domenica 7 gennaio 2024

Sangiuliano , Gramsci e la Nuova destra

 


Non convince l’idea del ministro Sangiuliano dell’ apposizione, a spese del Ministero, di una targa celebrativa nel luogo dove Gramsci, prossimo alla morte, trascorse i suoi ultimi giorni, cioè la clinica Quisisana di Roma.

Perché? Proprio per le ragioni che egli evoca sommariamente, lanciando con un tweet l’idea di celebrare con “ Antonio Gramsci (…) una delle più grandi personalità intellettuali e politiche del nostro Novecento”.  Sicché, prosegue,  "ho voluto accogliere l’appello di studiosi e cittadini con una targa commemorativa nel luogo dove si spense”.

Ora, se la targa – cosa che al momento si tace – farà riferimento con precisione al Gramsci logoratosi fisicamente nelle prigioni fasciste, quindi al Gramsci vittima del fascismo, nero su bianco, la scelta celebrativa sarà benvenuta perché andrà nella direzione giusta dei valori antifascisti.

Se però non fosse così, saremmo invece davanti al consueto tentativo di minimizzare la carica totalitaria del fascismo: si accenna a Gramsci senza parlare di tutto il resto. Si chiama mistificazione culturale.

Però, proprio su Gramsci, vanno dette alcune cose che molti lettori comuni ignorano, perché rinviano alla microstoria culturale della Nuova destra anni Settanta-Ottanta, francese e  italiana.

Verso la fine degli anni Settanta sulla scia delle riflessioni di Alain de Benoist, caposcuola della Nuova destra francese, in Italia si tornò a parlare di Gramsci, come teorico della conquista del potere culturale, prima di conquistare quello politico, anzi come presupposto del secondo.

Si prendeva spunto dalle pagine dei “Quaderni” in cui Gramsci si appellava alla necessità del lavoro culturale come lavoro rivoluzionario nell’ambito della propaganda politica. Un’attività rivoluzionaria, di tipo professionale, basata sul necessario possesso degli strumenti per agire sulla mentalità sociale.

In fondo Gramsci, seppure in forma meno rozza, condivideva gli stessi principi elaborati da Goebbels: ridicolizzazione del nemico, reiterazione dei principi fondamentali del partito (il “nuovo Principe”), lotta senza pietà, quindi senza andare troppo per il sottile ( sempre secondo la lezione di Machiavelli), a chiunque si opponesse, anche in forma pacifica, a una trasformazione politica e sociale imposta  dal corso storico delineato scientificamente da Marx. Idea, quest'ultima, che innerva in modo maniacale i "Quaderni".

Gramsci, e non siamo noi i primi a dirlo, fu un pensatore totalitario. Che quello comunista fosse un totalitarismo dalle buone intenzioni e quello nazionalsocialista dalle cattive, è pura argomentazione ideologica che ignora un fatto preciso: che, quando si sposa una causa totalitaria ( comunista o nazista) le buone intenzioni non bastano mai.

Le idee debenoistiane su Gramsci, come detto, ebbero un certo seguito in Italia, e probabilmente Sangiuliano, nato nel 1962, ne subì il fascino. Il che spiega – ovviamente non in chiave liberale – la sua simpatia per un pensatore, ripetiamo, totalitario. Naturalmente, per il comunista, Gramsci è un fior di pensatore democratico, eccetera, eccetera. Mentre per il fascista, soprattuto se di impianto “nuovo-destro”, anni Settanta-Ottanta, un camerata che ha sbagliato strada politica.

Per scoprirne la carica totalitaria vanno riletti i “Quaderni”, ma soprattutto gli articoli politici di taglio soreliano (prima del 1917) e leninista (dopo). Gramsci, a differenza di Turati, resta il nemico assoluto di ogni forma di riformismo. Il che spiega la bassa stima e l’antipatia umana da lui provata verso Turati, il padre del socialismo democratico italiano.

