La destra cerca di salvare il salvabile, attribuendo il risultato soprattutto alla guerra contro l’Iran.
La sinistra, soprattutto quella del campo largo, invece, si affretta a celebrare la vittoria delle proprie idee: cambiamento radicale, redistribuzione, maggiore intervento pubblico, ridimensionamento del mercato.
Insomma, ciascuno si consola come può. Ma c’è qualcosa che accomuna queste interpretazioni che, a quanto pare, nessuno ha voglia di affrontare. Che cosa? ll protezionismo.
Guardiamo le prime pagine dei quotidiani italiani. Trump umiliato, titola “La Stampa”. Trump dimezzato, scrive “Il Giornale”. “Repubblica” parla di un’America nuovamente grande, Domani di una nuova speranza, “il manifesto”, ironicamente, di Metà mandato. Titoli diversi, naturalmente, che riflettono sensibilità e orientamenti differenti. Ma, al di là delle comprensibili differenze, il dibattito sembra concentrarsi soprattutto sul significato politico della sconfitta personale del presidente americano.
La guerra in Iran, il carovita, l’inflazione, i dazi, la gestione autoritaria della presidenza: tutto concorre a spiegare il voto. Ma il problema italiano non è tanto capire perché Trump abbia perso. È capire perché la sua sconfitta venga interpretata attraverso categorie che, a destra come a sinistra, continuano a considerare lo Stato il grande protagonista dell’economia.
La destra nazionalista, che negli ultimi anni ha riscoperto una specie di patriottismo economico, insiste sulla guerra iraniana. Certo, il conflitto può avere contribuito al risultato. Ma questa spiegazione rischia di diventare un comodo alibi. Perché Trump non è soltanto il presidente che ha intrapreso una guerra. È anche il presidente che ha trasformato il protezionismo in una bandiera politica, elevando i dazi a strumento di difesa della nazione e di competizione con il resto del mondo.
Il voto americano ha bocciato Trump. Non ha necessariamente consacrato il programma economico della sinistra italiana.
E qui si manifesta il paradosso. Destra e sinistra, pur combattendosi sul terreno politico e culturale, sembrano condividere una medesima premessa economica: il mercato è qualcosa da controllare, proteggere, correggere, orientare attraverso la politica. La destra lo subordina alla nazione. La sinistra lo subordina alla giustizia sociale. Cambiano le giustificazioni, non la convinzione che lo Stato debba intervenire.
Il protezionismo nazionalista e quello sociale non sono identici. Ma appartengono alla stessa famiglia di idee. Entrambi diffidano della libertà degli scambi e considerano la concorrenza internazionale una minaccia da neutralizzare attraverso decisioni politiche.
Il problema è che il protezionismo non diventa buono quando cambia padrone. Non esiste un protezionismo virtuoso perché praticato in nome della nazione, né un protezionismo moralmente superiore perché giustificato in nome dei lavoratori. Esiste sempre una politica che limita gli scambi, riduce la concorrenza e trasferisce sui consumatori il costo delle proprie decisioni.
Non è forse curioso che destra e sinistra, quando si tratta di economia, finiscano spesso per incontrarsi nella stessa diffidenza verso il mercato? La prima vorrebbe proteggere l’impresa nazionale dalla concorrenza straniera. La seconda vorrebbe proteggere lavoratori e imprese da quella che considera la spietatezza del mercato. Entrambe, però, sembrano dimenticare che la protezione ha un prezzo.
E chi lo paga? Il consumatore, naturalmente. Il cittadino che non partecipa ai convegni sul sovranismo economico, che non frequenta i workshop del campo largo, Insomma il cittadino che va al supermercato.
Ai tempi di Luigi Einaudi c’erano solo i mercati, eppure nei suoi interventi giornalistici di inizio Novecento, il futuro presidente della Repubblica, insisteva sul valore dell’esperienza concreta della spesa giornaliera, affrontata dal “popolo”, soprattutto dal punto di vista delle decisioni politiche (*). Populismo liberale? Forse.
Però chi riempie gli scaffali? Lo Stato? Il ministero della Sovranità alimentare? Una commissione parlamentare incaricata di stabilire quanti pomodori debbano essere prodotti in Italia e quanti possano arrivare dalla Spagna, dalla Grecia o dal Marocco?
No. Li riempiono produttori, imprese, distributori, commercianti e lavoratori che operano all’interno di una rete di scambi, concorrenza e cooperazione. Li riempie un mercato che permette di acquistare prodotti dove costano meno, di importarli quando conviene, di distribuirli in grandi quantità e di venderli a prezzi competitivi.
Il libero mercato non è una formula magica. Non garantisce automaticamente prezzi bassi, né elimina ogni inefficienza. Ma concorrenza, apertura commerciale e possibilità di scelta sono strumenti fondamentali per contenere i prezzi e migliorare l’offerta.
