sul significato che esse attribuiscono al loro gesto” ( p. 15). Di qui la sua bipartizione concettuale del suicidio dal punto di vista del “contro chi” e "per chi" ( se stessi; anche gli altri), che resta psicologistica e quindi riduttiva. E a nulla serve l’ulteriore partizione del suicidio in egoistico e altruistico, aggressivo e come arma di lotta, condannata a muoversi, anch’essa, nell’alveo dell’individualismo metodologico, a sfondo psicologico.
Su queste basi resta perciò difficile seguire fino in fondo la pur densa opera ricostruttiva di Barbagli. Che anche sul piano storico finisce così per disperdersi nei mille rivoli di curiosità che possono solo avere valore antiquario, come certa sociografia d'antan alla Herbert Spencer. Senza così riuscire a dare risposta certa, e soprattutto sociologica, ai quesiti iniziali.
In questo senso Congedarsi dal mondo, resta un libro di psicologia o di storia sociale piuttosto che di sociologia. Peccato.
Carlo  Gambescia 

mercoledì 13 maggio 2009

Incontri
La Roma di Anna Magnani



Anna Magnani era una donna semplice e complicata al tempo stesso. Come la Roma di una volta: città che accoglieva, certo senza aprirsi completamente. Tuttavia mai indifferente, come invece è oggi.
Si racconta della Magnani, che già gravemente malata, voleva essere presentata ai medici come persona qualsiasi, ma al contempo trattata con i riguardi dovuti alla grande attrice…Ma si pensi anche alla celebre sequenza notturna del felliniano Roma, dove agli interrogativi fuoriorario del grande riminese, rispondeva con un lapidario: “A Federi’ ma va’ a dormi’ “…
Insomma, un donna e un’attrice con la gonna. Una vera principessa del popolo romano. Che la ricambiava chiamandola “Nannarella”.
Si ricordi anche il ruggito da leonessa ferita di Roma città Aperta. Lanciato all’inseguimento quasi carnale dell’uomo che sta per perdere. In quel momento cinema e vita si mescolano, dando così vita a un personaggio straordinario, che ancora esiste e resiste al di là di ogni contingenza storica o speculazione ideologica.
Eh sì, ci manca la Magnani... Come ci manca una certa Roma: l’altra grande protagonista dei suoi film. Una città oggi indifferente e rumorosa: priva di quegli squarci notturni e silenziosi, dove sull’acciottolato dei Banchi Vecchi, si udivano i passi e i battibecchi di Totò e Nannarella, come in Risate di gioia. O la Roma del sanguigno mercato di “Campo de’ Fiori” anni Trenta, dell’omonimo film con Aldo Fabrizi, dove i coltelli erano coltelli e i fratelli fratelli. E dove la Magnani, fruttivendola, mostra un cuore (antico)romano, generoso e bellicoso a un tempo. O ancora: la città pasoliniana di Mamma Roma, già sul punto di cambiare pelle, con le sue periferie polverose ma già appetite dai palazzinari. Dove la Magnani assomiglia a una Madonna dolente, che si incammina dietro la Via Crucis di un mondo suburbano. Privo però, “pasolinianamente”, di salvezza.
Come, infine, nell’episodio L’automobile, del ciclo televisivo Tre donne girato nel 1971, due anni prima di morire. Che preannuncia la Roma attuale: divorata dal traffico e dall’indifferenza. E dove la Magnani, nel ruolo di una vitale ex “mondana” (come si scriveva un tempo), comprende all’improvviso che la sua Roma è morta…. E lo scopre nella maniera più moderna: ferma sul ciglio della strada, a fianco dell’ambita macchina sportiva gravemente incidentata, vede sfilarle accanto il serpente di ferro delle automobili domenicali, con a bordo gente indifferente e affamata solo divertimenti.
E’ una Magnani dallo sguardo che cerca aiuto. E che resta impressa negli occhi. Quasi quanto l’ immagine del Nanni Moretti di Caro Diario, che, trent’anni dopo, si aggira in vespa, per gli stessi luoghi, alla ricerca di una città che non c’è più.
Ecco, immaginiamola, seduta dietro di lui. Con quella sua risata, forte e liberatrice, che ricorda una Roma vera. Quella di Nannarella. Che, come lei, purtroppo, non c’è più.


Carlo Gambescia

martedì 12 maggio 2009

Chiesa Cattolica 
Come “Medici Senza Frontiere”?



Ogni anno, quando si scatena la campagna per l'8 per mille, ci secca molto vedere la Chiesa, come si dice, con il cappello in mano. E soprattutto quell'insistenza a presentare se stessa come una qualsiasi organizzazione benefica. Ad esempio Medici Senza Frontiere.