A dire il vero Sangiuliano di queste dialettiche interne al socialismo italiano tra riformisti e rivoluzionari sa poco o nulla. Dialettiche che tra l’altro influenzarono anche il socialista Mussolini, che stimava la lucidità rivoluzionaria di Gramsci (e questo anche dopo averlo messo in prigione da duce fascista).

Però Sangiuliano ha letto Alain de Benoist e gli epigoni italiani, pertanto considera Gramsci parte del ritratto di famiglia della Nuova destra intellettuale anni Settanta-Ottanta, all'epoca  pronta a ridipingere il mondo se non di nero, con i colori dell’ anticapitalismo, dell’ antiliberalismo, e dell’ identitarismo. Allora si diceva ” Nuova destra metapolitica”, proprio per l’importanza assegnata alle idee rispetto alla politica. Quindi “oltre” la politica.

E’ perciò ovvio che oggi non gli convenga parlare in pubblico di queste cose che rimandano alla fronda e alla diaspora missina, sempre da posizioni radicali mai riformiste. Perciò siamo certi che dietro l’idea della targa vi sia anche quella della foto di famiglia, allargata però a Sorel, Gramsci, Mussolini.

Attenzione, ripetiamo, il Gramsci di Sangiuliano, non è un liberale, l’idea della conquista del potere culturale, rinvia non alla tollerante coesistenza di idee differenti, tipica del liberalismo, ma alla conquista di un potere culturale totalitario, tipica del comunismo e del fascismo. Quindi a una metapolitica totalitaria. E, si badi,  qualsiasi conflitto, tra comunisti e fascisti, vecchi e nuovi, su chi debba "spacciare" le idee  di  Gramsci  ha il valore di un regolamento di conti tra "clan rivali", l'uno totalitario come l'altro.

Come concludere? Con assoluta tristezza. Perché un personaggio, come Sangiuliano, con questi precedenti e queste idee, oggi è Ministro della Cultura.

Carlo Gambescia

sabato 6 gennaio 2024

Giorgia Meloni e il "Grande Burattinaio"

 


La prima regola per accostarsi allo studio e alla sana pratica della politica è di liberare il campo da un’idea mitologica che sembra dura a morire: l’idea che dietro i fenomeni politici si nasconda un livello segreto, di  qualcuno che tiri i fili delle marionette della politica. Per capirsi, ora tocca a Pulcinella, poi a Belzebù dopo magari ad Arlecchino, e così via. Decide il "Grande Burattinaio" dietro le quinte. Insomma, siamo davanti al mito del grande complotto.

Per fare un esempio, sostenere che una "Eminenza Grigia" abbia deciso di far governare Giorgia Meloni, perché si incarti e perda prestigio, seppellendo la destra, è sbagliata se intesa in senso assoluto: un bel dì l' "Eminenza Grigia", unitamente ad altre "eminenze", avrebbe deciso di far vincere le elezioni politiche, eccetera, eccetera.

La tesi ha invece senso se intesa in chiave relativa, non deterministica (causa-effetto). Giorgia Meloni, per una serie di precise circostanze favorevoli (ad esempio, ascesa del sovranismo, populismo diffuso, residui attivi del neofascismo) ha vinto democraticamente le elezioni, però, in parte per limiti culturali, in parte per inesperienza, non riesce a decollare.  E su questo secondo  punto  si pensi alla carnevalesca assertività di cui parlavamo ieri  (*)

Qui si inseriscono – non è un segreto ma è un atteggiamento diffuso – coloro che temono la fuoriuscita dall’ Ue, dall’Euro, dai meccanismi dell’economia di mercato. Si tratta di élite intellettuali, politiche, dirigenti che si riconoscono nelle migliori tradizioni dell' Europa moderna, che cercano di opporsi perché diffidano, come nel 1945, delle idee nazionaliste, autarchiche e razziste del governo Meloni. Che c’è di male? Basta sfogliare i giornali. Tutto alla luce del sole.

