venerdì 18 maggio 2018

A proposito dell’ editoriale di Ernesto Galli della Loggia
 Gli italiani  hanno un nemico? Sì, se stessi




Secondo Ernesto Galli della Loggia serve una rifondazione. Occorre una  nuova classe dirigente capace di condividere  valori comuni, patriottici. Insomma, in grado di sedere intorno a un tavolo senza litigare, in nome di un'idea di patria condivisa da tutti(*).  
Cosa dire? Che Galli della Loggia non ha  torto. Tuttavia  l'idea di  patria - e per riflesso di classe dirigente (che non è solo continuità delle strutture amministrative) -   non si costruisce  a tavolino. O meglio, un mezzo tavolino serve. Anzi è servito: si pensi al   romantico spirito di nazione che gli storici considerano  alle origini dei processi di unificazione e  indipendenza, di Belgio, Grecia, Italia e Germania.  Dopo di che però, le classi dirigenti, si accorsero che bisognava “fare”, come da noi, gli italiani.  E le cose si fecero più difficili.
Diciamo che in oltre un secolo, tentarono  prima i liberali, che vinsero varie guerre - segno di solidità patriottica -  (in particolare la Terza e la Quarta Guerra d’Indipendenza, quest’ultima nell'album di famiglia liberale corrisponde alla Prima Guerra Mondiale),  cementando la patria.  Dopo  di  che,  i fascisti, in nome non dello spirito di nazione ottocentesco (di patria se si vuole, buono diciamo), bensì di un bellicismo nazionalista, cattivo,  all’ultimo stadio,  distrussero tutto, dividendo l’Italia:  consegnandola prima all’oppressore nazista,   poi, dopo una guerra civile,  a due partiti, nel quadro di "una restaurazione armata della pace democratica", per dirla con Giano Accame.  Partiti -  Dc e Pci -  che di spirito patriottico, ne nutrivano poco, perché eredi dell' universalismo cattolico e marxista. Perciò, anche a causa, ripetiamo, dell’overdose di nazionalismo fascista,  il tentativo di fare gli italiani, pur promosso (a parole) da questo o da quello, venne accantonato. Per inciso (a proposito di una recente dichiarazione del  Presidente Mattarella, assai avventata), il patriottismo ottocentesco, con i nostri guai e in particolare con la demenza sovranista,  c'entra come i cavoli a merenda.
Sicché, nel secondo dopoguerra, si formò, intorno allo sviluppo economico, elevatissimo, il nuovo  consenso degli italiani,  fondato però  su un rapporto di scambio  tra obbedienza politica e libertà economica,  tra ordine e disordine, tra mano visibile (dello stato) e mano invisibile (del mercato). 
Diciamo che il mix ha funzionato, anche benino, ben lubrificato  dall' olio assistenzialista  e della corruzione,   fino a Tangentopoli.  Dopo di che,  all’universalismo democristiano  e comunista  si è sostituito il nulla.  Né patria,  né universo mondo. Si è provato con l’Europa, ma neppure in questo caso la scelta ha funzionato.  Tuttavia,  una volta   venuto  meno l’ alto tasso crescita,  per ragioni esogene (globalizzazione)  e endogene (alto costo del lavoro, bassa produttività),  è  venuta a mancare  la materia prima della redistribuzione: i soldi.
Perciò che cosa è successo?  Semplificando al massimo: un popolo di estranei, o quasi, costretto a tirare la cinghia,  si è  ritrovato a litigare su tutto.  
Ora, parlare di formazione di una classe dirigente, intorno a un’idea comune, come sostiene Galli della Loggia -  e dispiace riconoscerlo -  resta più difficile oggi che centocinquanta anni fa. Anche perché, per colpa del nazionalismo fascista e dell’universalismo catto-marxista,  non c’è in circolazione una-idea-una dell’Italia condivisa da tutti.
Inoltre, come Galli della Loggia, sicuramente saprà,  affinché  un’idea penetri e informi di sé un’entità politica, occorrono secoli e secoli.  Si tratta, tra l'altro,   di un processo spontaneo, per giunta con alti e bassi, come mostra la storia di antiche nazioni (Gran Bretagna,  Francia, Spagna).  E noi, italiani,  abbiamo addirittura perso tempo prezioso, negando  - o enfatizzando che  è la stessa cosa - qualsiasi collante identitario. 
Si rifletta un momento. Su quali idee-forza  si punta in questi giorni per unire egli italiani? Il Reddito di Cittadinanza, una misura puramente economico-assistenzialistica, di marca catto-comunista. E l’odio immotivato  per lo straniero, solo perché è tale, di origine fascista. Detto in breve: universalismo welfarista e particolarismo razzista.  Nessun autentico  spirito di patria, solo calcoli per andare in pensione prima  o paura di essere derubati. Insomma,  il conto corrente come unica  fonte di identità. 
Certo, è vero, che in politica ci si unisce sempre contro  un nemico. Ma il nemico deve essere reale, non reinventato a tavolino. Fascismo e comunismo, reinventarono, per poi andare a fondo, seppure secondo tempi e modalità diverse. Per contro, liberalismo e democrazia, affrontarono un nemico  vero, e vinsero. 
Allora, concludendo,  quale  potrebbe essere,  oggi,  il nemico vero degli italiani?  Crediamo che, forse, i nostri concittadini debbano guardare dentro se stessi.                                     

