lunedì 30 aprile 2018

30  aprile 1993, le monetine del Raphael
La nascita dell’antipolitica




Quando nasce l’antipolitica in Italia? Presto detto,  il 30 aprile del 1993.  Quando Craxi, reduce da una memorabile seduta  della Camera, ferma nel respingere l’autorizzazione a procedere contro il leader socialista, venne aggredito a colpi  di monetine all’uscita dell’Hotel Raphael. Porta principale, perché si era rifiutato di uscire dal retro. Un episodio  indecoroso,  roba da  repubblica sudamericana. 
Tra i tiratori  scelti: postcomunisti di Occhetto, missini di Fini, leghisti di Bossi. Secondo alcuni osservatori, le truppe occhettiane, erano  lì a bella posta  per  umiliare pubblicamente  Craxi in diretta tv. Come del resto attestano le cronache televisive del tempo.
Chiunque conosca, anche superficialmente la sociologia delle rivoluzioni, sa che essa prevede l’umiliazione pubblica dell’avversario trasformato in nemico. La sua degradazione simbolica a capro espiatorio. Diciamo che il Raphael, a prescindere dalle colpe o meno del leader socialista,  fu il primo passo verso una rivoluzione antipolitica  imperniata  su  una visione delinquenziale della politica, dettata dallo  scorgere  in ogni uomo politico un potenziale criminale. A prescindere.
Sono passati esattamente venticinque anni e proprio questa mattina, aprendo i giornali,  scopriamo  che il  Presidente della Camera, Roberto Fico, esponente di Cinque stelle, del partito che ha raccolto, con leghisti e post-missini, l’eredità politica di quella folla urlante, rischia di  ricevere, anch'egli,  in pieno viso monetine mediatiche.
Il che apre un’altra questione, ancora più grossa, ignorata di regola dai tiratori di monetine. Quale? Che il moralismo antipolitico è un’arma comunque politica,  perché si sfodera contro i nemici e si ripone con gli amici.  Detto altrimenti: poiché, nell'essenza,  la politica si fonda sul conflitto amico-nemico, e non sulle regole morali, il virtuismo si trasforma sempre in risorsa. 
Quindi - qualcuno ora penserà - chi di moralismo ferisce di moralismo perisce?  Dipende. Da cosa?   Dai rapporti di forza. Ciò significa che probabilmente il Presidente  Fico se la caverà, perché, diversamente dai socialisti di allora,  i pentastellati sono sulla cresta dell’onda, perché hanno la benedizione di quasi tutti i media e degli  stessi giornali a grande tiratura  che avevano scaricato Craxi. Ovviamente, dietro i giornali ci sono i padroni dei giornali...  
Carlo Gambescia       