In ogni caso, si tratta di qualcosa che è avvenuto dopo, diciamo strada facendo, non prima. Non c’è alcun complotto prestabilito, nel senso di facciamola vincere, mandiamo a governare la destra, eccetera, eccetera. Come si può comandare a milioni di elettori nel segreto delle urne?

Giorgia Meloni ha vinto perché l’ Italia si è spostata a destra. La destra, negli ultimi trent’anni, ogni volta che è andata al potere, vi è andata perché ha vinto le elezioni. Se poi si è mostrata incapace di governare, il problema è suo.

In realtà, si tratta di una tesi, accreditata anche dalla Meloni  in chiave difensiva, per scaricare le proprie responsabilità attizzando fantastici fuochi dell’immaginazione, quando parla di complotti contro il suo governo. 

Il che la dice lunga sulla cultura politica della destra che utilizza l’idea del  complotto come risorsa politica, non sgomberando così il campo della politica da ipotesi di tipo mitologico. E la mitologia in politica, soprattutto nel caso della liberal-democrazia, non aiuta. Sorel, che la reiventò, era un grande ammiratore di Lenin e Mussolini.

Infine “remare contro” il governo Meloni, come talvolta si legge, non significa che tutti gli avversari remino nello stesso momento. Ad esempio, gli interessi degli esportatori, sono diversi da quelli degli importatori. C’è chi guarda all’Europa, chi al mercato mondiale. I sindacati chiedono il salario minimo, le imprese la libera fluttuazione di salari e stipendi. Come del resto sono differenti le posizioni sul debito pubblico: statali e imprese assistite protendono la mano, le piccole imprese auspicano invece un calo della pressione tributaria. Il Sud vuole finaziamenti a pioggia, il Nord, più libertà economica. E così via.

Un quadro così complesso non può essere ricondotto nell’alveo delle coordinate del complotto sia preventivo che consuntivo per così dire. Insomma nessun "Grande Burattinaio" ma una società complessa segnata da numerosi poli decisionali che configgono tra di loro.

Un ultimo aspetto: il fantasma del complotto agitato dalla destra, come una specie di passepartout, apre tutte le serrature. Sicché, viene esteso alla tesi che la rovina dell’Italia e dell’Europa sia cominciata con l’adozione dell’Euro, frutto anch’essa, si ripete, di un complotto.

In realtà, l’Unione europea, fin dagli inizi si è mossa sul piano economico, per ragioni di cultura storica (civiltà marinare, importanza del mondo commerciale, espansione delle libere città), pertanto la moneta unica è il naturale portato di una civiltà, quella europea, che ha privilegiato il commercio alla guerra. Quindi nessun complotto ma scelta culturale, frutto delle tradizioni liberali. Forse si doveva porre l’accento, come nell’Ottocento, sulla parlamentarizzazione reale delle istituzioni politiche europee. Purtroppo è mancato il coraggio. Ma questa è un’altra storia.

Che poi un fascista e un comunista non capiscano queste profonde ragioni è perfettamente comprensibile: sono contro l’economia di mercato, la spina dorsale della storia europea a far tempo dal Cinquecento.

Ciò significa che l’Italia non è stata rovinata dall’Euro, ma dalla incapacità di accettare le sfide di modernizzazione connesse con il progetto  Euro:  ad esempio di riduzione del debito pubblico e di rilancio delle privatizzazioni. E qui la sinistra, ferma alla cultura del welfare, ha le sue responsabilità. In questo senso, e solo in questo senso, si può dire che se l’Italia rischia di andare in rovina la colpa non  è solo di Giorgia Meloni.

Però che sta facendo il governo Meloni per invertire la rotta? Nulla. Come ieri abbiamo provato a proposito della mancata ratifica del Mes, siamo davanti a un rifiuto legato all’ incultura politica ed economica di una destra che sembra essere rimasta a Sorel. Di qui l’evocazione dei complotti, eccetera, eccetera.

Un vero  disastro.

