venerdì 22 giugno 2018

"Governo del cambiamento"?  Si cominci allora dall’inversione 
dell’onere della prova per le obbligazioni  tributarie
O con Einaudi o con i suoi nemici
    di Teodoro Klitsche de la Grange





Salvini – ma tutto il “governo del cambiamento” lo sostiene – dice che è necessario abrogare l’inversione dell’onere della prova per alcune obbligazioni tributarie. L’intenzione, condivisibile, riduce comunque solo la punta dell’iceberg dei privilegi (sostanziali e processuali) della P.A. nei confronti del privato, spesso del tutto ingiustificati rispetto alle reali necessità pubbliche, come ai diritti dei cittadini.
A tale proposito, e sintetizzando, circa un secolo fa scriveva un grande giurista francese, Maurice Hauriou che nello Stato il diritto e la giustizia erano duplici: c’erano un diritto disciplinare e un diritto comune, cui corrispondevano una giustizia disciplinare (Temi) e una giustizia comune (Dike).
Ambedue le specie di diritto, istituzionale e comune, sono necessari, perché la società politica e quella economica non sono “praticamente separabili l’una dall’altra”; nella concezione di Hauriou, ai due diritti sostanziali corrispondono analoghi diritti processuali, caratterizzati dall’eguaglianza/e non eguaglianza delle parti e dal connotato di un rapporto (tra le stesse) gerarchico o meno.
Nell’ordinamento italiano vigente la posizione di non parità tra P.A. e privato deriva da una serie di “privilegi” e “disparità” a favore del potere pubblico, in parte riflettentisi nelle procedure giudiziari amministrative e tributarie (meno in quella ordinaria) quali:
1) Il carattere intrinsecamente esecutorio del provvedimento amministrativo (anche eseguibile ed esecutivo) cui, ovviamente, non corrisponde analoga situazione del privato.
2) Di conseguenza il potere pubblico non deve adire il Giudice per realizzare una pretesa, almeno negli ordinamenti “continentali”. Il privato si,
3) Anche se il giudice emette una sentenza o comunque un provvedimento a favore del privato e a carico della pubblica amministrazione, la pronuncia del Giudice non corrisponde alla pienezza dello jussum  tra  privati. Alcune statuizioni, sono del tutto vietate, come la revoca o modifica degli atti amministrativi
4) Determinate azioni non possono essere proposte (o proposte solo in casi determinati) nei confronti delle PP.AA. (possessorie e non solo).
5) Quello che è peggio è che lo stesso decisum ed anche se giudicato, non è, ove ad esser debitore è la P.A., trattato allo stesso modo che se ad esserlo è un privato. Esiste infatti una folta (ed apparentemente) disordinata legislazione[1] volta ad impedire – o almeno a ritardare – la soddisfazione delle pretese nei confronti della P.A., particolarmente diffusa negli ultimi venticinque anni e che è il caso di rivedere radicalmente. La legislazione suddetta vieta determinate azioni esecutive verso pubbliche amministrazioni (spesso di settore); istituisce termini dilatori a loro favore; talvolta impone ai Giudici la nomina di Commissari ad acta dipendenti delle stesse PP.AA. debitrici e così via. Tutte norme derogative di quanto prescritto per i privati[2].
E si potrebbe proseguire a lungo. È chiaro comunque che esistono differenze sostanziali, ripetute e crescenti tra il diritto applicato ai rapporti privati e quello tra P.A. e privati. Temi e Dike non sono mai state così distanti, come nell’ordinamento italiano della “seconda” Repubblica.
Tutti tali privilegi e disparità sono stati di nessuna utilità, anzi spesso hanno svolto la funzione di moltiplicatori dello sfascio burofinanziario nazionale. Negli ultimi venticinque anni il prelievo fiscale è aumentato; il debito pubblico non è calato; la spesa per il personale pubblico aumentato (dal 1980 al 2005 da € 21.822,00 a € 155.533,00) di circa 7 volte (fonte Eurispes), anche se, depurato dall’inflazione, detto aumento è molto meno drammatico; l’efficienza della P.A. (addotta spesso come ragione di privilegi e poteri) continua ad essere bassa e molto inferiore agli altri paesi europei continentali dotati cioè di un diritto amministrativo simile al nostro. Segno che tra poteri reclamati dalla burocrazia e efficienza della medesima non c’è quel rapporto virtuoso che viene sbandierato.
Attualmente in Italia nel processo tributario non sono ammessi giuramento, interrogatorio formale (è dubbio) e prova testimoniale; in quello amministrativo la prova per testi è ammissibile, il giuramento e l’interrogatorio formale no. La P.A. non ha necessità di chiedere al Giudice un titolo esecutivo, ma lo forma da se (privilegio decisivo); l’atto amministrativo gode della presunzione di legittimità; l’azione giudiziaria del privato non sospende l’esecutorietà dell’atto, ma questa dev’essere richiesta e disposta dal Giudice, e così via. Quando poi malgrado tutto ciò, il privato ottiene ragione, comincia la via crucis dell’esecuzione della sentenza, tra espedienti dilatori, trabocchetti e quant’altro, per lo più dovuti all’acuto senso dello stato di burocrati e politici della “seconda” Repubblica.
Si chiedeva il mio insegnante di diritto amministrativo Massimo Severo Giannini oltre cinquant’anni fa, quando la disparità tra privato e amministrazione era meno drammatica di oggi, in relazione al più semplice diritto inglese “l’ordinamento inglese, in cui nessun geniale giurista inventò il diritto amministrativo… è giunto più avanti degli ordinamenti continentali. Sulla distanza il diritto amministrativo «continentale» si è rivelato una complicazione ed un impaccio. Che sia arrivato il tempo di distruggerlo?”.
Per cui speriamo che una delle missioni del “governo del cambiamento”  non sia (solo) di rivedere l’inversione dell’onere probatorio, ma molto di più: di ripristinare, salvo casi eccezionali (guerre, disastri naturali e così via) la posizione di parità tra le parti (più Dike e meno Temi), o meglio di ridurne le distanze. L’efficienza della P.A. non ne subirebbe nocumento, ma la libertà ne avrebbe da guadagnare.
Silvio Spaventa e Luigi Einaudi sarebbero d’accordo.
Teodoro Klitsche de la Grange

Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).