domenica 29 aprile 2018

La triste  vicenda del piccolo Alfie Evans
Il socialismo sanitario della serva



Nella vicenda del piccolo Alfie Evans,  in pochi hanno notato che in gioco vi  era qualcosa di più. Certo, si è discusso, e giustamente, dell'annosa questione del chi deve decidere se,  come, dove e quando staccare la spina, perché  ha grande rilevanza etica per il cristiano.  O comunque  per chiunque ritenga che la vita umana sia parte di un disegno divino e provvidenziale.  Lo stesso però  si può dire di coloro che,  prescindendo dal credo religioso di ognuno, scorgano nel  diritto di vita e di morte una questione individuale, privata, intima.
In realtà, il punto sfuggito a molti  è  che  Alfie e i suoi genitori sono stati brutalmente risucchiati da un sistema sanitario di tipo socialista ( universalista, secondo certa  sociologia ancella del welfare state). Dove i medici, per potestà regolamentare decidono autonomamente  della vita e della morte dei pazienti. E per giunta, in caso di contrasti con pazienti e famiglie,  sembrano trovare sempre  sostegno tra i  magistrati. Altro che "c'è  un  giudice a Berlino"...
Molti osservatori italiani, prendendo come al solito lucciole per lanterne, hanno sostenuto  che  purtroppo i medici britannici sono stati costretti a queste dure decisioni, per ragioni di risparmio,  rivolte a tutelare i malati con maggiori speranze di vita. E in questo, giustamente,  seguiti  a ruota da giudici (per inciso, il sistema di common law spesso è un’arma a doppio taglio).  Sicché,   per riprendere il filo delle argomentazioni welfariste italiane,  se le strutture sanitarie inglesi e britanniche - si dice -  venissero finanziate adeguatamente, invece di subire tagli,  certe cose non accadrebbero. Siamo davanti  al classico  argomento  del socialismo buono che non può non avere la meglio sul socialismo cattivo. Auguri.
In Gran Bretagna,  dove il NHS (National Health Service) fu una bella pensata socialista post-seconda guerra mondiale,  negli ultimi anni si è cercato,  considerati costi crescenti e disservizi, di favorire la concorrenza tra strutture sanitarie pubbliche. Di qui però, quella corsa  ai tagli e alle mortali discriminazione tra pazienti.
Nel  Regno Unito esiste  anche una sanità privata, basata su assicurazioni individuali, ovviamente mai cresciuta, perché schiacciata dal gigantismo pubblico, nonché  dalla  concorrenza, però introdotta tardivamente. Attenzione però: concorrenza  non tra pubblico e privato ma tra  pubblico e pubblico.  Insomma, per dirla terra terra, se la  cantano e se la suonano da soli.
Come è noto,  neppure la Thatcher provò a riformare integralmente il Servizio Sanitario Nazionale. In seguito,  Blair e Cameron  hanno introdotto quegli elementi di rigore e concorrenza (nel senso sopra indicato) che  hanno però prodotto, se ci si passa l’espressione,  una specie di socialismo dei conti della serva.  
Tuttavia, per molti inglesi e britannici la sanità pubblica resta  una specie di credenza religiosa, una “religione nazionale”, come  talvolta capita di leggere, ovviamente sul “Guardian”. 
Chissà se lo è ancora,  per i genitori  di Alfie?

Carlo Gambescia


                      