Carlo Gambescia

(*) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/01/giorgia-meloni-un-animale-politico.html

venerdì 5 gennaio 2024

Giorgia Meloni, un animale politico assertivo

 

Chi ha avuto la forza, come il sottoscritto, di sorbirsi tre ore di acquosissima conferenza stampa della Meloni (*) , non può che fare una precisa quanto sconsolata osservazione: da anni, probabilmente dalla caduta del fascismo, non si vedeva un Presidente del Consiglio così assertivo, neppure ai tempi di Craxi.

Assertivo in che senso? Pensiamo a un personaggio politico che mostra grande sicurezza nelle sue opinioni e fermezza nel difenderle. Che poi quel che dice sia falso, sembra non contare agli occhi degli italiani, visti i sondaggi in continua crescita. Insomma, conta il tono non la sostanza. Per dirla alla buona, un animale politico assertivo come Giorgia Meloni spara “fregnacce” che vengono credute vere, perché il tono che usa è quello del gran dicitore, anzi grande dicitrice, di verità assolute.

Qui però si apre un altro problema. Che la gente comune creda alle “fregnacce” di Giorgia Meloni fa parte del gioco della comunicazione di massa. Ma che i giornalisti presenti non abbiano mostrato segni di reazione è cosa grave.

Ad esempio sul Mes, senza troppo scendere in dettagli tecnici, definito dalla Meloni “obsoleto”, si poteva rispondere o domandare: “Scusi Signor Presidente, ma lei ritiene obsoleto il meccanismo per il quale se si chiede un prestito in banca sono chieste delle garanzie?”. Perché questo è il Mes: soldi contro garanzie.

Detto altrimenti si tratta dell’ABC dell’economia di mercato. Dichiarare questo meccanismo obsoleto significa dire più o meno le stesse cose di Lenin e Mao, Mussolini e Hitler.

Probabilmente, al di là di un quasi normale riflesso di sottomissione al potere, che evidentemente si teme, perché forte e occhiuto, esiste per le ultime generazioni di giornalisti parlamentari – abbiamo notato molti quarantenni – una questione di preparazione tecnica. Cioè di mediocre conoscenza dei meccanismi dell’economia di mercato. Di qui l’incapacità di formulare riposte o domande in grado di smascherare la finta assertività di Giorgia Meloni. Un atteggiamento, quest’ultimo, che come per tutte le persone ignoranti e prepotenti si è tramutato in una specie di scudo protettivo. Di qui gli sproloqui meloniani senza che nessuno reagisca.

Ma qual è  il  punto? Che un buon giornalista non può scendere allo stesso livello della Meloni. Ma deve incalzarla. Però per incalzarla, occorre una conoscenza dei meccanismi economici di base dell’economia capitalistica, tra i quali il credito. Conoscenza che non c’è. Perché – qui il discorso sarebbe lungo – nelle Facoltà di economia, si nutre sfiducia verso il capitalismo, quindi verso i meccanismi dell’economia di mercato. Pertanto quando la Meloni asserisce che l’iter  di concessione del credito e di richiesta di garanzie è un meccanismo “obsoleto”, si tace perché probabilmente si condivide la stessa idea di fondo, oppure non si sa neppure di che cosa parli il Presidente del Consiglio.

Che poi talvolta, con alcuni clienti di riguardo, le banche chiudano un occhio non significa che il concetto economico, appena illustrato, sia sbagliato. “Obsoleto”, come asserisce la Meloni.

Ci siamo dilungati sul punto perché molto importante per capire che dietro il successo della Meloni si nasconde la debolezza e l’impreparazione, a cominciare dai giornalisti, dei suoi avversari. E qui valga la chiamata in correo di tutta la sinistra, ma anche di un pensiero liberale gettatosi nelle braccia del socialismo ecologista e welfarista.

Stiamo pagando anni e anni di lenta distruzione delle università, finite nella mani dei nemici dell’economia di mercato, e di una profonda distorsione del discorso pubblico a colpi di slogan. Sicché, per un personaggio come Giorgia Meloni, ignorante e prepotente, è stato facile conquistare il potere a colpi di una assertività dietro la quale si nasconde il nulla.