Carlo Gambescia

giovedì 17 maggio 2018

Cinque Stelle, con la complicità della Lega, vuole tagliare le pensioni
 Come Lenin



“La  Stampa”, unico tra i quotidiani italiani,   ha pubblicato la versione originale (bozza o meno) del  “Contratto di Governo” tra 5 Stelle e Lega. Ne consigliamo la lettura. Siamo davanti a una specie di  manuale  del populismo contemporaneo. Ma non solo, come vedremo.
Si va dal Ministero per i Disabili (un altro Ministero, roba da piangere),  al reddito ( e pensione)  di cittadinanza, dal costo di quasi venti miliardi all’anno;  dall’introduzione del mandato imperativo per i parlamentari, (perché così recita, si legge,  la Costituzione portoghese...) all’acqua pubblica a gogò (altre decine di miliardi). E così via farneticando.
Un'ultima cosa:  perché  il fior fiore dei  complottisti italiani non  si  chiede  per quale ragione nel Contratto di Governo  si propone  addirittura di abolire le sanzioni alla Russia di Putin? Si vogliono cedere,  attraverso  l'istituendo  Ministero,  i disabili a Putin?   Così ci pensa lui?   
In realtà, crediamo che di leghista (a parte Vladimir, immigrazione, campi Rom) non ci sia molto nel Contratto.  Quasi niente.  Il famoso liberismo leghista - se mai c’è stato, perché la flat tax, così come presentata  è una buffonata semisocialista -   è andato a farsi friggere   nell’olio vegano  dei No-Tav.   
Vorremmo però richiamare l’attenzione dei lettori su un punto specifico del Contratto. Questo.


24. TAGLI DEI COSTI DELLA POLITICA, DEI COSTI DELLE ISTITUZIONI E DELLE PENSIONI D’ORO.
Riteniamo doveroso intervenire nelle sedi di competenza per tagliare i costi della politica e delle istituzioni, eliminando gli eccessi e i privilegi.
Occorre inoltre ricondurre il sistema previdenziale (dei vitalizi o pensionistico) dei parlamentari, dei consiglieri regionali e di tutti i componenti degli organi costituzionali al sistema previdenziale vigente per tutti i cittadini, anche per il passato.
Per una maggiore equità sociale, riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle cd. pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati.


Il punto  24, sulle "pensioni d'oro",  è un capolavoro di invidia sociale e odio di  classe degno di Lenin, quando durante il Comunismo di Guerra,  riduceva le razioni dei borghesi e aumentava quelle di soldati, operai e contadini non proprietari.  Perciò siamo oltre il populismo. Il contenuto è bolscevico: in particolare l’ultimo capoverso.  Perché si mette in discussione, dando per scontato (quindi in chiave presuntiva) che nessuno meriti una pensione elevata, il principio stesso  di libertà economica.   In sostanza si dice: tu cittadino,  puoi darti da fare quanto vuoi, quindi produrre ricchezza, poi però  devi dimostrare di avere  guadagnato la tua pensione. Dopo di che, saremo noi, STATO, a decidere se la meriti. (E per fortuna che in  altro punto del programma si parla di invertire l'onere della prova nel contenzioso fiscale...)
Pertanto, a che serve impegnarsi nella vita,  studiare, crescere, avanzare socialmente, quindi sfruttare al meglio la libertà economica? Se poi, al momento di andare in pensione, ci si deve  giustificare, dal punto di vista contributivo?  E, da quel che si capisce, non basta dimostrare che i contributi siano stati versati, ma si impone la  necessità  che siano congruenti con la pensione che si riceve.  In nome di che cosa? Ecco la fregatura socialista. Si introduce il criterio più labile che esista. Quale? Quello dell’equità sociale. Indefinibile , se non ideologicamente. Quindi,  ad libitum.
Ora delle due l’una. O i contributi sono falsi, perché non sono stati mai versati,  quindi c’è il penale, oppure sono stati versati, ma dal punto di vista dell’equità sociale, sono ritenuti ingiustificati.
Nel primo caso, la logica prevalente è quella dello  stato di diritto, quindi okey;  nel secondo caso, invece  la logica è quella aberrante dello  stato socialista, mosso dall’invidia sociale e  dall’odio di classe.
Come del resto mostra la dissoluzione dell’Unione Sovietica, una mentalità del genere  uccide la libertà economica,  mina la voglia di intraprendere, quindi di farsi largo nella vita. E' un modo di pensare  socialmente autodistruttive: si colpiscono i capaci per  gratificare gli incapaci.  
E purtroppo sembra che il Governo Giallo con una spruzzatina di Verde, si muova in quest’ultima direzione.
Poveri noi.  Non resta che augurarsi, colore per colore, che la Guardia Bianca dei mercati cannoneggi spietatamente questa gentaglia.