venerdì 27 aprile 2018

Gli insulti  Social all’ex  Presidente GiorgioNapolitano
Pietà l’è morta…




Giorgio Napolitano, che per chi scrive è stato un buon Presidente della Repubblica (ma queste sono opinioni personali), dovrebbe promuovere una riflessione, appena ristabilito, e ci auguriamo presto,  su uno dei più famosi canti della Resistenza, della sua parte politica,  intitolato “Pietà l’ è morta”.  Che per truculenza,  non era inferiore a certi lugubri canti delle brigate nere.  “Quella”,  era tante cose, ma principalmente  un guerra civile. 
Nel 1943-1945 quando Nuto Revelli, scrisse il canto,  non si facevano prigionieri. I civili parlamenti liberali erano  solo un ricordo, dopo mezzo di secolo di parole di fuoco, scontri di piazza, rivoluzioni, dittature, la parola  era passata alle armi.  E la pietà era morta.   
Va dato atto al Presidente Napolitano di aver sempre rappresentato l'ala riformista del Pci, quella che alle pallottole mostrava di preferire il voto, la civile discussione, la moderazione e il compromesso. Però servirebbe comunque una riflessione, soprattutto prima di condannare senza appello i Social, come si legge in giro.  E il Presidente Napolitano, proprio per questa sua vocazione alla transigenza, dovrebbe favorire - come si usa dire -  una riflessione  più ampia  sulla questione.  
Infatti,  chiunque conosca la letteratura sullo sviluppo dei partiti, e ancora prima sulla storia delle istituzioni parlamentari, sa  chiaramente che i toni del dibattito si fecero  più duri con  l’ingresso  "nell’agone parlamentare"  dei partiti rivoluzionari. O comunque, si intensificò  dove operavano forze anti-sistemiche (rispetto al “sistema liberale”), come  monarchici e reazionari nella  Francia repubblicana dell’Ottocento o, su un altro versante politico, radicali, repubblicani, socialisti  nell’Italia liberale e monarchica di fine XIX secolo. 
I toni raggiunsero il vero e proprio clima da guerra civile  nel secolo successivo,  con  l’arrivo nelle aule di forze politiche a sfondo totalitario, come comunisti, fascisti, nazisti, o comunque assai divise sui "vantaggi" della "democrazia borghese".  Al riguardo, ci sono alcune pagine molto interessanti di Nolte, sul ferocissimo, linguaggio di nazisti e comunisti -  seguito subito dai fatti -  che distinse quel  gioco al ribasso e agli opposti estremismi che condusse  la Repubblica di Weimar all'autodistruzione.
Quindi, la regola era ed è:   più il Parlamento è inquinato da forze estremiste, più il linguaggio si fa duro e feroce.  E più la pace sociale è a rischio.
Si dirà  che  gli insulti rivolti a Giorgio Napolitano, per giunta  gravemente infermo,  sono venuti dai Social e non dal mondo politico-parlamentare e che quindi il nostro discorso è fuori luogo. E invece non è così, perché il clima politico italiano è degenerato molto prima  dell’irresistibile ascesa di Facebook e delle altre reti sociali.
Inutile qui ricordare, il deputato leghista che nei primi anni Novanta, si presentò alla Camera con  un cappio.  Oppure  i volgari festeggiamenti  dei deputati del centrodestra, in particolare di alcuni post-missini, quando cadde Prodi nel 2008.  Anche a sinistra non si è stati da meno: come confermano il linguaggio guerrigliero di un Di Pietro (tra l’altro, come noto,  ex magistrato) e di altri nemici del Cavaliere che quasi si auguravano in piena Camera la sua  morte in diretta.  A dire il vero, anche nei riguardi del Presidente Napolitano,  i populismi leghisti e pentastellati  hanno fatto la loro bella  parte in scena.
Dietro il linguaggio,  oggi approdato e rilanciato  dai  Social, c’è il disconoscimento dell’avversario, la sua trasformazione in nemico assoluto.  Sicché,  Napolitano  è condannato come  l'incarnazione del male, a prescindere ( nel senso che i capi d'accusa possono venire dopo o essere i più fantasiosi). Quel che è invece assolutamente certo e che  “deve morire”,  in quanto simbolo, eccetera, eccetera.  Se si ammala e soffre, “peggio per lui, meglio per noi”.  
Sono esercizi di inumanità. Magari, la stessa persona che, infatuata dal clima politico ormai degradato, grida “a morte questo a morte quello”,  poi accarezza un bimbo o gioca con un gattino. Il prolungamento carnivoro viene vissuto come qualcosa di normale: un atto dovuto. Se interrogato, colui che insulta in modo distruttivo, cade dalle nuvole, perché reputa perfettamente  “normale” il suo comportamento.
Si chiama “banalità del male”:  la stessa  praticata dagli "onesti carnefici"  postisi spontaneamente al di Hitler e dai servi, fedeli e armati,  di tanti altri regimi totalitari. Persone che ogni giorno,  riposta  la divisa, rientravano in famiglia  per indossare giacca da camera, calzare pantofole e leggere il giornale  in poltrona davanti al caminetto.
Non dimenticheremo mai, qualche tempo fa su Facebook, uno dei tanti estremisti politici, per ora solo da tastiera, che dopo avere vomitato parole di odio contro  un politico, salutò tutti, dicendo che doveva mettere in forno la pizza per la cena…
Ecco, come dicevamo…  Però, in principio fu il deputato leghista, non un hater qualunque. E ancora prima,  quel clima da guerra civile, che ha insanguinato il Novecento. Una atmosfera mefitica che il Presidente Napolitano, per esperienza politica conosce bene e teme, e che,  come pochi, ha sempre cercato di contrastare con la forza della ragione politica.     
Pertanto, se questo è vero,  resta  altrettanto vero che la  pietà rischia nuovamente  di morire e che  la colpa  non è dei Social, pura e semplice cassa di risonanza di un clima di violenza che viene da lontano. 

Carlo Gambescia  

giovedì 26 aprile 2018

I moderati italiani, un popolo senza più casa politica
E io mi astengo…
 
Il dato del 2018, assente nel grafico, è  più o meno in linea con quello del 2013 