[1] Il disordine è apparente, perché lo scopo di tutte le norme è lo stesso: impedire o ritardare i pagamenti dei creditori della P.A..
[2] Tale legislazione è spesso giustificata con la situazione di emergenza della finanza pubblica. Ma è chiaro che, come sa qualsiasi bonuspaterfamilias, il modo migliore per ridurre il disavanzo pubblico è pagare i debiti e non procrastinarli (quindi perpetuarli) nel tempo.

giovedì 21 giugno 2018


Al burocrate italiano  non far sapere  quanto è  buono Dublino con le pere…



Di tutta questa storia, abbastanza complicata per la gente comune, degli Accordi di  Dublino, del Frontex,  dei movements, secondari e primari di immigrati,  gli italiani, parliamo dell’italiano medio, dal tassista all’impiegato, dal pensionato alle maestra, dalla parrucchiera al ragioniere,  dall’operaio al coltivatore diretto,  ha capito ben poco. L'unica cosa che sembra aver capito, grazie a un governo irresponsabile,  è quella che l’UE vuole scaricare sulle spalle degli italiani tutti gli immigrati, i clandestini, i profughi, chiunque, insomma  bussi  alla  porta del Mediterraneo.  "Ci vogliono invadere. E la colpa è dell'UE". Così la banda Salvini. 
Risulta interessante, e meriterebbe uno studio a parte (perché la materia è poco frequentata), come avviene, e con quale riduzionismo concettuale,  la traduzione del discorso pubblico, per così  dire,  in pillole mediatiche.
Si prenda, ad  esempio,  la distinzione tra immigrati  di primo e secondo movimento.  Per movimenti secondari si intende la circolazione  dell’immigrato all’interno dell’UE. Dublino prevede che se  un richiedente asilo, la cui pratica non è stata ancora chiusa, abbandona il paese in cui è arrivato, per recarsi in un altro stato Ue,   quest’ultimo, semplificando, può però rispedirlo nel paese dove è approdato.  L’Italia, pretende la ridiscussione di questa norma (insieme ad altre, ovviamente). 
Il punto fondamentale però,  non sono gli arrivi, tra l’altro diminuiti, negli due anni,  dell’ottanta-novanta per cento, grazie alle intelligenti politiche di Minniti, ma la burocrazia italiana, che, purtroppo storicamente, non è in grado di chiudere pratiche in tempi ragionevoli, nonostante l’afflusso sia diminuito.  Quindi sarebbe il caso di riporre lo schioppo.
Invece però  di farsi un  esame di coscienza  e  poi prendere  a calci qualche (si fa per dire)  burocrate, Salvini dichiara da Vespa  “che è in gioco l’onore dell’Italia”.  Qual è il messaggio che riceve la gente comune? Che ha dimenticato -  non è sede questa per esaminare il perché -  cosa accadde con un signore che da Palazzo Venezia, un giorno sì l’altro pure, si riempiva la bocca, imbottendo  molte zucche vuote, però osannanti, con l’onore dell’Italia?    Qual è allora, ripetiamo, il messaggio?    Lo stesso  di una finale della Coppa del Mondo di Calcio tra Italia contro Francia o Italia contro Germania.  La traduzione mediatica -  le pillole di cui sopra -   è la seguente:   “Questa volta vinciamo noi, li facciamo neri”.   E giù cori, insulti, lanci di oggetti vari,  eccetera, eccetera. 
Chi governa, dovrebbe invece  pesare le parole. E soprattutto evitare di infiammare,   persone e soprattutto folle, che già, costitutivamente,  non capiscono di proprio,   con parole d’ordine,  vuote e pericolose. Si dirà è la democrazia. Un poco di ciccia  in pasto alla gente  si deve pur dare. Certo, ma dove fermarsi?  La democrazia,  senza un correttivo liberale, dunque la liberal-democrazia,  rischia sempre la deriva demagogica:   senza  un sano liberalismo realista, che non gioca con le parole, il pericolo resta  quello del Cesare, del Castigamatti, dell'Uomo della Provvidenza. E cocci finali.          
Anche perché, se proprio di onore dell’Italia, vogliamo parlare, lo si difende, allora, con un' amministrazione  snella, capace di funzionare, che sbrighi le pratiche  in tempi ragionevoli, mettendo gli altri stati UE davanti a precise responsabilità ("Ecco noi siamo pronti, voi?).   
Perché, diciamo la verità,  con la burocrazia, così com'è,   sarebbe difficile vagliare anche  poche decine di pratiche al mese.  Insomma, se ci si passa la battuta:  al burocrate italiano  non far sapere quanto è buono  Dublino  con le pere…   Nel senso che si mangia le pere  e non fa un cazzo (pardon), aspettando che qualcuno gli tolga le castagne di Dublino dal fuoco.  "Bella la vita, dicevi tu",  cantava Renato Zero.
Perché non si interviene?  Per la semplice ragione  che le burocrazie italiane, dai tribunali ai ministeri, persino le forze armate,  sono potentissimi gruppi di pressione, che non si possono toccare e succhiano soldi. Gli stessi  che ora vorremmo centuplicati dall'Unione Europea. Quando si dice il caso... 
Di conseguenza, in particolare quando un governo, come quello giallo-verde,  campa  sul nazionalismo,  è molto più facile, gonfiare il petto e andare allo stadio con il tricolore. Per inciso, nazionalismo e parassitismo sociale (che regolarmente si serve del protezionismo)  s’intendono alla perfezione.      
Tradotto in pillole, per l’italiano medio di cui sopra:  prendersela con  i  “Dittatori di Bruxelles” è molto più semplice.  Così come  era facilissimo  per  il Duce  prendersela con le  demoplutocrazie giudaiche.  Poi qualcuno gli presentò il conto.  A pagarlo però furono tutti gli italiani…