Carlo Gambescia         

  

mercoledì 16 maggio 2018

Fresco di stampa
 Il nemico  ci salverà

di Teodoro Klitsche de la Grange


Nel suo nuovo libro (*)  Giovanni Orsina   analizza l’attuale crisi dei regimi democratici sottolineandone la causa (principale) politica e la sua conseguenzialità con la natura della democrazia dei moderni (cioè post-illuminista).
Questa prende le mosse da certe promesse; la prima, già nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti, è che ogni individuo ha il diritto di perseguire la realizzazione della propria felicità. Tale promessa è “connaturato alla democrazia intesa non soltanto come sistema politico, ma come modello di società. Allo stesso tempo, però, la pretesa che quella promessa sia mantenuta sottopone il regime democratico a tensioni insopportabili”. Ma dato che il capitalismo è distruzione creatrice (Schumpeter) e la modernità anche, le strutture socio-politiche che vengono distrutte da quelle tensioni sottopongono il sistema a ripetute crisi. A partire dalla seconda metà del secolo passato “la riaffermazione poderosa di quella promessa, che all’inizio era stata formulata in termini altamente politici, ha in breve tempo portato all’affacciarsi di un nuovo soggetto assai poco adatto alla politica: il narcisista. L’affermarsi di questo tipo umano contribuisce a far appassire cinque dimensioni fondamentali dell’agire politico: potere, identità, tempo, ragione e conflitto”.
Dato che soddisfare del tutto il narcisista è impossibile, le élite di governo “si sforzano di arginarlo, trasferendo il potere dalla politica verso istituzioni economiche, giudiziarie, tecnocratiche, spesso sovranazionali… così facendo, la politica col passare degli anni si va rinchiudendo sempre di più in una tagliola micidiale: richieste crescenti da un lato, strumenti sempre più deboli e inefficaci con cui soddisfarle dall’altro”. Per cui la conseguenza, iscritta nel destino degli aggregati politici umani, è di rivestire un’unica funzione da poter svolgere “quella del capro espiatorio… questo marchingegno ha agito e agisce in tutte le democrazie avanzate. Il terzo capitolo del libro, incentrato su Tangentopoli, cerca di spiegare perché in Italia esso abbia avuto effetti ancor più dirompenti di quanto non sia accaduto altrove. La fragilità della repubblica dei partiti, e in particolare la sua incapacità di dotarsi di una legittimità solida, fanno sì che nella penisola il processo di degenerazione del politico sia particolarmente grave, e possono quindi dar conto in larga misura del collasso sistemico del 1992-1993. In quel frangente, d’altra parte, s’ingenera nei confronti della politica un’ostilità così profonda e violenta da apparire tutto sommato sproporzionata rispetto alle responsabilità storiche del ceto di governo, pure notevoli, e più in generale alle cause della crisi”.
Orsina fa derivare le contraddizioni della democrazia moderna da Tocqueville “Perché una società fondata sulla promessa-pretesa di piena autodeterminazione soggettiva possa funzionare nel tempo, tuttavia, è necessario che quanti la compongono rientrino in una ben determinata categoria antropologica, dai confini ampi ma tutt’altro che illimitati. La democrazia, perciò, da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro però funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti. Non solo. La democrazia spinge gli individui a desiderare fuori da quei limiti, e così facendo mette costantemente in pericolo la sopravvivenza proprio di quel tipo di cittadino del quale non può fare a meno”; nell’attuale fase narcisistica occorre riprendere la lezione di Tocqueville il quale “ Nel secondo volume de La democrazia in America distingue con cura l’individualismo dall’egoismo. L’egoismo è un vizio istintivo che esiste da sempre ed è presente in ogni cultura: «un amore appassionato e sfrenato di se stessi, che porta l’uomo a riferire tutto soltanto a se stesso, e a preferire sé a tutto». L’individualismo è invece un frutto specifico della civiltà democratica, non è un «istinto cieco» ma «un sentimento ponderato e tranquillo»” e “La specialità del narcisista consiste nel fatto che la sua ossessione di sé è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra” e “Il suo rapporto col mondo è interamente determinato dal filtro di una prospettiva soggettiva non educata né maturata dal confronto. È intellettualmente una monade, insomma, prima ancora di esserlo socialmente e politicamente”.
Il narcisismo del cittadino post-moderno tende a ridimensionare le citate “dimensioni” dell’agire politico: in effetti – ancor più - le fa appassire tutte.
Anche la stessa “struttura” dello Stato borghese che Schmitt considera uno status mixtus, frutto della commistione dei principi di forma politica e di quelli della borghesia, perché tende a obliterare i primi e a ridurre i secondi, anche se s’insiste sulla dimensione universale dei diritti dell’uomo (meno su quelli del cittadino). In questa situazione è difficile che la democrazia liberale trovi un ubi consistam; a Constant (e ai “vecchi” teorici del liberalismo) era chiaro il reggersi della suddetta forma di Stato sul carattere di rappresentanza politica dei due organi fondamentali (il Re e il Parlamento). Ma se si trascura la dimensione propriamente politica (cioè sociale ed istituzionale) non è dato capire come l’istituzione Stato possa applicare e tutelare i diritti (quali che siano). In fondo l’aveva ben visto Hegel il quale sosteneva che “Lo Stato è la realtà della Libertà concreta…Il principio degli Stati moderni ha questa immane forza e profondità: esso fa sì che il principio della soggettività si compia fino all’estremo autonomo della particolarità personale, e, a un tempo, lo riconduce nell’unità sostanziale, conservando così quest’ultima in quel principio stesso” (Lineamenti di filosofia del diritto, § 260).  Al narcisista contemporaneo fa difetto il secondo movimento.
Come scrive Orsina “con la fine delle identità collettive, è venuto meno anche il legame fra élite e popolo: il popolo non riconosce più alle élite il diritto di decidere e guidare; le élite hanno smesso di considerarsi responsabili nei confronti del popolo”.