Moderato è chi rifiuta gli estremi, quindi  le utopie politiche. È per la mediazione, il compromesso, il realismo delle cose che si oppone sempre all’irrealismo delle idee sulle cose. Il moderato ritiene che le cose vadano da sole e che il migliore governo sia quello che governa meno. La sua è una critica, forse senza neppure saperlo, a uno stato  che fa troppo. E che dunque deve fare meno: lasciar fare, lasciare passare.  Questo il suo motto.
Il moderato,  non si fida del politico che promette troppo. Nel dubbio non vota, resta a guardare, magari poi sentendosi colpa. Ma preferisce non votare. Del resto è un  suo diritto (naturale) di libertà. Insomma, il moderato guarda al  centro dello schieramento politico, non è completamente di destra e neppure di sinistra. 
Quali forze politiche hanno espresso il moderatismo italiano  nell’Italia repubblicana? Innanzitutto la Democrazia Cristiana, che però dopo De Gasperi, non  si è  più limitata  a guardare a sinistra ma si è spostata a sinistra, determinando  la progressiva fuga dei moderati. Che, a poco a poco,  dall’inizio degli anni Sessanta con l’apertura ai socialisti, poi negli anni Settanta al Pci, si  sono ritrovati senza casa politica. 
Al  moderato  non piaceva l’estremismo di  Almirante.  Restava freddo davanti alle galoppate  di Craxi e alle evoluzioni verso il Pci, del suo avversario, De Mita.  E neppure  si entusiasmava per Andreotti,  pur apprezzandone le arguzie. Ovviamente,  non credeva nelle  promesse  di  Berlinguer.  E nemmeno capiva le astruserie di Moro.
Il moderato  negli anni Settanta e Ottanta non votava più,  credeva solo nell’Arma dei Carabinieri.  Negli anni  Ottanta, tornava a ridere con le televisioni dei Berlusconi,  per poi votarlo negli anni Novanta, scorgendo in Forza Italia il provvisorio surrogato di un grande partito di centro.  E  subito dopo, negli anni Duemila, cadere in depressione.
Diciamo che fino a oggi, nonostante il micro-sussulto per Renzi, già archiviato, ancora non si è risollevato. Il moderato,  continua  a non votare. E ad assistere, sentendosi magari  in colpa,  al trionfo degli estremismi di destra e di sinistra. Il moderato con il populismo non ha alcun punto di contatto.
In qualche misura, interpretando  la letteratura in argomento, la crescita dell’astensionismo elettorale in Italia va vista come il progressivo ritiro nel suo guscio dell’elettore moderato,  che  non fidandosi delle promesse, di regola esagerate, dei demagoghi di destra e sinistra,  preferisce non votare, anche perché, guardandosi intorno, scorge  la società  marciare da sola, gli stili di vita non cambiare e nonostante il catastrofismo mediatico, la vita procedere normalmente  nelle sue cose quotidiane. Come dicevamo, lasciar fare, lasciar passare.  Le cose vanno da sole. Ecco l'Italia dei moderati. 
Il moderato non  è  il presuntuoso  "apote" di Prezzolini ("quello che non la beve"), segue invece più umilmente  la corrente delle cose:  si fa portare.  Si nutre, insomma,  del conformismo della quotidianità   Il moderato vive nella e di quotidianità.  E in base all’andamento di essa  giudica le cose.  Come i mercati, il moderato  vota tutti i giorni, facendo la spesa, andando al lavoro, in vacanza, eccetera, eccetera. E per quanto i mass media, possano estremizzare le cose, l’invisibile partito moderato del non voto, oggi quasi maggioritario, ci ricorda che l’Italia funziona meglio della sua rappresentazione  mediatica.   Insomma,  si dovrebbe essere felici, o quantomeno  politicamente appagati,  del fatto che il numero degli astensionisti sia cresciuto. Perché si tratta di  un segno di progresso sociale: in Italia si vive bene, e di conseguenza, votare è un  fatto secondario: la società va da sola, a che serve la politica?       
E invece no.  Estremisti, pedagogisti della democrazia, virtuisti, ecologisti, post-comunisti, fascio-comunisti, e rivoluzionari vari,  insomma  quelle  minoranze chiassose e mediaticamente sovra-rappresentate,  deprecano l'astensionismo, sottovalutando però  il nesso tra crescita del non voto e deciso miglioramento dello stile di vita degli italiani. E, infatti, il giacobino, per usare una categoria riassuntiva, odia il consumismo, il glamour, il divertentismo, tutto ciò che sia  contrario a quella visione dolente della vita, da grande rottura di palle (pardon), che accomuna  tutti i nemici, da destra e a sinistra, della democrazia dei consumi:  del migliore dei mondi possibili al quale si continua a opporre, il migliore dei mondi impossibili, tratteggiandolo graziosamente con i colori della decrescita, dell'anticapitalismo,  del nazionalismo,   eccetera, eccetera. 
Il punto è un altro: l’assenza una grande  forza, esplicitamente di centro. O comunque di una destra e sinistra, maggioritarie e  per questa ragione  largamente spostate al centro. Sicché,  mancando   una forza politica di questo tipo, il moderato non vota. E continuerà a non votare. 
Per contro,  fluttua invece il voto estremo, degli scontenti della vita e dei "piagnoni",  da destra e sinistra, e fluttua all’interno dell’area del voto: insomma sono sempre gli stessi elettori, che però cambiano casacca.Con la stessa smorfia alla Travaglio martellata sul viso. 
Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia           

