mercoledì 17 gennaio 2018

 Francesco e  Pio XIII     
Il Papa Alitalia e il Papa di Sorrentino   
di  Roberto Buffagni e Carlo Gambescia


Papa Francesco è di nuovo in viaggio.  Ancora un volta è tornato in America Latina. Il punto però non è geografico, bensì motorio…  Anzi, psico-motorio…  Si pensi invece al Pio XIII di Sorrentino: parliamo di The Young Pope, serie che nell'insieme ci è piaciuta.
Sorrentino è molto intelligente, e anche molto furbo. Ha colto il punto della questione (dal pdv di uomo di spettacolo, ininfluente che non sia credente): la Chiesa che "si aggiorna" fa un colossale flop, un fiasco epocale, perché  getta via il suo asset principale, che è il mistero e il carisma del mistero, in altri termini il sacro.
Due passaggi in particolare: il primo, quando  Pio XIII gela una suora anziana, cuoca dei papi, troppo friendly col nuovo arrivato al Soglio pontificio, asserendo che “ci vogliono rapporti formali, perché questi generano i riti, e i riti producono ordine”.  Il secondo, quando “il giovane Papa”, con una lucidità degna di  Augusto Del Noce, dichiara al suo Segretario di Stato (parafrasiamo):   “Si deve cambiare. Non dobbiamo andare noi verso i  fedeli” assumendo pose mediatiche  accattivanti,  “sono invece i fedeli che devono  venire verso di noi”,  ispirati dal senso di mistero e ordine che la Chiesa  “deve incarnare e dettare”.      
Tradotto nel linguaggio dello spettacolo: se tu hai, per dire, Catherine Deneuve a venticinque anni, non le metti un sacco in testa e non le fai recitare la parte dell'impiegata alle poste che si innamora del postino. In termini di spettacolo, la cosa è semplicissima, è così e basta.  
L’esatto contrario di quel che fa Papa Francesco. Ci si  perdoni la caduta di stile, perché pur sempre di un papa si tratta: ma Francesco deve recitare il ruolo più impegnativo del mondo, quello del Vicario di Cristo, perché lo gradisca o no, lo creda o no, quello è il suo ruolo nel theatrum mundi. E invece che fa? Si mette un sacco in testa  e recita la parte dell’ impiegato delle poste progressista, in nome di un cristianesimo dolciastro, user-friendly, da medico (dell’anima)  senza frontiere. O se si preferisce, da cappellano aggiunto  della secolarizzazione: un Papa Alitalia (che poi l'Alitalia vada male come la Chiesa, è un altro segnale interessante: due decadenze, certo di tipo diverso,  che però si abbracciano...), dicevamo un Papa Alitalia,  sempre sul piede di partenza  che rincorre i fedeli per tutto il pianeta.  Specialista in  civettuole conferenze stampa a quindicimila metri, invece  disdegnate, come i voli a gogò, dal Pio XIII di Sorrentino. 




In realtà, il Papa dovrebbe fare il Papa, nel silenzio. Anche se  a dire il vero,  Pio XII, parlava, parlava, parlava…  Si inventò il radio-messaggio. Nonostante ciò,  Sorrentino  ha giustamente vincolato il suo   Young Pope,  per ovvie similitudini  dottrinarie all’ eredità dell’ultimo Papa romano:  sugli  aspetti dogmatici, ma anche rituali,  Pio XII era un duro.     
Pertanto,  l’idea  di Sorrentino è giusta.  E  ha un suo valore: diremmo addirittura un piacevolissimo retrogusto  sociologico,  che ci fa capire che  proprio in una società che si dice  pluralista, se il Papa si mette a ripetere  le stesse cose che sono sulla bocca di tutti gli altri,  il pluralismo, visto che siamo in argomento,  va a farsi benedire. O no?    
Inoltre, per “buttarla” ancora  sul sociologico,  la dialettica movimento-istituzione -  come conflitto  tra dover essere ed essere delle cose sociali,  tra  ideali, teologici o meno  e vita istituzionale -  non è patrimonio esclusivo della Chiesa, ma rinvia alla  natura delle "istituzioni" sociali, che essendo tali, non possono non assolvere le loro funzioni specifiche, "normalizzatrici" degli ideali e delle ideologie "movimentiste" e quindi dei conflitti.  Ciò,  nel caso della Chiesa,  rimanda alla  produzione sociale del sacro,  quale funzione "normalizzata" o "istituzionalizzata" del trascendente, di cui, come istituzione,  è storicamente "specialista". Se però la  Chiesa non produce sacro ( semplificando: trascendente normalizzato),  essa si trasforma in un'istituzione filantropica in competizione con tutte le altre istituzioni filantropiche e sociali, come sta avvenendo. Tuttavia le società hanno necessità di sacro. Quindi, poiché le società non ammettono il vuoto istituzionale, tale funzione sarà svolta da altre istituzioni, ovviamente senza alcun riferimento (almeno a livello di rischio) al trascendente normalizzato, che è tipico della Chiesa. Di qui,  il pericolo di quei  totalitarismi profani  che hanno terribilmente e tristemente  "movimentato" il Novecento.
Se poi Sorrentino ci credesse,  non diciamo  nel cattolicesimo confessionale, ma nel sacro, come ad esempio ci credeva il suo esempio/maestro/originale Fellini, sarebbe meglio, perché gli si complicherebbe il lavoro e ne potrebbe uscire un'opera più interessante, sorprendente, profonda. Fellini, specie nei suoi primi film, gira gira gira intorno a un tema antico e straordinariamente fecondo, cioè a dire l' "inginocchiati e crederai" pascaliano.