Carlo Gambescia      
              

mercoledì 20 giugno 2018


Alle radici (sociologiche)  del razzismo
Salvini scherza col fuoco


Il razzismo per chiunque lo abbia studiato seriamente è una brutta bestia, sì l’ultimo termine è forte, ma sostanzialmente corretto. In termini tecnici,  si parla di etnocentrismo, come fenomeno scalare,  fondato alle origini, sul pregiudizio di  supremazia di un gruppo etnico sull’altro.  Non è dunque  solo una questione di colore della pelle,  ma, come indica il prefisso,  di popolo,  quindi il pregiudizio  si estende alle scelte religiose, politiche, sessuali, economiche, culturali, eccetera.   
Di regola, l'etnocentrista, o per essere più precisi il razzista, quale etnocentrista apicale, rivendica idealmente la propria superiorità "gruppale",  per poi praticarla introducendo nella vita reale  discriminazioni legali.  Quindi esiste un razzismo ideale, che resta a livello di pregiudizi diffusi, e un razzismo ideale-reale che mette in pratica.  Pertanto in una società possono esistere pregiudizi razzisti a livello culturale, come ad esempio nella società italiana, ma non una legislazione, come negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche dopo la guerra civile,  che converte i pregiudizi in norme di legge o comunque  che li recepisce  come  consuetudini sociali con  la stessa  cogenza delle  norme. 
Ora, il tentativo di Salvini di proporre la schedatura dei Rom rientra pienamente nella categoria del razzismo ideale-reale. Se approvata,  saremmo davanti  alla  legalizzazione del razzismo. Un salto di qualità, per così dire (pur considerano i gravissimi precedenti del 1938). E questo in un’Italia e in  un’Europa che nel Novecento hanno vissuto, sulla propria pelle, l’attacco gigantesco delle forze bestiali dell’antisemitismo e del razzismo.
Molti sembrano  non  ricordare  - a parte neofascisti  e neonazisti, che se ne vantano tuttora, anzi in questi giorni di “letizia”, sono usciti dalle fogne -   la catastrofe  del razzismo applicato.  La distruzione di milioni di vite  umane solo perché non pure sotto il profilo razziale,  Come  del resto sembra accadere,  davanti  al pericoloso  agitarsi del “sovranismo”,  con il ricordo  dei danni catastrofici provocati dai  nazionalismi armati.
Perché questo? Per una ragione semplicissima:  la necessità del nemico,  come  bisogno di addossare all’altro, al diverso da noi,  le colpe vere o presunte dei nostri problemi di adattamento sociale. Le società hanno necessità  di capri espiatori per  reintegrare e rafforzare il proprio spirito di superiorità. E in questo  buco nero il razzismo trova i suoi proseliti, prima tra gli scontenti, i falliti, i collerici, i nevrotici,  dopo tra gli ambiziosi, gli intransigenti, i vanitosi, gli istrioni. 
Di regola,  più una società è mobile, quindi aperta alle carriere, più nascono problemi di adattamento, perché la socializzazione culturale ha tempi più lunghi rispetto  all’adattamento economico e sociale.  Di qui, la discrasia culturale  tra coloro che ce l’hanno fatta e coloro che non ce l’hanno fatta.  O che  comunque, per varie ragioni, anche ideologiche, non credono nel valore del cosiddetto ascensore sociale.  Persone che non hanno “introiettato”, socializzandola, la cultura  competitiva,  ma al fondo benefica,   delle società liberali. Non capiscono che il fallimento di alcuni è il seme per il successo di altri.     
Il razzismo, come provano moltissimi studi, prospera, all’interno dei gruppi sociali più poveri -   o che si ritengono tali -   ma  meno poveri dei gruppi sociali, che sono subito sotto di essi. Per farla breve: dove  la povertà - sempre in chiave soggettiva -  è relativa (quindi non assoluta),  maggiore il bisogno di un capro espiatorio al mancato adattamento.
Per contro, i gruppi sociali più in  alto, che hanno  completato, per ragioni culturali in particolare, il processo di adattamento, non hanno bisogno di capri espiatori sociali.  Il che spiega - parliamo sempre delle società mobili (dove la mobilità è un valore) - la posizione antirazzista delle classi  elevate.
Sia chiaro però, il razzismo  e l’antirazzismo non sono legati al reddito economico,  ma al mancato (o meno) adattamento  tra carriera sociale e convinzioni culturali.
Quale può essere la morale politica della nostra analisi? Quanto più alto è il  livello di  risentimento sociale,  legato non sempre  alle reali condizioni economiche, ma più  semplicemente al sistema delle aspettative sociali crescenti,  vincolato, a sua volta,  alla  memoria sociale a breve (passato prossimo), cioè non consapevole del progressi  fatti a lungo termine ( passato remoto),  tanto più aumenta il rischio della ricerca di un capro espiatorio.  E dunque del razzismo "reintegratorio", per così dire.  
Il risentimento, come noto, non dipende dalle condizioni economiche reali (quindi  da un giudizio oggettivo), bensì da valutazioni  personali (soggettive), prodotte dal grado di adattamento. In sintesi, maggiore è l’adattamento, minore il bisogno di cercarsi un colpevole, dunque un nemico. 
Il che non significa, che in  politica non esista la figura del nemico. Esiste eccome. Però accanto a essa,   esiste la figura del nemico immaginario. Ed è quella di cui si serve il razzismo. O se si preferisce, per parlare difficile, l'etnocentrismo apicale.   
Salvini, ad esempio, è un seminatore di odio per eccellenza, che gioca sul disadattamento  altrui, causato da quel risentimento diffuso contro tutto e tutti  che pervade ormai la società italiana da almeno un quarto di secolo. Tra le campagne politiche e mediatiche  contro le "caste" e il razzismo c'è un legame assai stretto.   
Salvini, ovviamente  fa  questo  per ragioni di potere,  mosso da ambizioni personali, contando su non comuni capacità istrioniche. Però, di fatto,   scherza con il fuoco.  E dire, come si legge,  che è dalla parte della ragione perché gli italiani sono con lui,  è roba da fascisti: il  linguaggio  del demagogo  che spiana la strada al tiranno, usando artatamente la democrazia contro la democrazia.  
Diciamo invece che gli italiani sono sempre più prigionieri del risentimento sociale. Il che è molto pericoloso perché si tratta di uno stato d'animo, qualcosa di  totalmente sganciato dalla situazione reale .Una forza poco controllabile.  Insomma, la bestia razzista potrebbe risvegliarsi  e la storia  ripetersi. Purtroppo. 