mercoledì 25 aprile 2018

Lo sport preferito dagli italiani: il processo allo stato

Lo Zio Tom in autostrada



Invito gli amici lettori a notare una cosa.  Basta accendere la televisione in qualsiasi momento della giornata per scoprire che lo sport preferito dagli  italiani è  il processo allo stato: dal terremotato all’esodato, dal disoccupato all’inquinato, dal licenziato al fallito, dalla vittima della mafia alla vittima del lavoro nero, eccetera, eccetera.
Il che, ovviamente,  non significa che il terremotato, l’esodato, il disoccupato, il licenziato, il fallito, il morto ammazzato, lo sfruttato,  se la passino bene, ma indica  che, nell'immaginario collettivo italico, la causa dei loro guai, è automaticamente addebitata sul conto dello stato: che deve ricostruire le case, promuovere la piena occupazione, bonificare tutta l’Italia, sconfiggere  il crimine per sempre, eccetera, eccetera. Fino a edificare un' Italia perfetta, "più grande e più bella che pria". 
Questa cosa, ripetiamo,  si chiama processo allo stato.  E funziona in due tempi (semplifichiamo, naturalmente).
Prima si idealizza, addirittura platonizza, il ruolo dello stato,  soprattutto con l’aiuto dei politici,  che promettono  - tutti, indistintamente -   mari e monti pur di essere rieletti ( ma non solo per questo motivo, come vedremo più avanti). Dopo di che, dal momento che la perfezione (promessa) non è di questo mondo,  si scatena  tra i cittadini,  davanti alle inevitabili contraddizioni tra il dire e il fare,  il processo allo stato. Uno sport nazionale che si trasmette  di padre in figlio. I cui "diritti di diffusione" fanno oggi  la  gioia e la ricchezza delle gogne televisive.  E anche di un gioco al rialzo politico che rischia di farsi  sempre più pericoloso.     
Attenzione, si tratta di un processo allo stato non  di tipo liberale,  ma di derivazione collettivista:  nel senso che si critica lo stato, non perché fa, ma perché non fa.  Pertanto, almeno in Italia, la critica allo stato porta con sé -  sviluppa insomma -   una specie di socialismo straccione, dove l’automobilista, chiuso, fermo da un’ora  sull’autostrada,  percorsa  liberamente per farsi i cazzi suoi (pardon), pretende la bottiglietta d’acqua gratuita.  Portarsela da casa, no?
Si dirà, che sono stupidaggini.  In realtà, siamo davanti a qualcosa di  più del volgare sintomo. L’uomo  dell’acqua dal cielo, che magari di bottiglietta gratuita ne arraffa  più di una perché non si sa mai…, è uno statalista a spese degli altri.  Perché premurarsi, se poi qualcuno pensa comunque a te? 
Si dice, degli Stati Uniti, che siano un paese duro. È vero. Dove non c’è scampo per il fallito sociale . Lo stato non ti soccorre, però funzionano  il muto aiuto   e il privato sociale, privato  vero,  filantropico, non finanziato dallo stato.  
Sicché  - ecco la lezioncina -   l'aiuto pubblico  finisce sempre per  sotterrare quello  privato e favorire il free rider (il socialista con il sedere degli altri...).  Per fortuna, vale però anche il contrario: la   mancanza della carità  di stato favorisce la moltiplicazione delle reti di auto-aiuto. Per contro, ripetiamo, lo statalismo alimenta la cultura del pianto e della critica.   Tra i cittadini Usa, chi si lamenta di più del sistema americano?  I neri, in particolare. Quelli che, per senso di colpa, sono stati aiutati più di tutte le altre comunità.  Ergo,  più hanno, più pretendono.
Ciò significa, per estensione, che alle radici  del processo allo stato, qui in Italia,  esiste  un senso di colpa storico  verso i cittadini,  da parte della  classe politica.  Alimentato da chi?  Dalla sinistra, ma anche dalla destra.  Solo che gli italiani le catene ai piedi non le hanno mai portate. Se non nell’immaginario degli stessi partiti che continuano  tuttora a compiangere il povero Zio Tom in autostrada che pretende la bottiglietta gratuita.  E come per l'acqua, tutto il resto. 
Salvo poi, per rimanere in tema,  una volta finita la cosiddetta emergenza autostradale, rimettere  in moto e  andarsene per i cazzi (pardon) propri. 