In questo contesto la situazione italiana dopo i primi decenni del secondo dopoguerra, ha dei connotati peculiari, che la rendono più difficile da gestire di altre grandi democrazie europee, come Francia e Germania le quali si erano date ordinamenti costituzionali efficienti e responsabili. L’Italia no, per cui il sistema politico ha una stabilità, ma precaria. In primo luogo perché era impossibile che il P.C.I. potesse ascendere al potere “La presenza di quest’anomalia ha impedito alle istituzioni repubblicane di consolidare la propria legittimità, e al conflitto politico di organizzarsi in maniera funzionale a quel processo di legittimazione. Là dove per consolidamento della legittimità istituzionale deve intendersi non soltanto l’accettazione da parte degli italiani dei valori democratici considerati in astratto, ma anche, e soprattutto, la loro adesione all’assetto che la democrazia ha assunto in concreto in Italia. Un assetto al quale può benissimo negare legittimità pure chi condivida appieno i principi della democrazia liberale… L’Italia rispetta molti dei dettami della democrazia liberale, ma non tutti”.
Quindi, ad applicare le distinzioni di Ferrero, l’Italia dei partiti era in una situazione di “quasi-legittimità” o di legittimità claudicante. Per cui bastava una spinta, neppure tanto forte, per mandarla a terra.
“Il sistema politico italiano, in conclusione, non riesce ad affermare la propria legittimità né adeguandosi al modello occidentale di democrazia maggioritaria e competitiva, né proponendosi in maniera convincente come un esempio di democrazia consensuale antifascista… Alla repubblica dei partiti non restano altro che argomentazioni congiunturali: non il richiamo esplicito e conseguente a un insieme di principi politico-istituzionali in armonia con lo spirito del tempo – quelli che Guglielmo Ferrero chiamava i «geni invisibili della città»”. In assenza di ciò è costretta a reggersi su regimi “congiunturali”: la Guerra fredda (in primo luogo), la tenuta delle istituzioni democratiche, l’accrescimento del benessere (risultato notevolissimo conseguito). Ma quando implose il comunismo e così la guerra fredda, e la crescita economica rallentò, esplose la crisi di Tangentopoli, cui Orsina dedica l’ultima parte del libro, e che “legge” attraverso il pensiero di Elias Canetti e René Girard.
L’epilogo guarda al futuro, con l’esaminare le varie ipotesi di superamento della crisi della democrazia, verso le quali l’autore manifesta il suo pessimismo (da condividere).
Tuttavia scrive che “La restaurazione della tradizione e il presentarsi di una catastrofe rappresentano la seconda e la terza ipotesi di soluzione del rompicapo democratico. Le due ipotesi sono distinte sul piano logico ma hanno cooperato spesso su quello storico”. Cui può aggiungersi che, come sosteneva M. Hauriou, il rinnovamento religioso era il fondamento di ogni rinascita delle comunità (e non solo delle democrazie).
Quanto alla catastrofe, forse non c’è bisogno di arrivare al peggio (in fondo stiamo vicini al fondo): se è vero, come già notava Eschilo nelle Eumenidi (e è stato ripetuto da tanti) che la comunità scopre (e rinnova) se stessa e quindi propria unità e identità unendosi contro un (nuovo) nemico, il fatto che sia tramontato (“neutralizzato”) il principale criterio di percezione del nemico e riconoscimento dell’amico del “secolo breve” e cioè borghese/proletario, e ne stia sorgendo uno nuovo, può ancora offrire qualche speranza.
Teodoro Klitsche de la Grange