Carlo Gambescia    

martedì 19 giugno 2018

Gli insulti  della sinistra  rafforzano  il leader della Lega 
Salvini però resta  pericoloso 
(e vi spieghiamo perché)





Salvini ama  la  provocazione. Al riguardo  si è parlato di campagna elettorale permanente. In realtà però  -  parliamo del  Ministro dell’Interno -   alle sue  "sparate"  sembra far  seguire i fatti.    
Uno. L’Aquarius  ha trovato le porte chiuse in Italia.  Invece, fortunatamente, ha  trovato aperte quelle spagnole. Inciso:  sul rapporto provocazione-fatti, occorrerà capire, se sotto pressione, Salvini  riuscirà  a mantenere il controllo.  Al momento mostra di essere un abile dissimulatore, pescando ovviamente, per le idee basiche,  all’interno di un immaginario di estrema destra.
Dicevamo, Salvini ha sbattuto la porta in faccia a  circa seicento disperati. Agendo però  "da papà, nell’interesse dei bambini italiani  e africani".  Sottotesto, ognuno tutelato, “ ma a casa sua”, meno immigrati in Italia, più risorse per  i figli italiani  e briciole (ma non si  dice) per quelli africani. Il discorso, quello dei bambini,  è chiaramente razzista,  eppure Salvini usa la parolina magica: lui è un “papà”. Che si preoccupa per i suoi bimbi. Anzi,  per tutti i bimbi del mondo.
Due. Da Ministro dell’Interno, dichiarazione delle ultime ore,  vuole censire i Rom:  cosa inutile, come la prodezza dell’Aquarius  ( a fronte di una riduzione di quasi il novanta per cento degli “arrivi” via Mediterraneo). Per i nomadi,  in caso di  illeciti penali, come per tutti gli altri cittadini, bastano le normali misure di polizia. A che serve censirli?   A meno che,  non si voglia introdurre una legislazione speciale  su basi etniche. Questo potrebbe essere il retro-pensiero, neppure tanto retro, tipico di  quell’ immaginario di estrema destra che anima le scelte concrete di Salvini. Quindi saremmo davanti, a un atto di vero e proprio razzismo. Eppure il leader della Lega, anche in questo caso, usa una parolina magica: nessun censimento la nostra è una “ricognizione”. Et voilà, il gioco (dissimulatorio) è fatto.
Quando scriviamo che Salvini è pericoloso,  ci riferiamo alla sua capacità di dissimulare, di  giocare abilmente con le parole, nascondere, occultare, pur  facendosi capire quanto basta,  dai suoi lettori. Tiger, l’indiano, inseparabile amico di Tex,  direbbe che Salvini parla con lingua biforcuta.   
Per fare un esempio, forse eclatante, che però  piace tanto alla sinistra: Hitler, negli Trenta, fino alla guerra, ogni volta che riarmava e  si pappava un vicino,  dichiarava che quel che faceva era solo   per la pace, che lui era un uomo di pace, e che quella era l’ultima volta… I britannici, per esempio abboccarono. Inutile ricordare come finì.
Si noti, oggi,  il comportamento della Commissione Europea durante la crisi dell’Aquarius: silenzio assordante. Si veda, pur con modalità diverse, come Francia e Germania,  mantengano, nonostante tutto,  un atteggiamento  di apertura nei riguardi di un’Italia, impresentabile,  populista e fascistoide. 
Il problema non è semplicemente  legato al fatto che l’Italia, “ora alz[i] la voce”, bensì, a un altro capolavoro politico di Salvini che ha incoronato come Presidente del Consiglio, ingannando  i fessacchiotti pentastellati, una figura mediocre quel tanto che serve (all'interno), ma capace di parlare (all'esterno) la lingua di legno dell’Ue, senza però essere dalla parte dell’Ue:  Giuseppe Conte.  Sia detto per  inciso,  Salvini, per ora,  mostra di essere  anche fortunato: 1)  la Spagna  lo ha tirato fuori da successive, non simpatiche,  prove di forza; 2)  ha  trovato dinanzi  a sé un Mattarella politicamente innocuo o quasi.  E non solo  in occasione  dell'Aquarius: il governo giallo-verde è una specie di  regalo del Presidente della Repubblica. Mai dimenticare che la fortuna in politica, fin che dura, ha la sua importanza. 
Pertanto, l’isteria  della sinistra, che grida al nuovo Hitler, guardando solo al “prodotto finale” (guerre, e campi di sterminio), per un verso colpisce nel segno, per l’altro però  sottovaluta il “prodotto in progress”, ossia per quali vie dissimulatorie  Hitler, imbrogliando  gli elettori, vellicandone gli istinti carnivori, pervenne,  non solo al potere,  ma  causò  la distruzione della Germania e di un mucchio di altre nazioni.
Occorre invece mantenersi sul piano razionale. Calma e gesso, come davanti al tavolo del biliardo. Perché gridare ai quattro venti, come fa l'inconcludente Martina,  che “il censimento dei Rom è aberrante”? Perché insultare?  Basta  dire, con tutta la calma del mondo, che è  inutile. Come era perfettamente inutile, perché potevamo accoglierli senza alcun problema, tenere a mollo, per una settimana,  tra l’altro a spese nostre (o quasi), i  disperati dell’Aquarius.
Allora, forse,  una risata potrebbe fare di più del severo cipiglio dell’antifascista dolente?  Non ne siamo sicuri,  anche  perché,  i comici televisivi,  già  esercitano la  loro  vis  senza grandi risultati, e solo contro la destra o quasi… In realtà,  al buon senso di Salvini, che è finto, andrebbe opposto il buon senso, vero, di un’opinione pubblica riformista e liberale. E, cosa più importante,  di partiti capaci di intercettare il voto moderato, non di strepitare come bambini capricciosi. I necrofori, come Martina, non portano da nessuna parte.
E  invece ci si agita,  ci si offre al ridicolo: perché, per ora -  ecco  il punto - Salvini  non è  Hitler. Però, però, però,  come l’autore del  Mein Kampf,  è un grandissimo  dissimulatore. Un istrione di prim'ordine. Su questo punto si dovrebbe insistere, razionalmente, evidenziando le contraddizioni. Sempre che, Salvini, di qui a qualche a tempo, se messo sotto pressione, provi  di “ non saper reggere”.  E  abbandoni il campo. Se  non si hanno (fino in fondo) le capacità,  la fortuna da sola non basta.  Quindi anche questa è un’incognita. Interessante. Da seguire.
Ripetiamo, per ora,  l’unica cosa che non si deve fare  è insultarlo, perché si  rischia di  trasformare il leader post-padano in  vittima: il  dissimulatore non cerca altro…   O peggio ancora,  si rischia di   offrire  il destro all'ironia.  Facile  immaginare  il twitt di Salvini in argomento: "Certo, io nazista. Passatemi  Himmler." Con Martina a fare la figura di  Castellani, la spalla di  Totò, che si sente rispondere dal Principe: "Ah!, Lei è l'Onorevole Trombetta, coniugato con la Signora Bocca, Trombetta in Bocca".
Al di là delle battute, la  questione è delicata, molto delicata.  Serve il fioretto. Se non addirittura il veleno.       
Carlo Gambescia     
                                                         