Carlo  Gambescia



martedì 24 aprile 2018

I Dieci Punti di 5 Stelle
Ma quale Contratto…




Il Contratto  in dieci punti  (1) che 5 Stelle  vuole  sottoporre ai possibili alleati  (Lega e Partito Democratico), al di là del taglio da "brevi cenni sull'universo",  dal punto di vista del tasso di  riformismo reale,   è  più soft  dei programmi che distinsero i governi di  Centro-Sinistra nella prima metà degli anni Sessanta e i governi di Unità Nazionale, con l’appoggio del  Partito Comunista, nella seconda  metà degli anni Settanta. 
Nel primo caso, ad esempio, ci si accordò sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, nel secondo venne istituito il servizio sanitario nazionale (per ricordare solo due  misure  di grande impegno per la spesa pubblica). 
Ciò  però non significa che, per le tasche dell’Italia degli anni Dieci del Duemila, il Contratto di  5 Stelle  sia meno oneroso. A occhio  e croce  -  e il documento  glissa sull’abolizione della  Fornero...  - la spesa per l’attuazione dei dieci punti (2),  gira intorno ai cento-centocinquanta miliardi di euro all’anno (per un raffronto immediato:  il debito pubblico, che supera il Pil è di  duemiladuecento e rotti miliardi).  E per fortuna che l'autore del Contratto, il  professor Giacinto  della Cananea  (nella foto), viene presentato come  allievo di Sabino Cassese, eccellente  studioso abituato invece a fare i  conti...
Per tornare sul punto:  Dove si prendono questi soldi? Sul mercato, emettendo titoli? O aumentando tributi,  già alti? O tutte e due le cose?  Così, tanto per impoverirsi e  indebitarsi al tempo stesso. Oppure - ideona -  si pensa di uscire dall’Europa, per poter stampare lire a volontà  e distruggere con l’inflazione weimariana l’Italia?
Comunque sia -   e se vogliamo parlare di cose serie -  la prossima finanziaria, a prescindere dal governo in carica, non potrà  non ruotare intorno a una sessantina  di miliardi di euro ( e ci teniamo bassi). Ora, ammesso ( e non concesso) che trenta siano di tagli e di microrecuperi del Pil,  gli altri trenta da qualche parte andranno presi. Dove?  Quindi anche le stupidaggini di Salvini sulla Flat Tax vanno giudicate per quel che valgono: zero.
In quest’ottica  -  e augurandoci ardentemente che Fico fallisca -  l’unica soluzione realistica è quella di   un governo istituzionale, o "del Presidente",  con dentro tutte le forze responsabili e due soli obiettivi:  DEF e  legge elettorale maggioritaria.   Per poi andare a votare nel 2019.
Purtroppo, di responsabili in giro ne vediamo pochi.  Almeno per ora.
Carlo Gambescia      


(1) Per coloro che  fossero  interessati ad approfondire,     il  testo originale del Contratto  è   scaricabile qui:  https://www.ilblogdellestelle.it/2018/04/la_prima_stesura_del_contratto_di_governo_proposto_dal_movimento_5_stelle_.html
(2)I punti, grosso modo,  sono i seguenti: giovani e famiglie, povertà e disoccupazione, ridurre degli squilibri territoriali, sicurezza e giustizia, difesa del servizio sanitario nazionale, protezione delle imprese, nuovo fisco, infrastrutture, salvaguardia dell’ambiente ed efficienza della pubblica amministrazione.            





lunedì 23 aprile 2018

Il nuovo bipolarismo  secondo Luca Ricolfi e Alesssandro Campi
 Intanto in Molise…