(*) Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, Marsilio editori, Venezia 2018, pp. 198, € 17,00.


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


martedì 15 maggio 2018

Corsi e ricorsi,
da Vittorio Emanuele III a  Sergio Mattarella
"Dura minga, dura no"



Vorremmo richiamare l’attenzione dei lettori  sul rapporto Demos 2017 sugli italiani e lo stato, l’ultimo, dove si legge che,

"oggi, quasi metà dei cittadini pensa che i partiti non servano. Che la democrazia possa farne a meno. Perché i partiti e i politici sono corrotti. Quanto e anche più che ai tempi di 'Tangentopoli'. E se una larga maggioranza di italiani (62%) crede ancora che la democrazia sia preferibile a ogni altra forma di governo, si tratta comunque di una componente in calo costante. Rispetto a dieci anni fa: 10 punti in meno. Così non sorprende, ma preoccupa anche di più, che quasi 2 italiani su 3 ritengano che oggi il Paese dovrebbe essere guidato da un 'uomo forte'. Un sentimento comprensibile, vista la sfiducia verso le istituzioni pubbliche e verso i soggetti politici. Eppure, a maggior ragione, inquietante. Tanto più se ci voltiamo indietro. A ripercorrere la nostra storia. A riflettere sul nostro passato." (*)


Se le cose  stanno così, perché meravigliarsi della vittoria -  il 4 di marzo -   dei due partiti più antipolitici in assoluto?  E che per giunta ora potrebbero governare insieme? Non per niente la stessa indagine ci dice che in testa alle preferenze  degli italiani  ci sono Papa Francesco, un autocrate, o comunque un “politico” eletto non democraticamente, e l’Arma dei Carabinieri, una polizia militare, distinta da una ferrea disciplina di natura gerarchica, l’esatto contrario di una   democrazia che mette tutti i cittadini, quanto meno formalmente, sullo stesso piano.     
Ora  non riteniamo sia il caso di approfondire il fatto se questo atteggiamento antipolitico sia giustificato o meno, soprattutto  nel senso della  fondatezza a livello percettivo della corruzione in un paese dove la metà dei cittadini difende l' evasione fiscale. Quel che  invece riteniamo interessante  sottolineare  è  come  l’Italia  sia oggi   attraversata da forti pulsioni autoritarie.   Quanto meno, tra quei cittadini   che  nella cabina elettorale  scelgono l’autoritarismo populista. Che, come noto,  inneggia alla democrazia diretta, quindi a un sistema politico plebiscitario senza  partiti. Parliamo di più del cinquanta per cento tra coloro che votano.
Sicché, ecco il punto, dinanzi al rischio autoritario  quale potrebbe essere l’atteggiamento delle forze politiche responsabili? Dal momento che  “l’equazione corruzione = partiti politici” è praticamente inverificabile?  E che quindi non siamo davanti a una questione giudiziaria, ma sociologica? Che concerne la rappresentazione mediatica  manichea e fuorviante dei partiti politici agli occhi dell’opinione pubblica? Quale antidoto al veleno populista?   Che cosa potrebbero fare le forze liberaldemocratiche?
In primo luogo, isolare nel dibattito pubblico le forze populiste, senza scendere  sul loro  terreno,  cioè  va respinta  la retorica populista dell’intransigenza.  Va loro negata  qualsiasi  patente di legittimità.  La parola è brutta, ma rende bene l'idea: ghettizzarle. Staccare la spina, non rispondere mai o peggio rilanciarne le provocazioni. La politica seria deve ritirarsi dai Social: non inseguire mai l'ultimo twitter dell'ultimo stupido populista. Fare un passo indietro.      
In secondo luogo,  i mass media, dovrebbero concorrere tutti insieme, sentendolo come dovere civico, in quest’opera di razionalizzazione del linguaggio e, punto fondamentale,  di ricomposizione del dibattito politico intorno a una retorica della transigenza e della moderazione,  l'esatto opposto dello stile paranoico in politica, tipico  dei missionari e profeti del mondo eticamente puro e  perfetto.
In terzo luogo, la magistratura, nella sua autonomia, dovrebbe respingere qualsiasi tentativo di politicizzazione al suo interno,  soprattutto in chiave populista, e in particolare  delle attività giudicanti. Quindi riserbo, cautela e severità, fino all'espulsione,  con i magistrati politicizzati.      
In quarto luogo,  le forze antipopuliste dovrebbero coalizzarsi, anche in Parlamento, per varare una legge elettorale in grado di  ridurre ai minimi termini l’offensiva populista. La democrazia rappresentativa va protetta dai suoi nemici populisti.  A ogni costo.
Certo, se come sta accadendo in questi giorni, invece di opporsi, soprattutto tra le più alte cariche istituzionali, a cominciare dal Presidente Mattarella,   si favorisce  la nascita di un governo populista, il rischio è quello di assecondare le pulsioni autoritarie che pericolosamente  attraversano l’Italia in lungo e in largo.
Secondo alcuni osservatori, si tratta di un rischio calcolato, perché  non  nascerà alcun governo populista, e se nascerà, durerà pochi mesi. Può darsi.
Però -   fatte le debite proporzioni -  si disse   la stessa cosa di Mussolini. Corsi e ricorsi? Per dirla banalmente con Vico?   Mah...   Allora al Quirinale, c’era il Re:  “Dura minga, dura no”. E invece…

