sabato 27 gennaio 2018

Sulla razza



Pitirim Sorokin, dopo una serrata analisi delle  “scuole antroporazziali”, giunge  alle conclusioni che il concetto di razza sia  una costruzione sociale e che, di conseguenza,   sul piano scientifico, qualsiasi prova a favore o contro, finisca sempre per collidere con l’impermeabilità degli uomini -   tenacemente attaccati alle credenze -   al cambiamento cognitivo (1).
Detto in altri in termini, si può giungere, come poi è accaduto, alla smentita scientifica del concetto non solo di superiorità di una razza rispetto ad altre, bensì dello stesso concetto di razza, senza per questo spostare di un solo millimetro la consapevolezza collettiva nei diversi gruppi etnici -   dunque una credenza -  a proposito della  superiorità morale degli uni sugli altri.  Una "prevalenza"  morale, in alcuni casi, come quando la modernità “bianca”   parla di “razza bianca”,  fondata inevitabilmente  sulla presunta superiorità della scienza.  Si tratta di un'osservazione importante:  perché se è vero che l’etnocentrismo ha origini antichissime,  è altrettanto vero che negli ultimi secoli, al culto della superiorità  verso lo "straniero" e il "barbaro",   si sono date basi scientifiche.  Insomma,  l’etno-scientismo rappresenta un fenomeno del tutto nuovo e devastante:  che  ha dato vita a quella scienza della razza e del sangue, che il  nazionalsocialismo, impregnato di torbido romanticismo,  ha condotto alle  estreme conseguenze.
Va sottolineato che per reazione  nei moderni  manuali di sociologia la voce razza è stata o espunta o marginalizzata  per demolirla,  confidando, forse troppo,  nel classico trinomio scienza-conoscenza-virtù. Il che infatti,  proprio per quella persistenza delle credenze evidenziata da Sorokin,  ha provocato contro-reazioni, addirittura di rigetto:  contraccolpi che confermano quanto sia difficile cambiare la mentalità sociale, che come un "basso continuo"  ci accompagna in modo apparentemente naturale:  a tratti si sente di più,  a tratti di meno,  ma si sente.
Ad esempio, il fatto  che  il mondo  di oggi sia nato da una guerra vittoriosa ma catastrofica contro il razzismo armato  e  che  il culto collettivo  della razza, nonostante tutto, sia  ancora socialmente  pericoloso,  comprova quanto  sia difficile, se ci si passa la metafora,  non farsi trascinare dal moto ondoso dell’etnocentrismo: quel permettere che la nostra ragione individuale si addormenti, cullandosi, ignara della prossima mareggiata,  al dolce  dondolio collettivo della  risacca dei luoghi comuni e delle frasi fatte. Purtroppo, non ci stancheremo mai di ripeterlo, l’uomo sociale al capire preferisce sempre il credere.
Che fare?  Vigilare, e insistere, comunque sia, sui processi educativi, senza però concedere nulla al nemico. Anzi ai due nemici principali della civiltà liberale:  1) il  nemico esterno, il razzismo,  di cui abbiamo già detto, e  quello 2) interno,  che nel suo assalto - in linea di principio  giustificato -  al razzismo,  estende però  le sue   critiche  all’Occidente, e in particolare ai valori che lo hanno fatto grande:  dalla democrazia liberale  all’economia di mercato.  
Un tempo,  questa ideologia si autodenominava  “terzomondismo”, oggi ha  assunto il nome di   “multiculturalismo”: una forma di razzismo rovesciato, anti-occidentale, che identifica razza e cultura, semplificando,  liberalismo  e razza bianca.  Quindi in ogni bianco ci sarebbe un liberale schiavista, quindi un cripto-capitalista, insomma uno sfruttatore e un colonialista, di ritorno o meno. 
In realtà,  il peccato originale del multiculturalismo consiste nella presunzione di colpevolezza dell’Occidente liberale. Come dire:  tutti uguali, ma gli occidentali meno degli altri, l'odiata razza bianca.  
Così però  non può andare.  Anche perché, per reazione, i razzisti interni  fanno  il gioco dei razzisti esterni. Una miscela esplosiva.

Carlo Gambescia  

 (1) P.A. Sorokin, Storia delle teoria sociologiche, Città Nuova Editrice, Roma 1974, Intr. di T. Sorgi,  vol. I, cap. V, pp. 211-300