Mussolini, altro animale politico assertivo, riuscì a dominare l’Italia per più di vent’anni. Poi i fatti si vendicarono delle menzogne, a prezzo però di una guerra mondiale e di una guerra civile.

Ovviamente, Giorgia Meloni, pur nutrendosi della stessa assertività, difficilmente dichiarerà guerra a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, però può portare l’Italia alla rovina economica.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=1NHrmv-aAbc .

giovedì 4 gennaio 2024

Abbasso la Rai!

 


Quando finalmente sarà giunto il momento, la prima misura che un governo liberale serio, né socialista né fascista, dovrà varare, non potrà che essere una: la totale privatizzazione del Rai. Una specie di liberazione dei servi della gleba, come nelle campagne russe della seconda metà dell’Ottocento. Un fatto storico e simbolico dal valore immenso.

Parliamo di un carrozzone pubblico, fazioso, al servizio dei partiti e dei governi, che da settant’anni disinforma sistematicamente gli italiani. Altro che “Viva la Rai!”, come cantava Renato zero, all’epoca nel mirino dei “capoccioni” e pure degli “operai”: gente che non amava la diversità ma che doveva rispondere nell’anno di grazia 1982 alla sfida modernizzante di Berlusconi e che quindi doveva mandare giù il boccone amaro dello sculettante e bravo cantante romano. Oggi, ovviamente, la stessa sinistra che storceva all’epoca il naso, lo giudica un precursore. Per fortuna Renato Zero, uomo intelligentissimo, non abbocca, per dirla alla buona. Oggi spopola Malgioglio mentre a quei tempi piovevano le pallottole. In tutti i sensi.

Qui si deve gridare “Abbasso la Rai!”. Si rifletta su un punto. Sui festeggiamenti la destra meloniana è cauta perché i missini fino agli anni Ottanta furono discriminati. E giustamente. Per contro i post comunisti celebrano con vigore i settant’anni, perché furono sdoganati dieci anni prima, per poi lottizzare con i socialisti. Ci fu un momento, all’epoca di Craxi, che dal monocolore democristiano (con l’inserzione di qualche laico) si passò alla spartizione delle tre reti. Il vecchio primo canale alla Dc, il secondo ai socialisti, il terzo ai comunisti. Il che spiega la freddezza della Meloni, che però in quanto statalista, non può non spendere buone parole per il “servizio pubblico”. Del “maiale” di Viale Mazzini non si butta nulla.

Se è vero, come scrivono i sociologi della comunicazione, che la tv di stato ha svolto un compito importante, nella diffusione della lingua italiana (però diciamo pure un romano italianizzato), in un paese prigioniero ancora dei dialetti, è altrettanto vero che ha schiacciato almeno fino alla seconda  metà degli anni Settanta qualsiasi forma di iniziativa privata nel settore, vietandola addirittura per legge. Si ricordi pure, in pieni anni Ottanta l’ “incaprettamento”, roba da Iran di Khomeini, da parte della polizia postale dell’apparecchio tv di coloro che rifiutavano di pagare il canone.

Se Berlusconi ha un merito è quello di aver rotto il monopolio della Rai, aprendo la strada ad altri operatori del settore. Che poi abbia puntato sul duopolio è un errore che ha pagato duramente. Come quello di scendere in politica. Se avesse ceduto una delle sue tre televisioni a imprenditori di sinistra vicini a Occhetto, D’Alema, Prodi, i giudici non l’avrebbero toccato. Ma questa è un’altra storia. Come pure quella del “pippone” filosofico sull’edonismo televisivo che lasciamo ai nostalgici di Pasolini, Berlinguer e Hồ Chí Minh.

Che c’è da festeggiare? Nulla.

Con l’arrivo dell’estrema destra al governo, a parte alcune ultime sacche di resistenza (si fa per dire), la Rai è politicamente controllata in modo ferreo. Sono una banda di dilettanti, però come becchini della libertà sono bravi.