Il che ci ha spinto a riflettere su quel che è emerso da un Seminario di studi sul tema “Religioni e Società (tendenze evolutive in Italia e nella scena Europea)”, promosso dall’Eurispes e dal Ripe, e tenutosi qualche mese fa. (http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=40836&idsezione=4). Un interessante incontro che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Gian Maria Fara, Paolo Masotti, Sergio Arzeni, Evgheny Novosselov, Federico D’Agostino. Ma prima i fatti.
Secondo D’Agostino si dovrebbe conferire maggiore attenzione alla “religiosità popolare, essendo una delle fonti che alimenta maggiormente lo spirito religioso in Europa. Infatti, il senso religioso troppo spesso è confuso con l’assetto istituzionale della Chiesa”.
Il che indubbiamente è vero. Ma in parte fuorviante, perché si rischia di ridurre la religiosità (pratica) al puro senso religioso (individuale). O se si vuole, a fatto emozionale. E, come è noto le emozioni umane sono quanto di più profondo e nascosto possa esistere. Perciò come quantificarle? Ma non solo: un’ emozione, causata per esempio da una perdita, può produrre effetti “spirituali” molto differenti: può spingere a “ritornare” in chiesa, come a puntare su altre pratiche (meno “chiesastiche”), come tentare di mettersi in contatto con il defunto, per poter partecipare vittoriosamente a una puntata di “Affari tuoi”…
Perciò quando si indaga, o addirittura si celebra, la “religiosità popolare” certi aspetti ambigui, se non negativi, vanno tenuti presenti.
Di qui l’importanza di continuare a studiare forme istituzionali, quali la frequenza ai sacramenti. Insomma, il cristianesimo emozionale, può spiegare il perché di certe “riconversioni”, ma non sempre il loro “prolungamento” nel tempo. Frutto di una “sedimentazione” sociale e spirituale, legata alla partecipazione collettiva ai riti costitutivi della fede individuale, e perciò rilevabile empiricamente.
Certo, siamo pur sempre nel campo del probabile, perché la pratica, può restare un fatto circoscritto farisaicamente alla santa messa domenicale. Tuttavia la partecipazione ai sacramenti resta un dato obiettivo e misurabile. Altrimenti si rischia di scambiare per rinascita religiosa anche l’acquisto di un manualetto new age sulla spiritualità post-prandiale…
Ma c’è anche un secondo aspetto, introdotto, in perfetta buona fede, da un altro relatore. Secondo Sergio Arzeni “la presenza delle organizzazioni religiose nelle attività sociali e, in particolare, nello sviluppo del Terzo settore ricopre una rilevanza notevole vista l’urgenza di fenomeni sociali quali, ad esempio, l’immigrazione”.
Il che è vero e lodevole. Ma a una condizione. Che non si pretenda, come auspica certo laicismo, di ridurre la Chiesa Cattolica a pura organizzazione benefica.
E qui andrebbe fatta una notazione finale, suggeritami qualche tempo fa dall’amico drammaturgo Roberto Buffagni: “ Oggi la religione cristiana sembra non essere più necessaria a giustificare il principio ordinatore della società capitalistica. Per molti se c’è bene, se non c’è fa lo stesso. E nella vita sociale e nella storia, essere superflui è molto pericoloso” ( http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2009/03/la-chiesa-cattolica-ai-tempi-di.html).
Perciò il vero rischio - per coloro che ovviamente credono in una Chiesa dottrinariamente più impegnata (o addirittura“militante”) - è rappresentato dal fatto che la Chiesa stessa, pur di non farsi considerare superflua, finisca in futuro per porre in secondo, se non terzo piano, i valori sacramentali del cristianesimo rivolgendosi più alla cura dei corpi che delle anime.
Come Medici Senza Frontiere. Appunto.

Carlo Gambescia

lunedì 11 maggio 2009

Quando la realtà supera la fantasia...
Videostupri?  No grazie


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Non diciamo nulla di nuovo affermando che la realtà spesso supera la fantasia. Infatti, come riferisce AdnKronos ( http://www.adnkronos.com/IGN/CyberNews/?id=3.0.3287603348  ) rischia di uscire anche in Italia il videogame giapponese dove vince chi stupra di più. Sembra incredibile in tempi di campagne sociali per contrastare la violenza contro le donne… Eppure è così. Purtroppo.
Ma prima i fatti. Il videogioco si chiama RapeLay’(rape: stupro, replay: ripetuto). E' nato nel 2006 e le sue immagini rinviano ai personaggi dei fumetti Manga. Fin qui tutto normale o quasi. Se non che il protagonista è un maniaco che in una stazione ferroviaria “punta” una famiglia, per dirla in sociologhese, monogenitoriale, composta di madre e due figlie. Donne tutte sole, che lui segue sul treno per usare loro violenza.
Esiste anche una versione, per più esperti, conosciuta come “modalita freeform”, che permette al personaggio controllato dal giocatore di agguantare qualsiasi donna incontrata durante la storia. E, quel che è peggio, di incitare altri attori-personaggi allo stupro di gruppo.
Ma quel che lascia basiti è il realismo: il giocatore sperimenta lo stupro a trecentosessanta gradi. Nulla gli viene risparmiato: pianti, lamenti, suppliche. Vince chi riesce a costringere le vittime ad abortire, per evitarne la vendetta. Un "regolamento di conti", che in termini di violenza, non è da meno di quella subita dalle donne: lo stupratore, se messo in fuga, rischia infatti di finire sotto le rotaie del treno. Il gioco è stato vietato in Spagna, Germania, America e Gran Bretagna, ma resta tuttora scaricabile da Internet.
Che dire?
In primo luogo, si deve distinguere tra violenza rappresentata e violenza reale. I due aspetti non possono essere meccanicamente correlati. Non è dimostrato che chi veda un film violento oppure passi ore davanti a videogames truculenti, poi metta in pratica… Ma non è neppure dimostrato che la violenza sublimata (attraverso i videogiochi, appunto) restringa la sfera della violenza praticata. Fermo restando il fatto che su personalità a rischio, benché si tratti di casi statisticamente poco rilevanti, è sempre possibile il passaggio, per così dire, dalla teoria all’atto.
In secondo luogo, va però rilevato, senza mezzi termini, che videogiochi come RapeLay sono moralmente ripugnanti. E non giustificabili. E per una semplice ragione. Il problema della violenza sulle donne non è una delle tante leggende metropolitane, esiste. Secondo un' indagine Istat, presentata nel 2007 (http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070221_00/
 ) sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,9% della classe di età considerata). 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali(23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche (18,8%). Circa 1 milione di donne ha subito stupri o tentati stupri (4,8%).
Le cifre parlano da sole. E si corre veramente il rischio di offendere le vittime. Perciò si tratta di una questione, prima ancora che sociologica, morale. Al danno non si può aggiungere anche la beffa: RapeLay va proibito. Punto e basta.

