mercoledì 16 maggio 2012


La guerra è guerra. E anche le democrazie liberali la "praticano".  Perché nasconderlo?  Perché parlare ipocritamente di “guerre democratiche”? Cediamo la parola all’ amico Teodoro Klitsche de la Grange che ci spiega le ragioni di questa (apparente) contraddizione, ricorrendo  agli "strumenti"  della politica pura, ossia    agli unici mezzi concettuali   capaci di squarciare il velo delle "buone intenzioni" democratiche.   
Buona lettura. (C.G.)



Guerre democratiche? 
Dipende
di Teodoro Klitsche de la Grange




Crediamo che compito di ogni scrittore di cose politiche, soprattutto oggi, sia quello di contestare e demolire gli idola (tribus, fori, specus) che il pensiero unico e i mass media da quello intruppati ci somministrano in quantità del tutto sproporzionata alla consistenza e verosimiglianza dei medesimi. Si pensi, ad esempio, alla diffusione delle guerre democratiche, variamente denominate, per lo più in inglese, rigorosamente evitando il termine “guerra”. Le quali si sono rivelate, per lo più, poco (o punto) utili a realizzare l’obiettivo politico esternato: la protezione dei diritti umani e/o la diffusione della democrazia. Difficili da realizzare in comunità che non hanno la stessa storia (e radici) del mondo occidentale. Non infrequentemente non sono riuscite nemmeno a realizzare l’obiettivo – meno ambizioso – di far cessare i conflitti locali, o, quanto meno, di ridurne gli aspetti e le conseguenze peggiori.
In realtà le guerre “democratiche” sono affette da alcune malformazioni congenite, cioè presenti nel DNA di questo tipo di guerra, come ricavabile dall’esperienza degli ultimi secoli e dai giudizi di tanti pensatori.
Ad esempio: la pratica di far guerra per esportare regimi politici è iniziata – nell’epoca contemporanea – con il decreto La Révellière – Lepeaux, approvato dalla Convenzione francese nell’inverno 1792 (“guerra ai castelli, pace alle capanne”). Il tentativo finì in una serie di guerre partigiane (di “religione” le definì Benedetto Croce) e di regimi di occupazione militare, politicamente satelliti della Francia.
Le buone intenzioni della Francia rivoluzionaria e poi napoleonica avevano il limite di non essere apprezzate dai destinatari di tanto affetto, spesso caduti in battaglia per difendere il loro modo d’esistenza. C’è il sospetto che, se questo si è verificato tra popoli facenti parte tutti della stessa civiltà (o cultura) cristiano-occidentale, a maggior ragione si dovrà ripetere con popoli di tutt’altra cultura. Peraltro, come notava Gaetano Mosca, la caratteristica fondamentale per l’affermazione di un regime politico “moderno” (nel senso di borghese-rappresentativo) è che si fondi sulla convinzione diffusa della separazione tra potere temporale e spirituale. Connotato tipico del cristianesimo, ed ancor più di quello occidentale: mentre è sconosciuto o debolmente fondato in altre culture.
In genere queste guerre hanno un’altra caratteristica, questa in contrasto con il diritto internazionale praticato fino a circa un secolo fa: mentre, a quei tempi, le guerre si concludevano con un trattato di pace, oggi si concludono con un processo (ai vinti, s’intende). Conclusione inutile, se non fosse anche tragica e irrispettosa dei diritti (dei vinti). E non si parla tanto dei diritti “umani” ma del diritto “proprio” del nemico, che consiste in primo luogo a poter essere lecitamente tale, cioè pari in pace e in guerra. Se Kant e Vattel consideravano naturale che la guerra si concludesse con un trattato di pace e che questo comportasse la “clausola d’amnistia” (cioè la rinuncia a giudicare gli ex nemici per i reati commessi nello stato di guerra) ciò era l’applicazione del principio del diritto internazionale che par in parem non habet jurisdictionem; che invece ha il superiore verso l’inferiore.
Processare il nemico è quindi affermare che il Giudice (il vincitore) è il protettore e il vinto è il protetto; al punto che può processare i vinti. Se a farlo poi sono i governanti dei paesi liberati (cioè quelli insediati dal vincitore) la violazione al diritto internazione è solo formalmente sanata, perché il mondo intero è a conoscenza che quei governi sono la longa manus degli occupanti: quindi, sul piano sostanziale, non cambia.
E sempre contraddicendo a quanto un tempo praticato, è diventato normale che si faccia guerra a qualcuno non perché ha violato i diritti o interessi dello Stato aggressore (o dei cittadini dello stesso) ma perché ha violato quelli di altri (meglio se trattasi di “diritti umani”). La prudenza di un teologo-giurista come Francisco Suarez – uno dei “padri” del diritto internazionale moderno – già condannava radicalmente questa prassi (facilissimo a convertirsi in pretesto): “ciò che taluni dicono che i re supremi hanno il potere di reprimere gli illeciti commessi in tutto il globo, è del tutto falso, e viola ogni competenza di poteri ordinati; tale potestà non è stata data da Dio, e non è giustificabile razionalmente”.
Concludendo, dovremmo far tesoro, tutti, anche in politica, di un antico adagio. Quale? Che le vie dell’inferno sono lastricate di “buone intenzioni”: e spesso solo esternate.

Teodoro Klitsche de la Grange

 Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).



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