Che c’è da festeggiare? Il potere assoluto di Giorgia Meloni, ennesimo insulto alla libertà di stampa?

Probabilmente, per ragioni anagrafiche, noi non vedremo la privatizzazione della Rai, lo statalismo dilaga, non solo in Italia, e si preparano brutti tempi. Diciamo però che questa mattina è stato bello sognare.

Carlo Gambescia

mercoledì 3 gennaio 2024

Sul DDL Concorrenza

 


Al di là delle singole misure, che il lettore può scoprire da solo (*), va denunciato che l’annuale DDL per il Mercato e la Concorrenza non aiuta la concorrenza ma la massacra, se ci si passa l’espressione. Perché, in buona sostanza è una legge a difesa del consumatore.

Si dirà, ma come, che c’è di più sacro della libertà del consumatore? In realtà, non è proprio così. Perché con la scusa di difenderlo si introducono, nei settori più diversi, fino alle bancarelle degli ambulanti, regole su regole che in realtà ingessano la concorrenza e penalizzano il consumatore.

Si rifletta. Il concetto di regola rinvia a regolamento, e quello di regolamento alla legge che lo prevede, e la legge che lo prevede impone obblighi, recepiti dai regolamenti, che costituiscono le regole.

Ogni nuova regola per le imprese è un costo. E i costi aggiuntivi sono scaricati sui prezzi. Sicché invece di difendere il consumatore, gli si rende la vita più difficile imponendo, per via indiretta, prezzi più elevati a causa di regole che, come si dichiara, dovrebbero invece rendere la sua vita più facile. Ma così non è, perché i prezzi lievitano e così vincolano le libere scelte del consumatore.

Il punto è che il mercato risponde alla logica dei prezzi mentre le regole alla logica giuridica. Il prezzo implica un’opzione (cioè un bene può essere acquistato o meno in base al rapporto qualità-prezzo), invece una norma implica un obbligo (cioè si deve ubbidire a un comando, punto e basta).

Quanto più in un sistema di mercato le norme sono sostituite ai prezzi tanto più si atrofizza il mercato stesso. Pertanto il concetto di tutela del consumatore attraverso le norme finisce per ottenere l’effetto contrario. Le buone intenzioni dei governi e dei parlamenti non bastano.

Si dirà, ma allora le norme sulla sicurezza del lavoro e sull’igiene pubblica? Sono costi, per quanto giustificati, che influiscono sui prezzi. Si tratta di stabilire, dal punto di vista del parlamento e del governo, fin dove ci si può spingere con l’attività regolamentatrice.

Il che però è molto difficile da stabilire. Perché un parlamento e un governo socialisti, come pure un governo socialmente conservatore, tutti e due diffidenti verso la libertà di mercato, spingeranno al massimo sul pedale della regolamentazione e della difesa del consumatore. Come però? Caricando, come detto, i costi sui consumatori. O peggio ancora sul debito pubblico, penalizzando due volte i consumatori, come consumatori e come contribuenti.

Naturalmente, poiché le nostre sono società, almeno ufficialmente ancora liberal-democratriche, si parlerà, gonfiando il torace, di difesa del consumatore e della libera concorrenza. La famosa foglia di fico. Di qui il DDL  Concorrenza  annuale, che rispecchia la scelta socialista-conservatrice, dell’Unione Europea, come pure dei vari governi europei, tra i quali quello italiano. Sono scelte regolamentative a cascata legate alla concessione di fondi pubblici europei e nazionali, come ad esempio il Pnrr. Un meccanismo infernale: finanziamenti pubblici contro regole. Difficile se non addirittura impossibile uscirne.

La cosa assurda è che si continua a parlare di concorrenza nello stesso momento in cui la si sopprime. Di qui le tragicomiche battaglie italiane ed europee sulla libertà dei venditori ambulanti, mentre ad esempio il settore energetico nel nostro paese resta nelle mani di un  prepotente gigante pubblico come l’ Eni che spende e spande in autopromozioni, campagne di stampa e altro ancora.