Carlo Gambescia          

(*) http://www.demos.it/a01472.php . Curato da Ilvo Diamanti.

lunedì 14 maggio 2018

Mattarella, Salvini,  Di Maio
L’arte del non governo




Tranquilli. Il problema non è il colpo di stato che non c’è stato (pardon per il bisticcio) e che  non ci sarà di Mattarella,  ma che questo governo, il governo verde-oro (sembra una marca di tè), una volta  entrato in carica  (sempre, se ce la farà...),  avrà davanti a sé due strade:  1) mantenere le promesse (anche quella a minor contenuto di stupidaggini, non di denari pubblici però) "consacrate"  nel cosiddetto contratto programmatico, mandando a picco l’Italia, entro sei mesi un anno, un anno e mezzo; 2) lasciare che tutto affondi, giorno dopo giorno,  nella palude del potere  contrattato (che però sempre potere è), nel viavai di accuse reciproche,  eccetera, eccetera.   Tipico  esercizio di quella  che il professor Craveri, in un bellissimo libro, definisce "l'  arte del non governo".  Sicché, a un ritmo accidentato ma lento, anche un governo, per così dire, twinings,  può durare più a lungo, persino  una legislatura. O quasi.
In  entrambi  i  casi però,   i conti peggioreranno,  i mercati balleranno sui nostri titoli pubblici, l’Europa si incazzerà (pardon) e ovunque (quindi non solo in Europa) continueranno a trattarci  come gente inaffidabile. 
Dicevamo di Mattarella.  Il Presidente della Repubblica non va visto come  al di sopra del gioco,  o per contro come  un golpista.  Il Nostro,  esercita solo  l’arte del non governo,  come  del resto Salvini e Di Maio, arte  che può essere riassunta così:  governo pur che sia, tanto dopo - si pensa -  non succede un cazzo (aripardon).  Inzeppando i discorsi  di parole e frasi   altisonanti:  tipo il bene comune, la  sicurezza del cittadino, la  lotta alla povertà, i fondamentali bisogni delle famiglie, e così via.  Insomma,  diciamola tutta: qui non è in corso, nessun attentato alla Costituzione più bella del mondo.  Anche perché la famigerata volontà popolare, grazie (si per dire) a una pessima legge elettorale,   non ha espresso un bel niente.
Mattarella, invece di perdere due mesi in consultazioni alla camomilla,  avrebbe dovuto imporre  un governo del Presidente, o magari lasciare in piedi Gentiloni, tenendolo sotto la sua ala,   con due soli scopi principali: legge di bilancio e legge elettorale maggioritaria.  Per poi sciogliere le Camere a gennaio 2019  e andare al voto.  
Perché non l'ha  fatto? Per la semplice ragione - ripetiamo -   che  Prima, Seconda e Terza Repubblica riflettono, a partire proprio dalle istituzioni (anche personificate, eccetera, eccetera), quella che è la realtà profonda italiana:  l' arte del non governo. Quella che il mio portinaio chiama “il tirare a campare”,  per capirsi.
L’Italia, in qualche misura, è la prova vivente dell’esistenza della mano invisibile teorizzata da Adam Smith, nel senso che in settant’anni il paese è cambiato e cresciuto  nonostante la paralisi politica, i libretti dei sogni di certi politici (ultimo quello di 5 Stelle),  gli intellettuali piagnoni e anticapitalisti, le mazzette, il terrorismo, mafia e camorra.  È cresciuto, contro tutti e tutto.   
Bisognerebbe  scrivere la storia  dell’antipolitica buona,  anzi dell' a-politica,  dell’Italia che “lavora” e non si lamenta. Che non c’entra nulla  con la antipolitica cattiva, degli invidiosi e dei falliti. Tutta gente che  vota contro, senza sapere perché,  tendendo però  la mano.  E che manda in Parlamento -  perché costoro, ripetiamo,  votano -    quelli del “Venghino, Signori, Venghino”, come Salvini e Di Maio.       
Per contro, la cosiddetta area del non voto attesta che molti italiani vivono benissimo  senza doversi occupare di  politica.  Certo, c’è una controindicazione. Quella del lasciare spazio alla politica del tirare a campare e dei venditori di fumo virtuista. Quelli che promettono ciò che non si può mantenere per comprarsi un biglietto vincente alla lotteria della stupidità democratica.   Politica,  che l’ Europa, ora, giustamente,   ha messo in discussione.
E qui torniamo a Mattarella, Di Maio e Salvini che non hanno capito che l’Europa vuole governi funzionanti non del tirare a campare.  Cioè, forse  lo hanno capito, però puntano a imbrogliare le carte.
Si chiama arte del non governo. Altro che colpi di stato.   Che dire?  Massì, continuiamo a farci del male…