In termini di rappresentazione, il tema pascaliano si declina facendo variazioni su un tema antico e bellissimo, che ha trovato la sua prima espressione compiuta in un dramma latino del teatro gesuitico seicentesco, il Phylemon Martyr di Jakob Bidermann, SJ. Storia: in una cittadina di provincia dell'impero romano, al tempo dell'imperatore Costanzo Cloro quindi poco prima di Costantino ma in un periodo in cui ancora vige il "non licet esse christianos", c'è una vivace e folta comunità cristiana, guidata da un intellettuale e notabile della città. Tutto va per il meglio, quando arriva l'ordine imperiale: bisogna venerare la statua dell'imperatore. Il prefetto locale chiarisce ai cristiani che nessuno cerca lo scontro frontale: basta un inchino, una cosetta, e tutto andrà pacificamente avanti come prima: ma il gesto formale va fatto. Reazioni variegate nella comunità cristiana, da chi se la fa sotto a chi dice io mi faccio martirizzare a chi non sa che fare e spera di defilarsi. Il leader cristiano non ha voglia di martirio, ma non ha neanche voglia di abiurare facendo una figuraccia. Gli viene in mente un'idea geniale: assumo un attore pagano che veneri l'imperatore al posto mio. E qui entra in scena Filemone, un suonatore di flauto, attore, simpaticissimo picaro amante solo dello scherzo, del buon mangiare & bere e della topa. La paga è ottima, e dunque Filemone accetta la scrittura. Però...però però, che succede? Succede che mentre prova la parte, Filemone si converte sul serio e diventa cristiano (c'è anche l'intervento diretto di schiere angeliche, con angeloni alati in scena, trabiccoli & carrucole per farli volare, tutto il bell’ambaradan della filodrammatica antica). Filemone si presenta davanti al prefetto, rifiuta di venerare la statua dell'imperatore, si fa martirizzare, e galvanizzati dal suo esempio tutti i cristiani gareggiano per la palma del martirio. Da questo nucleo tematico Rossellini, che con il cattolicesimo aveva un rapporto molto profondo e molto italiano, ha tratto uno dei suoi film più belli, Il generale dalla Rovere, con un immenso Vittorio de Sica come nuovo avatar di Filemone.
Dalla dialettica implicita nel simbolo cattolico e barocco del theatrum mundi - maschera/volto, uomo/attore, profano/sacro, scena/realtà - nascono possibilità molto interessanti e ricche. Si attiva anche l'algebra teatrale, quella in cui meno x meno = più: il teatro nel teatro, la rappresentazione all’interno della rappresentazione dice la verità (esempio celeberrimo, la rappresentazione teatrale che nell' Amleto si recita davanti agli assassini del re).
Pagella finale di Sorrentino: il ragazzo è intelligente ma non si applica abbastanza, con i suoi mezzi potrebbe fare di più.
Pagella finale di Papa Francesco: insufficiente. Perché se le cose più acute sul Papa Alitalia, benché in modo obliquo (anche come inquadrature), le dice  un mezzo ateo come Paolo Sorrentino, e non la melliflua  “Famiglia Cristiana” che, come prevedibile,  ha stroncato The Young Pope la Chiesa cattolica è messa proprio  male. A cominciare dal Papa.                   


Roberto Buffagni e  Carlo Gambescia