Sarà pure Natale, ma il clima resta inquietante. Putin accusa Zelensky di essere un nazista, mentre il presidente ucraino è il difensore della libertà. Sui social, importanti politici tedeschi ed europei di orientamento democratico, come Ursula von der Leyen e Friedrich Merz, vengono rappresentati letteralmente come nazisti, addirittura con i baffetti alla Hitler. Eppure, la realtà mostra tutt’altro, una vera e propria revanche diversa da quella che si vuole far percepire.
Ad esempio circola su YouTube un video presentato come materiale “storico”. In realtà si tratta di “Der ewige Jude” (“L’ebreo eterno”, 1940), uno dei più noti e infami film di propaganda del regime nazista (*). Non un documentario, non una fonte storiografica da maneggiare con cautela: un prodotto ideologico costruito deliberatamente per diffondere odio antisemita e preparare il consenso sociale allo sterminio.
Altro esempio, che merita attenzione. Il film americano “Nuremberg”, su Hermann Göring, appena uscito, si concentra troppo sull’analisi psicologica del gerarca nazista durante i processi. La scelta di mostrarne il carisma, l’intelligenza manipolatoria e le sfumature della personalità non è neutra, perché rischia di suscitare fascino e comprensione per un individuo responsabile di crimini atroci. La rappresentazione psicologica, pur fondata su evidenze storiche, può generare un effetto di banalizzazione, perché lo spettatore viene spinto a concentrarsi sul “come” e sul “perché” delle sue azioni più che sul loro peso morale e storico.
Questo slittamento non riguarda solo singole opere, ma una tendenza riconoscibile. Negli ultimi anni sono circolati — spesso senza adeguato contesto critico — film e serie che trattano l’universo nazista con un grado di ambiguità tale da sfiorare la fascinazione. “Unsere Mütter, unsere Väter” (2013), produzione tedesca di enorme successo, ha contribuito a ripulire l’immagine della Wehrmacht, spostando sistematicamente la responsabilità dei crimini su SS e “altri”, secondo una linea revisionista ormai ben nota. “Rommel” (2012) insiste sul mito del “buon generale”, rafforzando l’idea di un nazismo deviato solo nei suoi vertici estremi, “Der Untergang” (“La caduta”, 2004), pur formalmente rigoroso, ha inaugurato una stagione in cui Hitler diventa personaggio tragico, umano, quasi patetico, più che il capo politico di un progetto genocidario.
In questa linea si colloca anche Er ist wieder da (“Lui è tornato”, 2015), commedia satirica tedesca in cui Hitler “riappare” nella Germania contemporanea. Pur nata con intenti dichiaratamente critici, l’operazione è ambigua: la trasformazione del Führer in personaggio mediatico e comico rischia di ridurlo a maschera pop, rendendo di nuovo socialmente dicibile ciò che dovrebbe restare politicamente e moralmente incancellabile e imperdonabile (**)
Accanto a queste opere, esiste poi una galassia di prodotti minori — docufilm, serie pseudo storiche, contenuti digitali — che ricostruiscono l’estetica, la simbologia e persino la retorica del Terzo Reich con un’attenzione quasi feticistica: uniformi, disciplina, “efficienza”, spirito di corpo. Titoli come “Hitler’s Circle of Evil” (2018), “Nazi Mega Weapons” (2013–2016), “Inside the SS” (2017) vengono spesso presentati come divulgazione storica, ma finiscono per adottare il punto di vista del potere, raccontando il nazismo dall’interno, come se fosse un’esperienza manageriale o militare mal riuscita, non un sistema criminale fondato sull’eliminazione programmata di interi gruppi umani.
Il problema non è che questi prodotti esistano, ma che circolino sempre più spesso senza filtri, soprattutto sulle piattaforme digitali, dove l’etichetta “storico” sostituisce l’analisi critica e l’algoritmo premia ciò che affascina, non ciò che spiega. In questo contesto, la distanza tra ricostruzione storica e riattivazione simbolica diventa pericolosamente sottile.
La stessa Hollywood, già citata a proposito del film su Göring, nonostante le accuse, da parte della destra, di essere la custode del politicamente corretto, ha prodotto film come “Bastardi senza gloria” (“Inglourious Basterds”, 2009): nonostante il chiaro intento antinazista, l’approccio pulp e la riscrittura degli eventi storici giocano con l’estetica e la narrazione in modo che lo spettatore si trovi a “giocare” con il periodo nazista come se fosse un universo cinematografico alternativo, con figure di cattivi quasi fumettistiche, rischiando di trasformare il male storico in puro intrattenimento.