Carlo Gambescia

venerdì 11 maggio 2018

A proposito di “governi neutri”...
Il Presidente della Repubblica regna e governa

di Teodoro Klitsche de la Grange



L’espressione di Mattarella, che avrebbe propiziato la soluzione della crisi nominando un governo neutro, può essere valutata in due modi.
Il primo, che il Presidente, uomo prudente, non si sente più di usare l’espressione di governo “tecnico”, dato che il pensiero degli italiani corre subito al governo Monti, di certificata impopolarità. E quindi occorre trovare un altro termine per designare (e rendere meno indigesto) un governo che non sia frutto di un accordo – il quale non appariva possibile – tra i partiti.
La seconda è che quel “neutro” si riferisca a qualcosa che – anche se spesso dimenticato è (importante) e ricorrente nella teoria dello Stato e della politica, in particolare dello Stato borghese di diritto; e, inoltre, la neutralità ha diversi significati, sia se riferita al diritto internazionale che al diritto pubblico interno.
Quanto alla teoria del potere neutro (riferita al capo dello Stato) è nata dalla concezione di Constant e si basa sul fatto che, in uno Stato borghese. quindi fondato sulla distinzione dei poteri (Montesquieu) non ce n’è uno (dei tre “classici”) che li coordini. Mentre è necessario che vi sia, onde assicurare coerenza nell’azione. Col progredire dello Stato monarchico – rappresentativo – in Stato democratico, assunse un secondo significato, prevalente, del potere neutro per non essere direttamente coinvolto nella lotta per il potere, tra più partiti che si contendono il voto popolare (senza escludere la “neutralità” nei confronti di altre divisioni/contrapposizioni di una società pluralista).
La difficoltà nel passaggio dalle monarchie costituzionali (o parlamentari) del XIX secolo alle Repubbliche del XX consisteva nel fatto che, il monarca era tale per successione ereditaria, quindi non accedeva alla carica per aver prevalso nella lotta per il potere, e quindi era credibile come “neutro” (estraneo) a quella. Diversamente i capi di Stato delle Repubbliche, (parlamentari o presidenziali) erano stati (e sono) tutti eletti o dal corpo elettorale o dal Parlamento e quindi meno credibili come “neutri”.
Ancor più la neutralità del capo dello Stato andava coniugata anche alla massima per cui il “re regna, ma non governa” per cui la estraneità (e irresponsabilità) del monarca e del Presidente della Repubblica rispetto alla lotta politica era collegata al fatto che altri organi dello Stato avessero la potestas (cioè il potere) di governare così come la posizione di terzo neutrale (rispetto anche all’esercizio del potere) era da ciò confermata.
Data questa premessa è difficile immaginare nel frangente politico odierno un governo “neutro” a meno di non voler considerare il Presidente della Repubblica come “emanante” neutralità.
In primo luogo, perché il governo, avendo il potere e la relativa responsabilità, non è affatto credibile come estraneo alla lotta e all’esercizio del potere. Anzi sarebbe assurdo che lo fosse e ancor più che non lo esercitasse. Proprio la necessità di avere un governo è la ragione delle numerose (e fondate) deprecazioni sul fatto che, a distanza di due mesi, ancora un governo (designato in base e in conseguenza alle consultazioni del 4 marzo) non l’abbiamo.
D’altra parte il carattere (e la forza) degli organi costituzionali “politici” (non neutri) e dotati di potere di governo è data dal consenso e quindi dalla responsabilità nei confronti del popolo, almeno nelle democrazie.
Il che impone che siano in sintonia con la volontà popolare espressa nelle elezioni da cui sono stati designati, sia dirette (il parlamento) sia indirette (il governo attraverso la fiducia delle camere). Persa la sintonia con la volontà popolare i poteri politici perdono la loro maggiore forza. Tant’è che, a riprova di ciò, il governo “tecnico” di montiana memoria era ridotto a fare i “compiti a casa”, sotto dettatura dei poteri forti nazionali e (ancor più) internazionali. Come tanti altri, nella storia, trovatisi in situazioni simili, che erano forti con i deboli e deboli con i forti. E perciò non avevano né funzione né durata.
Teodoro Klitsche de la Grange