Proviamo invece a immaginare che cosa accadrebbe se ogni governo decidesse di proteggere integralmente la produzione nazionale. Dazi, contingentamenti, restrizioni, sussidi, obblighi di acquisto interno. Ogni prodotto dovrebbe essere preferibilmente nazionale, ogni settore meritevole di tutela, ogni concorrente straniero sospetto. Il risultato sarebbe prevedibile: costi più elevati, minore concorrenza, prezzi più alti. E una bella quantità di burocrati incaricati di distribuire protezioni, autorizzazioni e favori.
Come detto, chi pagherebbe? Il consumatore. E soprattutto chi dispone di meno risorse, perché una maggiore spesa per i beni essenziali pesa proporzionalmente di più sui redditi bassi.
Il protezionismo, dunque, non è una politica a costo zero. È una redistribuzione spesso invisibile, che trasferisce risorse dai consumatori a produttori protetti, gruppi di interesse e settori politicamente privilegiati. Un dazio non è una tassa pagata da un’entità astratta chiamata mercato. È un costo che finisce, direttamente o indirettamente, nelle tasche di chi compra.
Non è soltanto una questione economica. Quando il commercio viene concepito come una competizione permanente tra Stati, la rivalità economica tende ad alimentare quella politica. Ritorsioni, guerre commerciali, tensioni diplomatiche, nazionalismi. Non è vero che ogni protezionismo conduca inevitabilmente a una guerra militare. Ma è vero che contribuisce a trasformare gli scambi in una questione di potenza, anziché in una forma di cooperazione.
La storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. L’interdipendenza economica non elimina i conflitti, ma può rendere più costoso e meno conveniente il ricorso alla forza. Al contrario, quando ogni Stato considera l’economia una propria riserva strategica, il commercio diventa una continuazione della politica con altri mezzi. Spesso quelli della guerra.
Ecco perché la risposta liberale alla sconfitta di Trump non dovrebbe consistere nel sostituire il nazionalismo economico di destra con il dirigismo sociale di sinistra. Non abbiamo bisogno di un protezionismo democratico, progressista, inclusivo o solidale. Abbiamo bisogno di meno protezionismo.
E quindi di meno Stato nell’economia, non di più.
Il mercato non è un’entità morale. Non è buono o cattivo. È un sistema di scambi che, in presenza di regole adeguate e concorrenza, consente agli individui di cooperare senza dover chiedere continuamente il permesso alla politica.
La destra italiana dovrebbe spiegare perché ritiene necessario subordinare ogni attività produttiva alla volontà dello Stato nazionale. La sinistra dovrebbe chiarire perché considera la libertà economica una minaccia, anziché una condizione essenziale della libertà individuale. Entrambe dovrebbero rispondere a una domanda semplice: chi paga il conto delle loro protezioni?
La risposta, molto spesso, è il cittadino.
E la stampa italiana? Le prime pagine di questi giorni sono una fotografia interessante di una cultura politica che, pur divisa su Trump, continua a muoversi prevalentemente entro un orizzonte statalista. Non tutti i giornali sostengono le medesime politiche, naturalmente. Ma il dibattito resta spesso prigioniero dell’alternativa tra nazionalismo economico e dirigismo sociale.
Il liberalismo, quello autentico, sembra rimanere fuori dalla discussione. Cambiano le parole d’ordine, le giustificazioni, i destinatari della protezione. Rimane la convinzione che lo Stato sappia sempre meglio degli individui che cosa sia conveniente produrre, acquistare, vendere e consumare.
Per farla breve: Trump ha perso. Ma il protezionismo, almeno nel dibattito italiano, non sembra ancora essere stato sconfitto.
Magari, la prossima volta che qualcuno invocherà nuovi dazi per difendere la nazione o nuove protezioni per salvare il lavoro, potremmo suggerirgli di fare una cosa molto semplice: andare al supermercato, guardare i prezzi e chiedersi quanto costerebbe la spesa se ogni prodotto dovesse essere protetto dalla concorrenza straniera.
A quel punto, forse, anche il liberalismo smetterebbe di sembrare una teoria astratta. E comincerebbe a essere riconosciuto per quello che è: una difesa concreta della libertà e del portafoglio dei cittadini. Come scriveva Luigi Einaudi.
Carlo Gambescia
(*) Il richiamo alla concretezza ritorna spesso nell’opera einaudiana. Si veda per tutti: L. Einaudi, Schemi storici e schemi ideali, in Id., Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 259-298. Consultabile qui: https://www.luigieinaudi.it/doc/schemi-storici-e-schemi-ideali/?sterm=spesa%20quotidiana%20al%20mercato .






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