lunedì 18 giugno 2018

L’ultima fatica di  Fabio Massimo Nicosia
Quell’abusivo dello Stato…


Ci sono dei libri interessanti a prescindere. Si può essere d’accordo o meno con le tesi dell’autore, ma li si deve leggere, perché, comunque sia,  arricchiscono la conoscenza, forniscono prospettive originali, segnalano altri volumi  che vanno letti se non  riletti in una luce nuova.
A questa categoria  di testi appartiene l’ultima fatica di Fabio Massimo Nicosia, L’abusiva legittimità. Dallo  Stato ai common  trust (De Ferrari Editore, Genova 2018, pp. 505, euro 35,00).
Nicosia è un  avvocato,  studioso di filosofia,  diritto, economia  e politica,  su posizioni libertarie e analitiche,  nei termini  di un' indagine flosofico-linguistica dei concetti usati  nelle dottrine  giuridiche ed economiche (insomma, come combattere il fuoco con il fuoco).
Per capirne  meglio   la posizione, probabilmente unica nel panorama anti-statolatrico italiano, se non internazionale, vanno  letti, tra  i suoi  numerosi scritti, due  volumi in particolare: Il dittatore libertario - Anarchia analitica, tra comunismo di mercato, rendita esistenza e sovranity share (Giappichelli, Torino 2011) e  Beati possidentes (Liberilibri,  Macerata 2004). 
In questo senso, una volta approfondito il pensiero di Nicosia, sarebbe interessare tentare comparazioni con le analisi di Hoppe e Block sul fronte an-archico  e di  Nozick   (il primo) e Hayek su quello  micro-archico, nonché  con quelle archiche di  De Jouvenel e Aron (sulle categorie archico, an-archico, micro-archico, macro-archico si veda il nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Il Foglio Piombino 2012).
Ma torniamo sul punto.  In L’abusiva legittimità,  per parafrasare il titolo di un famoso libro di Ronald Dworkin,  Nicosia  mostra e  prova di essere  dalla parte del  mercato, ma, attenzione: solo quando la mano invisibile, un misto di interessi e simpatia (se abbiamo ben capito la riposta di Nicosia al "problema" Adam Smith),  viene  presa  sul serio.
Come? Nel senso di una moderata pienezza economica di partenza degli attori (insomma, un qualche appetito deve rimanere), da raggiungere redistribuendo e monetizzando  tra i cittadini  i beni patrimoniali dello  stato, disponibili e indisponibili.  In sintesi:  dal Colosseo alle spiagge.   Beni, che prima però  andrebbero contabilizzati e iscritti nel  bilancio dello stato, proprio per l’elevatissimo valore che hanno. Dopo di che, gli stessi beni andrebbero ceduti ai  cittadini, a completamento del processo di monetizzazione-redistribuzione di cui sopra. Dulcis in fundo, i  cittadini  potrebbero  - O dovrebbero? Potrebbero... -   anche associarsi per gestire, ad esempio, il marchio Colosseo, eccetera, eccetera. Soldi, soldi su soldi, onda su onda, per dirla con  Paolo Conte.
Ciò significa che  lo stato dovrebbe fare almeno  dieci passi indietro. Nessuna  distruzione violenta, bensì  autoconsunzione  ad  opera di una società degli individui, che si trasforma, auto-organizzandosi liberamente,   dall’emissione di  moneta, alle gestione del patrimonio artistico,  alla protezione sociale, e così via. Un capital-comunismo, gentile e libertario.  Oppure, se si preferisce,  mano invisibile, ma presa sul serio.
Dal punto di vista di una teoria del diritto, dell’economia e della società,  siamo dinanzi a un maestoso disegno che si oppone a qualsiasi ipotesi di  società gestita dall’alto, da un stato opprimente,  abusivo o addirittura ladro di legittimità (nella sua versione totalitaria sia pubblica che, peggio ancora, privata e pubblica insieme).  Nicosia  tratteggia insomma  una società che si sviluppa dal basso, autogestendosi e autolegittimandosi,  attraverso produzione, scambio e consumo, tutto rigorosamente a somma positiva.
Naturalmente,  abbiamo sintetizzato uno studio di cinquecento pagine, diviso in due grandi sezioni:  “I. la pretesa abusiva al monopolio della legittimità” (pp. 17-358); “II. La soluzione di diritto comune al paradosso unisoggettivo “(pp. 359-502), divisi in numerosi sezioni e sottosezioni.  
Il lettore però non  si spaventi: il libro si legge d’un fiato, diremmo al galoppo:  ci si immerge in "ritmi, canzoni, donne di sogno, banane e lamponi (per dirla sempre  Paolo Conte).  Nicosia, mostra di saper tenere la penna in mano. Perfino le note al testo, non poche, dalle bibliografiche alle  esplicative, fino a quelle in cui indicano, en passant, nuove prospettive di ricerca, si leggono con piacere, diremmo soddisfazioni e gratitudine.   "Stupenda l'isola è, ci sono palme bambù, è un luogo pieno di virtù", per citare di nuovo il  Maestro.
Fabio Massimo Nicosia