Carlo Gambescia 

venerdì 8 maggio 2009

Riflessioni
I migranti respinti in Libia





“Chiamato in causa, il ministro dell'Interno parla di ’polemiche infondate’ e liquida le critiche con poche battute. ’I migranti soccorsi a largo di Lampedusa - ha osservato - non sono arrivati sul territorio nazionale italiano, ma in Libia e lì ci sono le organizzazioni che potranno verificare se sono presenti richiedenti asilo. Siamo in linea con i trattati internazionali’. Quanto alla sorte dei 227 migranti, afferma, ‘ciò che succede in altri Paesi non può essere preoccupazione del Governo italiano, noi ci occupiamo di chi arriva qui’ ” (http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_959145331.html)
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La risposta di Maroni, che non condividiamo, va però ben oltre la questione immigrazione e le polemiche destra-sinistra. Per quale ragione? Perché ripropone, e in modo radicale, un dilemma metapolitico fondamentale. Quale? Come conciliare etica e politica? Come conciliare l' imperativo etico che prescrive di aiutare chiunque sia in difficoltà, con il condizionalismo politico che subordina l'aiuto alla reperibilità e impiego di risorse scarse?
Certo, si può rispondere come Maroni: contrapponendo alla solidarietà universale quella comunitaria (“‘ciò che succede in altri Paesi non può essere preoccupazione del Governo italiano, noi ci occupiamo di chi arriva qui’ ”)… Ma è giusto eticamente? No.
Tuttavia qui si apre subito un’altra questione. La politica deve o può essere etica? E se deve esserlo, una decisione politica, che come detto si lega alla questione "condizionale" delle risorse scarse, fino a che punto può essere eticamente fondata?
Ferma restando la questione delle risorse scarse (che potrebbe essere risolta secondo alcuni fuoriuscendo dal capitalismo, il che però apre altre scenari ipotetici, tutti ancora da discutere…), riteniamo che in democrazia la politica possa seguire i sentieri dell' etica fin quando i cittadini lo consentano, democraticamente, con il loro voto. "Consentano", perché resta una controindicazione: una democrazia, a colpi di maggioranza, potrebbe approvare leggi (politiche) “anti-etiche”, trasformando il Può in Deve... Il che per una dittatura rischia di essere ancora più facile…
Tuttavia le soluzioni “anti-etiche”, come sostengono alcuni, potrebbero essere evitate educando eticamente i cittadini. Ma come? Ad esempio, facendo studiare a scuola l’etica dei diritti e della solidarietà universale? E che fare con i renitenti? Con difensori un’etica comunitaria nonostante tutto? Li si potrebbe mettere in prigione… In appositi campi, magari in "Centri di Accoglienza Per i Nemici dei Diritti Universali dell'Uomo"… Come si fa adesso con i migranti… Perché no?
Ecco, abbiamo usato un paradosso, per mostrare come alle tesi non eticamente condivisibili del Ministro Maroni, non sia possibile dare riposte facili. Soprattutto qualora si cerchi di trovare una terza via eticamente e politicamente accettabile, tra le frontiere ermeticamente chiuse e un solidarismo universale che presuppone risorse infinite e, altro aspetto da non sottovalutare, una non sempre facile omologabilità culturale. Perché è bene ricordare che spesso il migrante è portatore di una cultura comunitaria, poco conciliabile con certa etica universalista che caratterizza numerosi settori della società occidentale.


Ma qui ci fermiamo, sicuri di aver offerto agli amici lettori sufficienti materiali di riflessione critica.
Carlo Gambescia