Sembra che in Molise  il Centrodestra,   nella sua versione  classica ( allargata come nel 2001),  sia in testa  (45 %), con  Forza Italia  primo partito della coalizione ( 10 vs 9 %, Lega) . Seguono  5 Stelle (37 %), e  Partito Democratico con due punti in meno rispetto alle politiche  (16 %).  
Il risultato perciò potrebbe farsi interessante, per contrasto.  Perché nei giorni scorsi  Luca  Ricolfi, sul  “Messaggero” -  seguito a ruota sulle stesse pagine  dall’assistente  volontario Alessandro Campi, che ora si divide anche con  Prodi -   ha parlato di nuovo bipolarismo, non ovviamente tra Centrodestra (quello del Molise) e Centrosinistra classici,  ma tra una Destra targata Lega  e una Sinistra a traino grillino. Con FI e PD, sulle orme dei nativi americani.
Anche Alessandro  Campi, abilissimo, nel fiutare,  i cambiamenti di vento, e non sempre per ragioni politologiche, sembra credere in  un bipolarismo, nuovo  di zecca.  Che  al momento potrà pure essere nei fatti politici,  ma che -  cosa che non può essere bellamente ignorata -   non sembra incarnare nei contenuti il modello Westminster, perché siamo dinanzi a due forze  populiste,  quindi antieuropee, pro spesa pubblica, pro partito dei giudici,  filoputiane e (soprattutto la Lega) con  più che probabili pendant razzisti.        
Il Molise  sembra invece  provare il contrario, anche sul piano dei fatti:  nel senso che non c’è  crollo definitivo del PD  e che il Centrodestra  avanza.   E, cosa più importante,  Cinque Stelle non sfonda.  Si dirà, il Molise non fa testo.  Può darsi.  A fine mese  si vota anche in Friuli. Il che significa che  è ancora presto per parlare di trend definitivi, di crolli e rinascite. Regola però che deve valere per tutti i trend previsionali.  E non solo per  quelli favorevoli a Salvini e Di Maio.
Questo sul piano analitico, della scienza politica positiva.  Quanto a quello dei desiderata, ogni studioso è libero di pensarla come crede.  Ciò che però  non va assolutamente  fatto  è il voler proiettare, mescolando fatti e desiderata, una luce positiva, come fanno Ricolfi e Campi, su un bipolarismo che trae forza da due partiti estremisti. Nel caso specifico,  è  come  fare il  tifo per un bipolarismo  tra fascisti e comunisti. Altro che Tory e Labour.
Già conosciamo la risposta. Di solito,  come si dice,   quando si va al potere, ci si modera, si matura eccetera. Insomma, si diventa più buoni (sul più capaci le tesi non sono unanimi).  E quindi questo nuovo bipolarismo può essere solo  un bene per l’Italia.  Può darsi.  
C’è però  un’altra questione, che rinvia all’Andreotti di  quando  con un sorrisetto diceva che a pensar male ci si coglie quasi  sempre.  Ora, certe analisi politologiche, come quelle di Ricolfi e  Campi (che tra l'altro non sono i soli...),  nel  momento  in cui sotto i riflettori ci sono Salvini e Di Maio, potrebbero essere interpretate come un endorsement accademico per  5 Stelle e Lega:  un magnifico bonus del filosofo platonico per governare.  Tradotto:   "Signori italiani, tranquilli,  reddito di cittadinanza, simpatie per il piccolo Zar, soldi pubblici a gogò,  lancio del gatto morto contro Bruxelles, tutto normale, tutto normale,  Salvini e Di Maio sono il nuovo bipolarismo ".  Insomma, Ricolfi e Campi, giurano senza che nessuno ancora glielo abbia imposto. Intanto però - ecco il punto politico -   Hitler-Salvini e Stalin-Di Maio,  potrebbero  mettersi d’accordo… Quando si dice nostalgia canaglia.   
Attenzione,  la tesi Ridolfi- Campi,  vale anche al rovescio, nel senso che il tentativo di Fico  verso il Partito  Democratico (se Mattarella consentirà e Renzi, scioccamente cederà)), può venire presentato dai due insigni collaboratori del "Messaggero"  come un passo verso il nuovo bipolarismo  tra Lega  (che fagocita Berlusconi) e  5 Stelle (che si pappa il  Partito Democratico).
Però, intanto, il Molise ci dice che Berlusconi  e i suoi elettori non mollano. Giudici permettendo.

Carlo Gambescia