Ma torniamo a “Der ewige Jude”. Il film fu prodotto sotto la supervisione diretta del Ministero della Propaganda guidato da Joseph Goebbels. Come hanno mostrato in modo definitivo storici quali Raul Hilberg e Ian Kershaw (***), il nazismo non si limitò a esercitare violenza fisica: costruì prima una violenza simbolica sistematica, volta a disumanizzare gli ebrei, ridurli a stereotipo biologico e morale, renderli percepibili come minaccia collettiva.
Il film utilizza tutti gli strumenti classici della propaganda moderna: a) montaggio manipolatorio; b) falso linguaggio “scientifico”; c) accostamenti visivi degradanti; d) narrazione dicotomica (noi/loro). Non descrive la realtà: la fabbrica. E lo fa con uno scopo politico preciso, che non è oggetto di interpretazione ma di documentazione storica consolidata.
Inoltre la giustificazione inserita sotto il video non è sufficiente né accettabile. Riproporre integralmente un film di propaganda nazista, accompagnandolo da un disclaimer generico ma lasciandone intatto il linguaggio ideologico, significa contribuire alla sua normalizzazione. La storia non si tutela lasciando parlare la propaganda: si tutela smontandola. Tutto il resto è una scorciatoia pericolosa.
Qui occorre dirlo, forte e chiaro: la neutralità, in questi casi, non è una virtù ma una resa.
Il punto decisivo, oggi, non è il passato ma il presente. Ripubblicare questo materiale senza spiegazione critica attiva un meccanismo ben noto agli studiosi dei totalitarismi: la normalizzazione dell’ideologia attraverso la depoliticizzazione dei suoi strumenti.
Non si dice “viva il nazismo”. Si dice: “è solo un documento storico”. Non si giustifica l’odio. Lo si lascia circolare. Non si nega il genocidio. Si rende opaco il percorso che ha condotto a tutto questo.
È una strategia sottile, ma efficace. Come ha mostrato Christopher Browning, lo sterminio non fu il risultato di un improvviso impazzimento collettivo, ma l’esito di una lunga opera di assuefazione morale. La propaganda serviva esattamente a questo (****).
Studiare questi materiali è necessario. Ma studiare non significa legittimare. Nessuno proporrebbe di mostrare un manuale di tortura come “opinione alternativa”. Eppure con la propaganda nazista si continua a giocare sull’equivoco, sulla falsa neutralità, sul “giudicate voi”.
Come abbiamo osservato, tira una brutta aria. Viviamo in una fase segnata dal ritorno di revisionismi, antisemitismo strisciante, relativismo storico. In Italia abbiamo al governo un partito che non ha mai fatto i conti con il fascismo. In Germania, l’AfD, partito di estrema destra, è oggi una delle principali forze parlamentari. Si tratta di forze politiche estremiste presenti anche in Francia, Spagna, nel resto d’Europa e soprattutto all’Est, che per ora mascherano i loro veri intenti.
In questo contesto, la diffusione non contestualizzata di materiali di propaganda nazista non è un incidente: è un fattore di rischio culturale e politico.
Non serve negare Auschwitz per minarne il significato. Basta rendere accettabile il linguaggio che lo ha reso possibile.
Si deve fare qualcosa. L’automatismo dei cosiddetti algoritmi non basta più. Perché quando la propaganda torna a circolare senza anticorpi, non è mai solo un problema del passato. È un segnale del presente. E, se ignorato, una pericolosa ipoteca sul futuro della liberal-democrazia.
Carlo Gambescia
(*) “Der ewige Jude” (“L’ebreo eterno”), regia di Fritz Hippler, Germania, 1940; prima visione pubblica a Berlino, novembre 1940. Qui: https://www.youtube.com/watch?v=5Uy1LFDL9zU . Ma si vedano anche gli altri titoli disponibili sullo stesso sito (già visibili nella foto a corredo). Tutti a rischio, per usare un eufemismo.
(**) Un’operazione analoga è “Sono tornato” (2018), remake italiano con Mussolini protagonista: anche qui la satira gioca con il ritorno del dittatore nello spazio mediatico contemporaneo. Ma in un paese che non ha mai fatto davvero i conti con il fascismo, l’effetto non è solo ambiguo: è culturalmente irresponsabile.
(***) R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei in Europa, Einaudi, Torino, 2017; I. Kershaw, Hitler. Una biografia, Bompiani, 2004, 2 voll.; AA.VV., Storia della Shoah, Utet, Torino, 2005, 5 voll., con ricco apparato audiovisivo, opera fondamentale sull’argomento.
(****) C. R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e soluzione finale in Polonia, Einaudi, Torino, 2022.
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