Nella prima sezione  si affronta  alla decostruzione analitica dello stato, autocentrato su se stesso,  monopolista o quasi, senza scuse,  che abusa del proprio potere reinventando di volta, la propria sfera di legittimità, allargandola alla tutela di diritti sempre più improbabili, ma capaci di  favorire una  sottomissione di cittadini semisocializzati,  schiavi e contenti.  
Nella seconda sezione, si vola ancora più alto, verso il nuovo  disegno  di una società autogestita, dove ogni singolo è banditore di se stesso, fluttuando da un  common trust, o fondo sociale all’altro, da una associazione museale a una balneare, emettendo moneta, pagando stipendi, realizzando profitti. Con sullo sfondo un stato che va deperendo, perché sempre più inutile  dal punto di vista della costruzione sociale. E il tutto su un piano, grazie alla preventiva redistribuzione tra cittadini, non più da schiavi del diritto statale, ma da  singoli proprietari effettivi, con tanto di  poteri di godimento e disposizione,  di un  patrimonio pubblico, prima inerte, ora trasformato,  in moneta di cittadinanza, ma anche in flusso reddituale e ricchezza collettiva, senza che per tutto questo ben di dio  nessuno debba ringraziare nessuno.  Ripetiamo: la mano invisibile, presa sul serio.
Diciamo che quello di Nicosia è un istituzionalismo sociale, a  base individualistica, di grande rigore e consequenzialità, che poggia su indubbie basi utilitaristiche: ma, attenzione,  quello che il costruttivismo welfarista (da Bentham a Pigou)  riconduce  all’idea di uno stato benefattore,  nel libro di Nicosia viene ricondotto all’individuo,  benefattore di stesso, e  di riflesso, una volta monetizzati i punti di partenza, di una libera  società delle istituzioni e non di una istituzione,  lo stato, come oggi  lo conosciamo,  con tutto  intorno un ristretto nucleo di avvoltoi,  di assatanati competitor  e "corporati".
L’escamotage teorico  della contabilizzazione-monetizzazione. redistribuzione  dei beni patrimoniali, come vòlano, prima della parificazione poi della crescita,  è in qualche misura la mossa vincente nella gigantesca partita a scacchi  con il potere,  intrapresa, crediamo fin da giovane studente,   da Massimo Nicosia.
Vincente in teoria. E in pratica? Difficile dire.  Se c’è  un grande assente in questo libro, a nostro avviso, libro comunque importante, da leggere e metabolizzare,   lo si può ravvisare nell’assenza del politico, come distinzione tra amico-nemico, istituzione-movimento, progresso-decadenza,  comando-obbedienza e  di  altre costanti e regolarità,  da noi definite, sociologicamente,  come metapolitiche (cfr. G. Gambescia, Metapolitica. L’altro sguardo sul potere, Edizioni il Foglio, Piombino 2009). Forme della politica, nel senso che pur cambiando nei contenuti storici, rimangono inalterate, riproponendosi in età diverse. Insomma, una metapolitica concreta, non  musica da camera intorno all'idea di stato perfetto.
Nicosia, quando affronta la questione delle origini dello stato, si occupa della questione della violenza, della conquista, della sottomissione. L’impressione però è che si accontenti di una visione patologica del potere. Il quale, invece, piaccia o meno,  ha una sua fisiologia. Delle forme  metapolitiche, come abbiamo visto. Ci spieghiamo meglio, formulando un domanda, da banditori di noi stessi.
Come escludere, che  - semplificando -  una volta contabilizzati,  redistribuiti e monetizzati   i beni  patrimoniali  non si riformi un qualche monopolio politico, perché i nemici, i processi di istituzionalizzazione,  disciplina e capi, pena la decadenza di un sistema politico e sociale,    ci sono  e ci saranno sempre?
Ci si può rispondere che, ponendo la questione, introduciamo un elemento di pessimismo antropologico. E che quindi confondiamo  i fatti con i valori. Ma le stesse considerazione non  possono valere per l’ottimismo antropologico?
A dire il vero,  crediamo che  Fabio Massimo Nicosia  non sia ottimista né pessimista (antropologico), ma  un realista che crede nella logica analitica dei concetti, se rettamente intesi,  e delle istituzioni, quando frutto di consapevoli  decisioni individuali. Egli crede, secondo la migliore tradizione anglo-sassone, nel common law, che è diritto collettivo e del singolo al tempo stesso, che nasce in basso e non viene dall'alto. Semplificando al massimo: consuetudini giuridiche con radici sociali, contro motorizzazione dall'alto del diritto.  Un farsi in comune che parte dall’individuo e torna all’individuo. Un libero fluire delle cose, dei diritti e degli uomini. Un realismo placido del buon senso, senza vinti né vincitori, solo banditori di se stessi.  Ammirevole. Il rischio però è che il  politico, nel senso metapolitico qui inteso,  come la verità, poi finisca per vendicarsi.

Carlo Gambescia      
                  

          