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


giovedì 10 maggio 2018

 Governo  5 Stelle-Lega? 
Non ci resta che piangere…


Salvini  con  il ristoratore di Lodi dal grilletto facile.
I quotidiani a grande tiratura, oggi tutti eccitati, puntano i riflettori sul plutocrate Berlusconi che,  come l’uomo delle banane, finalmente ha detto sì a Salvini e Di Maio.
Il vero punto non è il cedimento del Cavaliere, notissimo per preferire l’ uovo oggi alla gallina domani, bensì  il potenziale eversivo di  un governo che rischia di mettere insieme egualitaristi e razzisti, vagabondi e pistoleri, terzomondisti  agli  Esteri,  economisti inflazionisti alle  Finanze, sindaci dal grilletto facile  al Viminale,  pacifisti alla Difesa. E così via,  fino a quando l'autobus Italia, come quello, vero,  nella Roma amministrata dalla Signora Raggi, non prenderà  fuoco per poi esplodere tra  venditori di frittelle e turisti giapponesi.    
Nessuno lo dice, a cominciare da Mattarella che - ci scusi Presidente  -  facteggia,   ma  pentastellati e leghisti non sono liberali né socialisti,  sono  un miscuglio velenosissimo  di individualismo protetto del tipo aumentare le pensioni abbassare le tasse: l’ideale per  distruggere l’economia, dal momento che i cordoni della borsa li tiene l’Europa.
E il tira e molla che inevitabilmente verrà a  crearsi con Bruxelles, tra l’unico governo interamente populista tra i firmatari dei Trattati del 1957, quello italiano (bel record…),  e la Commissione Europea, che populista non è,  rischia di mandare a picco quello che una volta sulle guide turistiche definivano il  Belpaese.
Un lettore ieri mi diceva,  “non si preoccupi dottore, tanto, si vive ugualmente”. Capisco, ma non condivido.  La logica della mano invisibile, dell’individualismo,  che pure ha fatto tanto  bene l’Italia,  nel farla crescere, disordinatamente, ma crescere, soprattutto negli anni Cinquanta del secolo scorso, ormai si  è talmente intrecciata con quella visibile dell’assistenzialismo pubblico, che gli italiani sognano davvero la “vita in vacanza”, molto ben  teorizzata  ed evocata a Sanremo da cinque ragazzi fancazzisti  dei nostri tempi. Insomma, credono alla befana.  Sicché,  tanti italiani (ovviamente non l'amico lettore)  aspirano sul serio  a vivere "ugualmente",  ma alle spalle degli altri.  
Di Battista hobo in America Latina.
Qualcuno perciò  dovrebbe spiegare   alle Itale Genti,   che quella è la filosofia  hobo, dei vagabondi Usa, coerenti però, perché non vivevano e vivono  alle spalle di nonni e padri. O come Di Battista, alle spalle di Mondadori. Ma questa è un’altra storia.
Sarà  veramente  difficile  far cambiare idea a quella metà dell’elettorato che ha votato per gli hobo e i pistoleri  della politica italiana, gente senza arte né parte, magnificamente  rappresentata da Di Maio e Salvini.    
Non c'è che un'ultima speranza. Quale?  Che non si mettano d’accordo. Che come tutti gli hobo, attorno al fuoco, comincino a spararsi  per una salsiccia arrostita da sessanta  centesimi di dollaro. Anzi di euro.
Altrimenti,  non ci resta che piangere.


Carlo Gambescia