Il consumatore lo si difende riducendo le regole, non aumentandole. Anzi tagliandole. Un eventuale decreto concorrenza, l’ultimo, anzi il finale, si dovrebbe comporre di un solo articolo: "I prezzi dei beni sono fissati dal mercato, nel senso della legge della domanda e dell’offerta".

E i furbi? Saranno messi fuori mercato da un cattivo rapporto qualità-prezzo. E i disonesti? Basterà il codice penale. Leggi penali, che guardano al caso generale, non al caso singolo. Su quest’ultimo interverranno i giudici. Non un parlamento e un governo che legiferano persino su bancarellari e bagnini.

Si tratta della scoperta dell’acqua calda. Eppure sembra così difficile capire.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/documents/1636051142145_concorrenza.pdf .

martedì 2 gennaio 2024

Gente violenta

 


L’uso della forza non va mai demonizzato. Ma neppure celebrato. In realtà, pur rispettando il diritto individuale all’autodifesa, non possiamo non concordare con la definizione weberiana dello stato come unico detentore dell’uso legittimo della forza.

Sotto questo aspetto condanniamo il ricorso alla violenza individuale, in particolare quando evidente prolungamento dell’idea di farsi giustizia da soli. Idea quasi sempre accompagnata da un senso di sfiducia, spesso infondato, verso le istituzioni pubbliche.

Qui va anche ricordato che secondo alcuni pensatori libertari l’uso delle armi, come strumento di autodifesa individuale, è sempre lecito e addirittura raccomandabile. Il che in caso di assenza di uno stato capace di esercitare il monopolio legittimo della forza può essere giustificato.

Alla luce di quanto appena detto non si può non definire un fatto inaudito che un deputato di Fratelli d’Italia, quindi della Repubblica, la mega-istituzione, Emanuele Pozzolo, 38 anni, per giunta avvocato, che perciò dovrebbe sapere tutte queste cose, si presenti armato di pistola a un veglione di Capodanno, per poi usarla, ferendo, come pare, una persona.

È vero che le circostanze devono essere ancora chiarite, però parliamo comunque del deputato di un partito che fa dell’ordine e della legalità la sua bandiera. Cioè di un partito che, con Weber, ritiene che sia lo stato a dover difendere i cittadini. Insomma, non parliamo di un partito libertario (ammesso e non concesso il principio che un libertario, proprio perché tale, sia moralmente autorizzato a fare uso della pistola come e quando ritiene opportuno).

Perché, allora, un deputato di Fratelli d’Italia, partito che, ripetiamo, libertario non è, deve andare in giro armato, addirittura in occasione di una riunione conviviale? Roba da mafiosi e camorristi? No, più semplicemente, da fascisti.

E qui si torna alle radici sovversive di un partito da sempre sensibile alla violenza come uso illegittimo della forza, quindi in chiave extra-istituzionale. Pozzolo, nonostante sia nato nel 1985, sembra aver fatto sua quella mentalità tipicamente fascista, tipica dei picchiatori (i nipotini degli squadristi del 1922). che recita così: “Ragazzo,  nel dubbio mena”. Insomma, parliamo  dal  classico fedele di una specie di culto laico della violenza preventiva ed extra-istituzionale, frutto velenoso di una tradizione orale intergenerazionale.

Esageriamo? Si tratta solo di un caso sporadico? Un pasticcione fans di Rambo o di Travis Bickle?  Tipo "Dici a me? Dici a me?".  Può darsi. Però Giorgia Meloni, o chi per lei, invece di parlare di misure esemplari nel caso che eccetera, eccetera, dovrebbe comunicare alla stampa quanti parlamentari e ministri di Fratelli d’Italia, a cominciare dal cognato, hanno il porto d’armi.

Qualora la cifra raggiungesse solo metà dei parlamentari, come riteniamo probabile, l’esito dell’indagine la direbbe lunga sul senso delle istituzioni della sua amata “gente”.

Gente violenta.

Carlo Gambescia