domenica 17 giugno 2018

La copertina de "L’Espresso"
Tra i due litiganti,  la democrazia non gode



Diciamo subito che la copertina de  “L’Espresso”  non ci piace. Avremmo preferito  le foto di Salvini, Di Maio e Conte, con  un strillo, che invece,  più o meno,  poteva  essere questo: “Il partito  dei mediocri. Come si affonda l’Italia”. 
Insomma, una copertina,  forse  di impatto minore, ma incentrata sull’invito al ragionamento. Per contro, la scelta fatta non invita all’argomentazione  bensì  alla pura e semplice contrapposizione tra coloro, in particolare certa sinistra,  che vogliono aprire le porte a tutti,  e  chi, la destraccia razzista, vuole chiudersi dentro casa.
Un copertina come quella de “L’Espresso”  fa un favore a Salvini e accoliti: cade  prigioniera  del gioco dell’avversario.  Che così potrà  atteggiarsi a vittima.  E, di riflesso,  aizzare il “popolo” dei suoi  elettori contro gli immigrati, clandestini e non, difesi dalla sinistra, dei “signori”.
Nell’ ultimo anno, con Minniti, al Ministero degli Interni, prima dell'avvento dei "la pacchia è finita" (che finezza, eh...),  i barconi  erano spariti dalle prime pagine, un atteggiamento mediatico confermato dagli eccellenti dati forniti dal Ministero: gli sbarchi ridotti del novanta per cento. Quella è la politica che funziona, senza proclami, eccetera, eccetera. 
Purtroppo gli elettori, non hanno capito, e hanno mandato il Partito Democratico a casa, facilitandone l’involuzione, per così dire,  castrista,  estesasi  a quasi  tutta la sinistra,   che ha portato a copertine come quella de "L'Espresso".
Salvini, come ogni populista sta imbrogliando i suoi elettori,  amplificando la paura, screditando gli avversari, giocando sul muro contro muro.    Si dirà è la democrazia bellezza.  Salvini è stato votato dal "popolo sovrano". I Cinque Stelle, ormai in balia del leghista, sono stati anch'essi votati  dal "popolo sovrano".  
Diciamo che  invece è la probabile fine della democrazia.  Perché Salvini non potendo mantenere le fantasiose  promesse economiche e sociali  pigerà sull’acceleratore del capro espiatorio, accentuando gli attacchi razzisti.  La sinistra, che invece vuole dimenticare (come per uno stramaledetto spiritaccio da cupio dissolvi)  ciò che di buono, non poco, ha fatto il governo Renzi, a cominciare dalle politiche di  Minniti, si prepara, come prova la copertina de “L’Espresso”, a ribattere colpo su colpo: irrazionalità a irrazionalità: pallottole retoriche contro pallottole retoriche. Per ora.
Insomma,  per dirla alla buona, tra i due litiganti, la democrazia non gode. Soprattutto perché  il dibattito pubblico rischia di essere confiscato da  due questioni immaginarie: aprire a tutti, chiudere a tutti. Con contraccolpi per la democrazia - ripetiamo -  che potrebbero essere devastanti.  Tra i quali, non possiamo non ricordare  quel diffuso  senso di isolamento politico, ma persino psicologico, interiore addirittura,  che sta pervadendo l’elettorato moderato, liberale e  riformista, il "sale sociologico" della democrazia rappresentativa: elettori che non si riconoscono  nel populismo, a sfondo razzista di Salvini, né nella retorica sbrodolona che trasuda dalla copertina de “l’Espresso”. 
Elettori  che vagano  in cerca di rappresentanza politica.  Ma questa è un’altra storia.   


Carlo Gambescia

                        

sabato 16 giugno 2018

La riflessione
Neofascisti? 
Che barba, che noia...

Neofascisti in Campidoglio, "festeggiano" l'elezione di Gianni Alemanno a Sindaco di Roma (Fonte: http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/saluti-romani-alemanno/1.html


Un mondo pittoresco ma pericoloso
Conosciamo molto bene l’ambiente neofascista, in tutte le sue sfumature, dai camerati pazzi e disperati  che scorgono alleati perfino nel Daesh ai mascalzoni corrotti, o solo stupidamente ambiziosi  che,  una volta promossi,  hanno  dato pessima prova di governo  negli anni berlusconiani. 
In mezzo,  una fauna di scontenti, falliti, mitomani, post-funzionari e post-giornalisti di partito, cacciatori di fondi pubblici per improbabili iniziative "culturali" , gente, gli ultimi in particolare, che non ha ancora capito che la festa è finita.  Ognuno però  con la sua parola d’ordine che rinvia al fascismo immaginario e reale. Sostanzialmente, dal punto di vista ideologico, si tratta di un mondo pittoresco, ma pericoloso, che, pur con sfumature diverse, ha mantenuto un rapporto contraddittorio  con la modernità: si va dal rifiuto all' accettazione  dei suoi mezzi  e,  in qualche misura  anche di alcuni  fini.   In sintesi, il panorama va  da chi  vuole chiudere le discoteche e allungare le gonne  ai fantasisti delle idee che evocano il libertarismo fascista... Insomma, che barba,  che noia...

Il rifiuto dell'individualismo moderno
Quel che invece  il  neofascismo  non accetta e non accetterà mai  è la filosofia individualistica della modernità, il prevalere ontologico  dell’ individuo sulla società,  se si vuole della parte sul tutto. Per farla breve:  il libero arbitrio e i suoi importanti derivati politici, culturali, economici  Di qui viene la negazione della democrazia liberale  e rappresentativa e del libero mercato, istituti che antepongono l’individuo ai suoi prodotti sociali, inclusa, tra questi ultimi,  la perniciosa ideologia della supremazia di una razza sull'altra.
Alle radici  storiche del fascismo, filosoficamente parlando, c’è il rifiuto dell’autoderminazione individuale.  Regola che però non varrebbe, come spesso si legge,  per gli individui superiori, le guide e  i capi. Di conseguenza, il neofascista  costretto a muoversi suo malgrado, nella  liberal-democrazia, utilizza i mezzi, graziosamente forniti dall’odiato “sistema”,   per infangare le élite liberali, ergendosi a difensore del popolo, preferibilmente caucasico, oppure anche non bianco, però  "a casa sua". Pertanto -  attenzione -  il populismo è una componente fondamentale  del fascismo, per così dire, in democrazia. La formula politica,  nella sua purezza,  risale al bonapartismo (Napoleone III), con il  suo pendant plebiscitario e autoritario.

La  metapolitica  male intesa
In genere, la critica neofascista al “sistema”  è  poco interessante, riprende i temi del pensiero reazionario (controrivoluzionario),  modernizzandoli quanto basta, anche alla luce, come ha mostrato Nolte, del comunismo, anche di sinistra, adottandone il classimo antiborghese, ma in chiave gerarchica e altrettanto totalitaria.
Non ci si faccia portare fuori strada dagli ammodernamenti di tipo letterario, cinematografico, fantascientifico, eccetera, escogitati  da certo neofascismo mimetico, presunto colto, che sotto modalità  freak, tenta improbabili rinascite in nome di una metapolitica male intesa.  Condannata, come insegna la sociologia, proprio perché di parte, a generare reazioni di segno contrario: uno scrittore quanto più serve un partito  tanto più perde autorità all’esterno di esso. In conseguenza di ciò, la metapolitica  dell’azione sociale (per distinguerla da quella teorica), per funzionare, per  conquistare autorità all’esterno deve purtroppo  avvalersi della psicologia sociale  con i suoi  stereotipi e "trucchi" mediatici,  che sono gli stessi degli avversari, ai quali però se ne  rimprovera l'uso. Se ci si perdona la caduta di stile, al contrario del famigerato confetto Falqui, per la metapolitica, non basta la parola...
Però,  non  è solo un problema di dover giocare sporco, magari auto-giustificandosi, per la serie Machiavelli spiegato ai mafiosi.  Il vero punto della questione, sotto l'aspetto squisitamente sociologico,  è che esiste un plusvalore oggettivo tipico dell'universalismo.  In qualche misura,  si va oltre Machiavelli e, soprattutto, una visione meccanicistica della politica, tipo macchinetta distributrice di bibite: si  mettono i cinquanta centesimi, si spinge il bottone, e scende il caffè zuccherato alla metapolitica di canna.   Ci spieghiamo meglio.   

Il "potere sociale" delle idee
I valori (ciò che socialmente vale e attrae perché tale)  quanto più sono universali, tanto più -  piaccia o meno  - tendono ad aggregare: lo scrittore, per tornare al nostro esempio che “serve” un partito universalista avrà sempre maggiore autorità e quindi  più probabilità e possibilità  di "vincere" rispetto al partito (o ai portatori)  per così dire, di valori particolaristi, che, proprio perché tali, sono invece costitutivamente portati  a dividere e generare reazioni contrarie o semplicemente contrastanti. Tradotto: il razzismo non paga.  
Si chiama "potere sociale" delle idee, e non è di destra né di sinistra, né liberale né fascista, eccetera, eccetera,  Esiste, sociologicamente,  punto e basta. Pertanto, l’universalismo, come insegna la sociologia storica  comparata di Roma, del Cristianesimo e della Modernità ( per fare solo alcuni esempi) è in sintonia  con i meccanismi  aprioristici del  "potere sociale", ora descritti  ed enucleati dalla sociologia. Il che però non significa che l'universalismo non incontri avversari e talvolta non abusi della sua  autorità, come hanno dimostrato gli studi di Sorokin sulla dinamica sociale e culturale. 

Il mondo neofascista,  ha il suo punto debole  proprio nel particolarismo  o “partitismo”.  Con eccezioni, ovviamente:  nei meno incolti si può scorgere  un  richiamarsi ai valori di una tradizione universale, pre-moderma, oppure romana, cristiana, eccetera.   Però  il punto è, che, alla fin fine, qualsiasi richiamo alla tradizione (per semplificare),  prescinde dalla valorizzazione dell’individuo rispetto alla società. C’è, e ci sarà sempre, nel fascismo (sia storico che neo) una gerarchia simbolica e reale, che  precede e ingloba l’individuo. Una cosa della quale non si discute. E qui ritorniamo alla deriva razzista. Certo -  nessuno lo nega -   anche la modernità, come ogni forma sociale,  ha le sue gerarchie, però non le idealizza in quanto tali. Si può dire, per contro, che la modernità,  sia portata a  idealizzare  i diritti dell’individuo su basi universalistiche.
Di qui, piaccia o meno, il maggiore "potere sociale" delle sue idee, come del resto  la sua larga popolarità, dal momento che sono idee che uniscono, non dividono. Un consenso che aiuta a vincere le discriminazione razziale.  E, che, ovviamente, come ogni fenomeno sociale, ha i suoi effetti di ricaduta, anche negativi. I diritti dell’uomo ne sono la sua forza ma anche  la sua debolezza.   Qui il rischio insito nell'accettazione piena del moderno. Alea  che, naturalmente, non può essere condivisa, da chi si opponga al moderno, o comunque ne rifiuti le potenzialità racchiuse nella filosofia individualistica.    

La retorica dell'intransigenza
Del resto, non esistono mondi perfetti. Qualcuno dovrebbe spiegarlo ai neofascisti. Chi scrive ha tentato, però con scarsi risultati. Come ha  tentato anche  Giano Accame,  probabilmente con  maggiore autorevolezza, cultura e sensibilità  di noi.  Ma non è andata bene lo stesso, come  cerchiamo di provare nel libro che gli abbiamo dedicato.  Per dirla con mio nonno, i neofascisti sono ciucci e presuntuosi. In quel mondo, per dirla con Hirschman,  prevale la retorica dell'intransigenza. E i transigenti non hanno vita facile.  Se i neofascisti  avessero l’onestà di guardarsi indietro, al grande macello della guerra civile europea,  capirebbero di non avere titoli per criticare la moderna società dei diritti. Con tutti i suoi difetti, per carità.  
Ovviamente, il neofascismo spicciolo, di cui Fb sembra essere la nuova ridotta della Valtellina, neppure si pone questo problema. Il livello culturale è pietoso. Il neofascista digitale, come suo costume,  romanticamente (nel senso "occasionalistico", ben colto da Carl Schmitt),  sembra essere, come sempre,  in cerca di rivincite,  usando un linguaggio di sinistra, apparentemente alternativo,  che, come ha ben mostrato Sternhell, risale addirittura alla Francia passata attraverso i due Napoleoni,  in particolare Napoleone III.  Nulla di nuovo sotto il sole.  Nei casi, letterariamente più interessanti, assistiamo al deliquio ideologico del  von Aschenbach, di turno,  persosi  dietro al giovane Tadzio digitale.         
Attualmente,  il neofascismo, nelle sue diverse sfumature,  qui in Italia,  sembra essersi innamorato (cotto) del populista Salvini.  Il linguaggio  e i  contenuti che si celano sotto le dichiarazioni d’amore, non sembrano però essere  mutati.  La solita lagna. Diciamo però che si tratta di uno spettacolo ridicolo e inquietante al tempo stesso. 

Carlo Gambescia